TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 28 giugno 2017

Agnes Heller, Teoria dei sentimenti



Torna in libreria la (aggiornata) “Teoria dei sentimenti” che esplora aspettative, timori, sofferenze in chiave razionale.

Ágnes Heller

“Anche la paura può essere sana se il populismo non se ne appropria”

Intervista di Francesca Sforza


Scrive di filosofia ma non ama parlare come una filosofa: «Per quello ci sono i libri, io voglio essere capita da tutti». Ágnes Heller, 88 anni, filosofa ungherese, ha attraversato a passo fiero tutto il Novecento: prima sfuggendo ai nazisti, poi agli stalinisti, infine alle etichette. Oggi l’editore Castelvecchi ripubblica, con una nuova introduzione, la sua Teoria dei sentimenti, uscito per la prima volta nel 1978, quando Heller tentò di decostruire l’impostazione della metafisica tradizionale introducendo elementi nuovi: parole come emozione, espressione, relazione, sofferenza e responsabilità entravano a pieno titolo nel dibattito filosofico, non come termini minori, ma di confronto.

Ancora oggi, a rileggere quelle pagine, si resta sorpresi dalla naturalezza e dalla modernità delle sue argomentazioni, che evitano le trappole aporetiche per dedicarsi piuttosto alla complessa alchimia umana: «Anche per noi è fondamentale l’analisi del rapporto tra sentimento e pensiero – scrive a un certo punto a siglare il suo grande debito con la filosofia classica –. La preferenza dell’ultima unità di sentimento, pensiero e morale è al contempo il nostro valore ordinatore e organizzatore».

Ágnes Heller, viviamo in un’epoca in cui il sentimento si mostra prevalente sulla ragione?

«Non condivido la tradizionale separazione tra ragione e sentimento. Con la sola eccezione dell’unità, la cognizione è integrata in qualsiasi sentimento. Non c’è la paura in quanto tale, il dolore in quanto tale, la felicità in quanto tale. Si è sempre tristi per qualcosa o qualcuno, felici per qualcosa o qualcuno. Si possono avere buone ragioni per essere disperati, ad esempio se si sta per essere uccisi durante una guerra, e anche buone ragioni per essere raggianti, ad esempio alla nascita di un figlio molto desiderato».

Non vede il pericolo di una caduta nell’irrazionalismo?

«Nessun sentimento in quanto tale è “irrazionale”, solo l’occasione che si innesca su di esso può renderlo tale. Ogni volta che facciamo esperienza di un sentimento, sia esso felicità o tristezza, e non riusciamo a comprenderlo interamente, cerchiamo di scoprire le ragioni per cui lo proviamo. La comparazione tra ragione (nel senso di occasione che si innesta su un sentire) e sentimento decide, di fatto, se il sentimento sia razionale o irrazionale. E la ragione è anche storica. Aver paura del demonio, oggigiorno, è un sentimento irrazionale, ma non era così due secoli fa».

Qual è il compito della filosofia in una fase storica in cui psicologia e antropologia filosofica sembrano offrire categorie più funzionali per l’interpretazione della realtà?

«La filosofia si interroga sin dall’inizio su questioni inerenti l’anima umana (psyché) e la natura umana. Solo le risposte sono state, nel tempo, differenti. La tendenza moderna a distinguere tra specializzazioni non ha modificato queste connessioni essenziali. La psicologia teorica, l’antropologia o la sociologia sono, di fatto, filosofia».

Lei separa gli affetti naturali dai sentimenti appresi nel tempo. Quale dei due è più importante nella strutturazione della personalità?

«La trasformazione di affetti innati in emozioni e disposizioni affettive è il tratto più essenziale nello sviluppo di una personalità».

Che ne è stato del suo progetto originario di fondare un’antropologia che includesse bisogni, sentimenti e Storia?

«Con la Teoria dei bisogni di Marx prima (1974,ndr) e la Teoria della Storia poi (1982), non ho sentito l’esigenza di ulteriori sistematizzazioni. Diciamo che col tempo ho deciso di non rispondere alla domanda “Che cos’è l’uomo?”. Forse perché una risposta non è possibile, o forse perché l’intera filosofia è già una risposta».

