TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 giugno 2017

I luoghi dell’aldilà. Storia del Limbo

    S. Bernardino (Albenga) Il Limbo e la porta dell'Inferno

Storia di un «settore intermedio» e delle sue implicazioni dogmatiche, teologiche, culturali e sociali. E la sua iconografia.

Salvatore Settis

I luoghi dell’aldilà. Benvenuti nel Limbo


È possibile fare la storia del paradiso o dell’inferno, luoghi che si suppongono ab aeterno e in aeternum immutabili? Per un cristiano almeno, è possibile: perché la Redenzione è un colpo di spada che taglia in due l’intera vicenda del genere umano, e il Dio che s’incarna e s’immola sulla Croce innesca una nuova demografia dell’aldilà. Primo iscritto all’anagrafe del Paradiso cristiano è il Buon Ladrone (Dismas secondo gli Apocrifi), dato che nel Vangelo di Luca Gesù gli dice «In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso».

Ma se fu la morte e la resurrezione del Cristo ad aprire le porte del paradiso, quale era stato il destino dei profeti dell’Antico Testamento? E dove mai saranno andati a finire gli antichi pagani che non poterono esser redenti? Che destino avranno i bambini che muoiono prima di ricevere il battesimo? A dirigere il traffico delle anime nell’oltretomba ci vogliono regole sicure, e dove la Bibbia tace ci pensano i fedeli.

Nasce così un’immaginosa topografia di luoghi intermedi, il Purgatorio e il Limbo, che per essere meno codificati meglio si prestano al racconto storico, all’analisi in termini di storia sociale. A raccontare La nascita del Purgatorio, si sa, ci ha pensato Le Goff in un libro famoso (1981), che però lasciava al margine la questione del Limbo.

Un tema tornato di prepotenza sulla scena della dottrina cattolica con un documento di Benedetto XVI del gennaio 2007, che chiude una volta per tutte «l’ipotesi teologica del Limbo». Il poderoso studio di Chiara Franceschini affronta ora la storia del Limbo, la sua iconografia, le implicazioni dogmatiche e teologiche della discussione sul tema, i suoi molteplici significati religiosi, culturali e sociali.


Maneggiando con sapienza e con grazia una documentazione impressionante per varietà e per mole, Franceschini (ottima studiosa italiana i cui meriti sono stati riconosciuti con una cattedra all’università di Monaco di Baviera) intende la storia del Limbo come un terrain vague che si presta a incrociare con inconsueta intensità tre filoni troppo spesso disgiunti: la storia delle credenze, quella delle rappresentazioni e la codificazione dottrinale. La Chiesa romana fu a lungo «refrattaria a pronunciarsi chiaramente riguardo al destino dell’umanità non battezzata ma innocente, un’umanità il cui statuto divenne così residuale».

Ogni lettore di Dante ricorderà con emozione il IV canto dell’Inferno, dove «gente di molto valore / conobbi che ’n quel limbo eran sospesi», anime che vivendo «sanza speme ... in disio» «sembianza avean né trista né lieta». Senza colpa ma senza battesimo, il Paradiso era loro precluso: ma dove altro avrebbe potuto stare lo stesso Virgilio, i poeti suoi compagni da Omero a Ovidio, gli «spiriti magni» da Cesare ad Aristotele, da Avicenna al Saladino? Il Limbo di Dante è «un nobile castello / sette volte cerchiato d’alte mura», immagine squisitamente cortese col suo debito paesaggio terreno, «un bel fiumicello» e «un prato di fresca verdura»: l’estensione nell’aldilà di una vita spirituale mondana, anche se ferita dalla mancata visione di Dio. Una concezione che offriva una risposta “naturale” alla suprema ingiustizia di una vita immacolata, ma senza retribuzione eterna.

Franceschini insiste giustamente sulla «debolezza sistematica» del discorso dottrinale sul destino dei morti innocenti: e sullo sfondo di questa secolare incertezza si dispiega la sua esplorazione delle credenze e delle rappresentazioni figurate del Limbo, qui indagate come mai prima si era fatto. Perfino Dante esita, menzionando appena gli infanti nella sua lunga descrizione del Limbo in Inferno, IV, e mettendo invece in primo piano nel canto di Sordello (Purgatorio, VII) i «pargoli innocenti / dai denti morsi della morte avante / che fosser da l’umana colpa esenti», cioè prima del battesimo.

