TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 9 giugno 2017

Capitalismo in perenne mutazione



Un sintetico saggio di uno studioso tedesco ricostruisce gli snodi fondamentali del capitalismo dal mercantilismo originario al neoliberismo attuale. Un libro chiaro e argomentato da usare come guida per orientarsi nel caos apparente di oggi.


Valerio Castronovo

Capitalismo in perenne mutazione


La crisi esplosa nel 2008 ha riaperto il dibattito sull’essenza del capitalismo, dopo che da un quarto di secolo, dalla caduta del Muro di Berlino, si era spenta pressoché dovunque l’analisi, a livello scientifico, sulla natura e le vicende di questo fenomeno di cui ci si era occupati così intensamente dall'Ottocento in poi. L’estinzione del “socialismo reale”, impersonato sino al 1991 dall’Unione sovietica e considerato, con la sua economia interamente pianificata entro le rigide maglie dello Stato, l’antagonista storico per eccellenza dell’economia di mercato, e la progressiva trasformazione del modello di sviluppo cinese post-maoista in una sorta di “economia socialista di mercato” (non meglio definibile altrimenti), avevano posto fine, in pratica, all’interesse d’un tempo verso la definizione di un concetto peculiare quanto ibrido e controverso come quello di capitalismo.

A renderlo di nuovo oggetto di una fioritura di studi e discussioni è stata, appunto, la crisi economica manifestatasi negli ultimi anni, in quanto è stata valutata, da più parti, di portata persino peggiore della Grande Depressione degli anni Trenta e perciò tale da minare le fondamenta del sistema capitalistico.


Di qui ha preso l’abbrivio un nuovo saggio sull'argomento, firmato da Jürgen Kocka, uno dei maggiori studiosi della storia del capitalismo, docente alla Freie Universität di Berlino e presidente dal 2001 al 2007 del Wissenschaftorum fur Sozinlforschung della capitale tedesca. Esso consiste sia in una profilo storico delle vicende nel corso del tempo del capitalismo (dai suoi primordi mercantili ai suoi sviluppi nell’età dell’industrializzazione e del colonialismo, sino alla sua attuale configurazione sotto l’egida di una nomenclatura manageriale caratterizzata da crescenti modelli finanziari a breve termine), sia in un’analisi critica degli odierni rapporti fra Stato e mercato e delle linee di tendenza emerse nel mezzo della Grande Recessione ancor oggi non pienamente superata.

Da questo suo lavoro, cha intreccia la ricostruzione delle varie fasi del capitalismo fra Otto e Novecento con la disamina delle tesi interpretative più salienti espresse dalle principali opere classiche sul tema (come quelle di Karl Marx, Max Weber e Joseph A. Schumpeter), si evince innanzitutto il fatto che il capitalismo continua a registrare cicli ricorrenti di espansione e di contrazione, di prosperità e instabilità. Ciò che avevamo finito col dimenticare: tanto si è prolungata in Occidente dal secondo dopoguerra in poi l’epoca della crescita economica e del benessere sociale, sulla scia delle politiche di matrice keynesiana e della diffusione del Welfare. Al punto che la critica tradizionale di timbro radicale del capitalismo aveva cessato da un pezzo sia di imputargli l’immiserimento della classe operaia sia di attribuire alle sue contraddizioni le cause principali di guerre e tensioni internazionali.

Se oggi si è tornati a riflettere sulle connotazioni e le linee di tendenza del capitalismo, lo si deve invece a una serie di motivi che, da un lato, hanno a che vedere con le rilevanti trasformazioni determinate su più versanti da una globalizzazione dei mercati su scala mondiale, da una quarta rivoluzione tecnologica post-fordista come quella indotta dall’avvento del digitale, e dal sopravvento dell’intermediazione finanziaria sull'“economia reale”, sulla produzione di beni e servizi. E che, dall’altro, hanno a che fare nell’ambito della Ue con l’aggravamento dei debiti sovrani, con una cronica disoccupazione, nonché con l’interruzione dell’ascesa sociale del ceto medio e la minaccia di un suo impoverimento.



Si è perciò riscoperta l’estrema variabilità di cadenze e configurazioni del capitalismo, senza tuttavia aver individuato finora quali “tangibili o pensabili alternative” (per dirla con l’Autore) potrebbero incidere su queste sue ricorrenti mutazioni di trend e fisionomia: anche se ciò non esime, beninteso, critici e avversari del capitalismo, da vecchie o nuove sponde, dal compito di cercare e di proporre idee concrete e soluzioni efficaci a tal riguardo.

Oggi intanto risulta essenziale scongiurare che si manifesti anche in Europa una deriva verso quella crescente disparità di reddito e di ricchezza che s’è andata affermando negli Stati Uniti, all’insegna di un modello capitalistico di governo dell’impresa “short-term” che ha finito per avvantaggiare in forme esorbitanti una ristrettissima élite di azionisti e manager di grandi multinazionali e società d’affari.

Il Sole 24Ore – 4 giugno 2017


Jürgen Kocka
Capitalismo. Una breve storia
Carocci, 2017
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