TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 18 giugno 2017

Dioniso. Il dio dimenticato


Dioniso, forza arcana della natura.

Guido Araldo

Il dio dimenticato

Dioniso è il grande dio dimenticato! Anzitutto perché una tradizione becera l’ha ridotto a Bacco, quando baccus era uno dei suoi molti attribuiti e neppure il più importante, una delle sue molteplici manifestazioni, poiché dio del vino, della coltura della vite presso i Greci (per Etruschi e Quiriti invece era Giano) e dell’ebbrezza che dal vino ne deriva: la droga dell’antichità. L’uomo mediocre ha sempre avuto necessità di droghe per affrontare il quotidiano anzi, per estraniarsi dalla vita quotidiana.

Dioniso, non a caso, era il dio non gradito sull’Olimpo e si aggirava tra gli umani sul suo carro trainato da tigri feroci, in un corteo interminabile di donne in calore, le Baccanti, e ninfe isteriche, le Menadi antesignane di tutte le masche, tanto belle quanto invasate. E Dioniso aveva per compagna Arianna: la coscienza che Teseo aveva abbandonato sull’isola di Nasso dopo aver ucciso la bestialità umana in un labirinto. Arianna, cretese, costituisce l’allegoria perfetta della fine storica del matriarcalismo minoico e dell’avvento del patrialcalismo miceneo: matriarcalismo peraltro recuperato da Dioniso tramite le Baccanti e la Menadi e mai dissoltosi nella civiltà occidentale, a differenza dell’Islamismo.

Dioniso, in realtà, è tutto! La forza arcana che induce il germoglio a germogliare, la gemma a sbocciare e l’intima essenza maschile a inturgidirsi. La linfa vitale che scorre sotterranea in Mater Tellus, dea Natura, che rigenera il mondo a ogni primavera e rinnova l’umanità di generazione in generazione. È l’arcano del pianeta Terra!

Dioniso è l’inconscio di Jung che si contrappone all’Io di Freud, ma non allude soltanto alla contrapposizione tra istinto e razionalità, bensì la loro sintesi e il loro equilibro. È il simbolo della divinità arcaica presente nell’irrazionale umano, la nostra essenza più profonda, primitiva e divina al tempo stesso, dove tutto si compenetra e ribolle. La rappresentazione più pura e genuina dell’essere umano che dopo Copernico non è più al centro del mondo, dell’universo, e dopo Darwin non è neppure più figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza, immerso totalmente nel mondo e nel suo divenire.



Ma Dioniso è molto di più: è il segreto degli antichi riti orfici, la goccia apollinea in un cervello che per i tre quarti è lo stesso dello scarafaggio, del coccodrillo, della vipera, del toro come ha dimostrato la scienza. Da questa contrapposizione, che tale non è, trasse origine il concetto di anima.  

Nella Teogonia di Esiodo, il libro probabilmente più antico della nostra civiltà, antecedente all’Iliade di Omero e incommensurabilmente superiore, Dioniso è uno dei tanti peccatucci pornografici di Zeus che per la gestazione lo nasconde addirittura in una sua coscia per occultarlo a Giunone, moglie gelosa e abbondantemente cornificata. È il dio bambino che nessuno vuole alla mensa degli Dei sull’Olimpo perché troppo vivace, dispettoso, selvaggio e birichino.  Quando deflagra la ribellione dei Titani, alimentata da Gea, la Grande Madre, la Terra (estrema reazione del matriarcalismo di fronte al trionfo del patriarcalismo) tutti gli Dei scappano vigliacchi per nascondersi dove possono, inseguiti dal terribile Tifone, ma Dionisio bambino si attarda.

A questo punto mi sia concessa una parentesi: dove si nasconde Afrodite, dea della bellezza, con il figlio Eros, dio dell’amore tra le braccia? Nei canneti dell’Eufrate, in prossimità della foce, dove un tempo vivevano i Sumeri, il cuore della nostra civiltà oggi ridotto a luogo tristissimo. Afrodite con il suo bambino in braccio esattamente come l’egiziana Iside con il figlio Hors, Cibele con il nipotino Attis, la Madonna con Gesù Bambino. Cibele era nera, originariamente un meteorite come alla Mecca, e anche Iside a volte era nera come la fertilissima terra dell’Egitto e tuttora molte sono le Madonne nere. L’inconscio collettivo di Jung è una realtà, eccome se è una realtà!

Quel giorno Afrodite con Horus tra le braccia stava per essere raggiunta dal terrificante Tifone dall’olfatto sensibilissimo, quando fu salvata da due pesci, forse una coppia di delfini, inviatale provvidenzialmente da mamma Gea: gli stessi pesci che, assurti a costellazione in cielo, chiudono la stagione invernale e preannunciano il ritorno sulla terra di Persefone, la primavera, simbolo di ciclicità cosmica. Afrodite era figlia di Urano e Gea, nata dallo sperma di Urano che stillava in mare dopo essere stato evirato da Crono… per questo, non dimentichiamolo, era la dea più antica sull’Olimpo, zia di tutti gli altri dei. Un dettaglio non trascurabile in merito al matriarcalismo originario.  