La paura è un sentimento diffuso. Abbiamo paura dell’Isis, dei musulmani, degli stranieri, dei migranti. Come si vince la paura?

«Di nuovo, il problema non è la paura, ma “di che cosa noi abbiamo paura”? E chi è questo “noi”?
Lei intende probabilmente “noi europei”. E gli europei, oggi, hanno paura degli stranieri, del terrorismo, delle migrazioni, dell’islamismo, così come ieri avevano paura della Guerra nucleare, del comunismo, del contagio da Hiv. Alcune di queste paure erano e sono irrazionali, nella misura in cui non rispondono a un reale incastro con il fattore razionale e sono piuttosto uno strumento di ideologia politica».

Temere di rimanere uccisi in un attacco Isis non è del tutto irrazionale, non trova?

«È vero, non tutte queste paure sono irrazionali. La domanda è sempre se ci sono reali ragioni per questa o quella paura. In caso di ragioni reali, la causa della paura ha bisogno di essere rimossa o neutralizzata. Come oggi, nel caso del terrorismo, che va contrastato con i mezzi della politica e della difesa».



Il populismo ha una grossa presa sulle società di massa. Qual è l’antidoto a una narrazione politica troppo emotiva?

«Nella misura in cui i politici vogliono persuadere, la politica ha sempre fatto largo uso di retorica. La domanda è: quali sentimenti/emozioni vanno mobilitati, per quale fine e contro chi? Quei partiti e movimenti che oggi sono definiti populisti utilizzano, in Europa, soprattutto “identità politiche” come il nazionalismo, il razzismo, l’omogeneità etnica come ideologia, innescando non solo la paura, ma anche l’odio contro “gli altri”».

L’Unione Europea è un tipico caso di istituzione che non scatena grandi sentimenti nei confronti dei propri cittadini. È uno svantaggio?

«L’Unione Europea fino ad oggi ha fatto riferimento a un’identità razionale, l’interesse comune delle nazioni europee, provocando uno scarso entusiasmo. Certamente l’interesse è una sorta di sentimento, combinato però con emozioni come la fiducia, la confidenza, la certezza. Eppure anche l’interesse, in caso di conflitto con passioni che avessero un forte supporto ideologico, potrebbe essere sconfitto. Forse i rischi di una decomposizione dell’Ue, potrebbero innescare la paura tra i cittadini europei, quanto meno nella forma di un presentimento. Una paura del genere, ecco, sarebbe sana, e direi la benvenuta».

È un po’ anche colpa degli intellettuali se l’Europa piace così poco?

«I responsabili del futuro europeo sono i governi e i politici, non i filosofi. Oggi vedo solo due persone in grado di sostenere un compito del genere: Angela Merkel e Papa Francesco. Ma ne servirebbero molti di più. Anche i buoni burocrati possono cambiarsi in uomini di Stato».
Si parla tanto di preoccupazione, terrore, panico. Quanto è importante comunicarli?
«La comunicazione è sempre importante, il problema è che la nuova abitudine di usare un linguaggio da bar nello spazio pubblico finisce per allargare la partecipazione, non sempre la qualità del dibattito».

False notizie e discorsi di odio sono i tratti più problematici della comunicazione attraverso i social network. È un fenomeno nuovo secondo lei?

«È sempre la vecchia propaganda, usata dai cosiddetti populisti per allargare il consenso e incrementare il potere, proprio attraverso la creazione di un clima di odio e sospetto, avvelenando mente e anima dei loro elettori».


Ágnes Heller, nata a Budapest nel 1929, è stata assistente di Lukács. Espulsa dall’Università nel 1959 fu riammessa nel 1963, e divenne il massimo esponente della «Scuola di Budapest». Licenziata dall’Accademia nel 1973, nel 1978 è espatriata per insegnare prima in Australia e poi a New York, nella cattedra di Hannah Arendt. Nota per la sua «teoria dei bisogni» ha pubblicato decine di saggi. Tra i suoi ultimi libri usciti in italiano,«Solo se sono libera», «La memoria autobiografica», «Breve storia della mia filosofia»


La Stampa/TuttoLibri – 24 giugno 2017