A questa divergenza interna si annodano alcune fra le più antiche immagini del Limbo, come la grotta affollata di bambini miniata da Francesco Traini a illustrare il commento di Guido da Pisa alla Commedia in un codice di Chantilly (1335-40) e l’assemblea degli spiriti magni in un manoscritto di Altona un po’ più tardo.

Uno dei capitoli più intensi e convincenti del libro analizza questi ed altri passi di Dante, per esempio quello in cui Traiano e il troiano Rifeo sono collocati senz’altro in Paradiso; o l’ardua collatio, di sapore scolastico, di Paradiso, XIX, dove la voce corale dell’Aquila «che nel dolce frui / liete facevan l’anime conserte» condanna il dubbio radicale di Dante. «Ché tu dicevi: un uom nasce a la riva / de l’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo (...). Muore non battezzato e senza fede: / ov’è questa giustizia, che ’l condanna?».

    San Bernardino (Triora) Il Limbo

In questo libro, le voci altissime come quella di Dante s’intrecciano con testi ed episodi “minori” che però le illuminano di luce nuova. Sul versante figurativo spicca Michelangelo, in alcune belle pagine sul Tondo Doni, a cui l’Autrice aveva già dedicato un articolo accolto dal «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes» (2010), e subito premiato da Harvard Center for Renaissance Studies come il miglior articolo di storia dell’arte dell’anno.

Nel famoso dipinto (1506-7), è difficile capire che cosa ci stiano a fare i cinque ignudi sullo sfondo. Furono davvero dipinti solo «per mostrar l’arte sua esser grandissima» (Vasari)? Non saranno invece angeli senza ali, o allusioni all’antichità pagana, o all’umanità ante legem? O ha ragione chi li considera una «biasimevol licenza» dell’artista, che toglie valore alla composizione? Franceschini segue un’altra strada: valorizzando le difficoltà interpretative emerse dalla storia degli studi, propone di leggere il Tondo alla doppia luce della sua commissione e del genere a cui appartiene, il tondo devozionale (illuminante, fra gli altri, il confronto con la Madonna Medici di Luca Signorelli).

Dipinto dopo le nozze tra Agnolo Doni e Maddalena Strozzi (i loro stemmi s’intrecciano negli intagli della cornice), il quadro di Michelangelo allude alla sorte dei loro figli, almeno quattro, «morti subito dopo la nascita, e tutti battezzati Giovanni Battista». Rappresentati in età adulta, perché secondo una diffusa credenza alle anime dei bimbi «morti nel corpo de la madre si accrescerà la statura tanto quanto fussero morti di 33 anni» (Gilio), gli ignudi dello sfondo, scrive Franceschini, possono perciò «rappresentare una consolante e salvifica prefigurazione della terra luminosa “ben purgata” e “glorificata” dove i morti senza battesimo, una volta risorti, potranno comunque godere dei beni naturali in eterno».

Organizzata in sequenza cronologica ma richiamando spesso le grandi e ricorrenti questioni teologiche e sociali di fondo (in particolare la natura della giustizia divina), la Storia del Limbo di Chiara Franceschini è ricca di medaglioni come questo, squarci vivacissimi e ricchi di interesse anche umano in una vicenda millenaria. Essa si aggancia ormai, com’era fatale, alle dispute intorno all’aborto, condannato dalla Chiesa romana.

Forse per questo, come dichiara il documento papale del 2007, nell’aldilà non può più aver posto «un destino intermedio e naturale, guadagnatoci dalla grazia di Cristo» come il Limbo. «Nonostante sia concepibile un ordine puramente naturale, di fatto nessuna esistenza umana viene mai vissuta in un tale ordine. L’ordine attuale è soprannaturale, e dal primissimo momento in cui ha inizio ogni vita umana ci vengono aperti canali di grazia».

Meglio dunque, semmai, garantire anche nei casi più difficili che la gravidanza non venga interrotta: perciò il miracolo che consentì la beatificazione di Paolo VI, il papa della Humanae Vitae, fu la guarigione di un feto in California (2014), ed è in attesa di conferma un suo secondo e simile miracolo, stavolta in Italia, annunciato dal Corriere (31 marzo). «Può accadere che i feti periclitanti vengano salvati per miracolo, ma un destino naturale, intermedio e buono, non ordinato dalla Chiesa, non può esistere» (Franceschini). Chiuse per sempre le porte del Limbo, era davvero tempo di tracciarne la storia.


Il Sole 24Ore – 25 giugno 2017