Ma torniamo a Dioniso che si distrae nella più sconvolgente guerra di tutti i tempi. Per quale motivo si distrae? Nel fuggi fuggi generale Giunone gli dona uno specchietto in cui ammirarsi vanitoso e un sonaglio per trastullarsi, nella speranza che i Titani lo raggiungano. Il modo migliore per disfarsi di quella sgradita presenza, frutto di uno dei tanti tradimenti del marito montone fedifrago. E così accade! I Titani arrivano e lo sbranano letteralmente, mangiandoselo in un sol boccone dopo esserselo diviso sanguinante. Ma proprio in quel momento ha inizio la riscossa di Zeus - Giove spalleggiato dalla figlia Atena - Minerva: la sapienza contrapposta alla brutalità dei Titani o, se si preferisce, al recinto dei maiali di Circe grande quanto l’intero pianeta: “Fatti non foste a viver come bruti ma per perseguir virtute e canoscenza!” (Dante, Inferno). Per favore, cercate sulla moneta da un Dollaro la civetta simbolo di Atena, quasi invisibile, ma vi assicuro che c’è! Fuoco fuochino in alto a destra al numero 1 vicino, in alto a sinistra sul bordo. La civetta cara agli Ateniesi che l’esponevano fieri sulle loro monete, trasformata in messaggera di morte dalle ombre peggiori del Medioevo tendenti ad occultare la luce antica. La civetta onnipresente nei quadri di Hieronymus Bosch, a volte palese altre volte nascosta.

Per la verità il mito è sottile: a vincere i terrificanti Titani non furono tanto le saette di Zeus quanto le urla ancor più terrificanti di Pan: il dio al quale s’ispireranno i preti del Medioevo per raffigurare Satana, più caprino che umano. Un dio nato dell’amore adulterino di Penelope, moglie di Ulisse, quella della tela, con il dio Hermes, dopo essere stata cacciata di casa da Ulisse tornato alla pietrosa Itaca.  Penelope, nel mito più antico, precedente a Omero, fu complice dei Proci, grandissima meretrice opportunista.  Per questo motivo Ulisse non visse felice e contento, ma riprende sconsolato il mare per fare la fine descritta da Dante.

Occorre tornare a Dioniso e alla sua storia. Le urla altissime di Pan attestano che anche nella bestialità c’è un limite: est modus in rebus, sempre! I Titani, subito dopo essersi gustati quel dio bambino, spaventati e distratti dalle tremende urla di Pan, sono inceneriti dai fulmini di Zeus mentre Atena, l’intelligenza, subito accorre per cercare qualcosa del fratellino tra quelle ceneri ancora fumanti. Ne trova soltanto il cuore palpitante.

Meditate gente, meditate! Il cuore sanguinante di Gesù? E, visto che ci siamo, a cosa rimanda il rito più sacro del cristianesimo: l’eucaristia? Al grano e all’uva, al pane e al vino: a Mater Tellus ovvero Demetra e a Dioniso, l’essenza dei misteriosi e antichissimi riti eleusini. Al termine del viaggio negli Inferi eccoli sulla porta del cielo, a riveder le stelle, nel gesto di offrire pane e vino all’iniziato, che non è più profano. Dante li trasformerà, dopo il viaggio nel fuoco dell’Inferno e nella terra del Purgatorio, e dopo la purificazione di Matelda con le acque nel Paradiso Terrestre, XIV carta dei Tarocchi, non a caso dopo la Morte, in Beatrice e san Bernardo nel viaggio attraverso l’aria, in direzione dell’Empireo. San Bernardo, colui che forgiò l’Ordine dei Templari con “l’elogio alla nuova cavalleria” …

     Dioniso e Demetra

Ma la storia di Dioniso non è finita: ora viene il bello! Ecco arrivare la bisnonna Gea, responsabile di tutto quel casino e già pentita, come poco prima con Afrodite e Horus tra i canneti. Gea, ovvero Madre Terra, prontamente ricompone Dioniso utilizzando le ceneri ancora fumanti dei Titani inserendoci quanto è rimasto del dio: il suo cuore palpitante. Ed ecco la perfetta rappresentazione dell’essere umano: la perfida cenere dei Titani con un cuore divino, goccia apollinea che tende a spegnersi se non costantemente ravvivata, come Lucignolo (la luce che si spegne) che diventa ciuco nella favola di Pinocchio.

C’è qualche differenza con il primo uomo della Genesi, forgiato dal fango peggiore per essere ravviato dall’alito di Dio? L’immagine di Dioniso descritta nei riti orfici: ceneri di Titani e pulsante cuore divino, è la più antica raffigurazione dell’anima contrapposta al corpo, alla quale attinse in seguito Platone. Il cuore di Dioniso partecipe dell’anima mundi: quell’alito divino, pneuma, che nella Grecia antica nessuno si sognava di chiamare dio: non per ignoranza, ma per saggezza!


Forse val la pena ricordare che, secondo Freud, l’io e il superio, il cuore apollineo e le ceneri dei Titani entrano in conflitto ad ogni nostro risveglio…