TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 27 giugno 2017

Il corpo e le sue ombre



Da sempre c’è chi crede (anche in medicina, purtroppo) alla divisione tra il corpo e la mente. Operazione rischiosa come dimostrano i fenomeni di rifiuto del corpo: misticismo ieri, anoressia e chirurgia plastica oggi.

Francesco Monticini

Quant’è sottile la linea rossa che separa corpo e mente


Nel celebre dramma “Riccardo III” di Shakespeare, il malvagio e deforme duca di Gloucester, futuro re d’Inghilterra, è descritto “spiare” la sagoma del proprio corpo al primo sole di primavera. Un’immagine che viene alla mente scorrendo il titolo dell’ultimo saggio di Massimo Cuzzolaro, “Il corpo e le sue ombre”, edito da Il Mulino: un viaggio nell’incerto e sfuggente confine fra il corpo e la sua immagine, tra l’intellettualità e la materia. Con un approccio che alla psichiatria unisce suggestioni tratte dalla filosofia, dalla letteratura, dal cinema.

Il punto di partenza è etimologico e muove dalla riflessione che Husserl dedicò alla tripartizione lessicale offerta dalla lingua tedesca. Si può infatti parlare di “Körper”, vale a dire di corpo-che-ho, di corpo-macchina, presupponendo l’io come entità distinta; oppure di “Leib”, ovvero di corpo-che-sono, dove l’io coincide pienamente con il dato fisico; infine, di “Leiche”, cioè di cadavere, di corpo-morto.

La questione si fa complessa, e interessante, quando si tratta di capire di quale corpo stiamo parlando. Se infatti l’autoconsapevolezza (so che sono) è proprietà di ogni essere umano e anche di alcuni animali, si crea una moltiplicazione al livello dell’autocoscienza (so chi sono), che presuppone un possesso d’identità. Io sono il mio corpo o sono cosa altra rispetto a lui? Se si propende per la seconda soluzione, si deve necessariamente ricorrere a un concetto astratto che assomigli all’anima. Come ricordato da Cuzzolaro, non è mancato chi, agli inizi del Novecento, ha tentato di annotarne l’entità calcolando la differenza di peso di una persona al momento del trapasso (i famosi ventuno grammi).



Se non c’è coincidenza tra res cogitans e res extensa, benché collegate in una qualche ghiandola pineale di cartesiana memoria, si apre la via alla dualità. E a fenomeni di sdoppiamento. Nei primi anni del Quinto secolo della nostra era, il filosofo neoplatonico Sinesio descriveva un’esperienza di dissociazione. Intento a redarre un trattato dedicato ai sogni, l’autore racconta di essersi sentito come estraneo ed esterno a se stesso e di essersi osservato scrivere. Il suo corpo dunque, ma non il suo io, metteva in ordine quelle parole. L’individualità era nel Sinesio che stava a guardare, non in quello fisico che stava scrivendo.

Un processo psicologico simile si riscontra nella patologia dell’anoressia nervosa. Cuzzolaro cita il caso esemplare di Nadia, ragazza affidata alle cure di Pierre Janet agli inizi del secolo scorso. «Si nutriva pochissimo perché aveva una terribile paura d’ingrassare. [...] Non le dispiacevano le persone molto grasse, ma lei voleva essere sottile e pallida perché solo questo sembiante era in armonia con il suo carattere. [...] Aveva preso l’abitudine di dissimulare il suo sesso e di cercare di sembrare un giovane studente. Ma quando Janet le chiese se aveva mai desiderato di essere un uomo, rispose che avrebbe voluto essere “senza alcun sesso”, anzi, “senza alcun corpo”».

È evidente lo sdoppiamento: il corpo cui alludeva Nadia era il Körperding, il corpo-oggetto. Casi di anoressia e mortificazione fisica ricorrono a ben vedere anche nelle biografie di molte sante occidentali del basso medioevo, basti pensare a Chiara da Montefalco, Caterina da Siena, poco più tardi Teresa d’Avila. Quest’ultima è ricordata per aver fatto uso di un ramoscello di ulivo per espellere tutto quello che aveva ingerito ed essere così pronta ad accogliere la comunione. D’altronde, molto spesso all’epoca l’unica via di affermazione sociale per una donna passava dalla rinuncia al proprio corpo, quello stesso corpo che, per una sorta di ironico contrappasso, sarebbe stato nei secoli idolatrato sotto forma di reliquia.


Eppure, nella Costantinopoli del XIV secolo Gregorio Palamas, strenuo difensore della preghiera mistica praticata dai monaci del monte Athos, passata alla storia con il nome di esicasmo, scriveva che «mettere l’intelletto fuori non dal pensiero del corpo, ma dal corpo stesso, [...] è il più forte degli errori greci e la radice e la fonte d’ogni opinione erronea ». Con queste parole egli intendeva recuperare la visione più propriamente cristiana del corpo, quella neotestamentaria della divinità incarnata, a discapito della speculazione neoplatonica che lo riduceva a mera tomba dell’anima.

La concezione di Körperding trova oggi una sua rinnovata applicazione nella società dei consumi. Si tende a parlare addirittura di corps-brouillon, di “corpo-bozza”, da ritoccare per mezzo di molteplici interventi di chirurgia estetica, anche in condizioni di perfetta salute. Altrettanto, negli studi neurologici si continua a cercare il “sostrato” del pensiero, delle emozioni, delle percezioni, delle patologie mentali, con il forte rischio, però, di scivolare di nuovo in una qualche forma di dualismo.

Il sospetto è che il corpo-oggetto sia figlio concettuale del corpo- morto. In altri termini, che la separazione di intelletto e materia sia stata operazione di chi desiderava ridonare la vita al cadavere. I tempi della decomposizione, in effetti, danno l’illusione che il nostro corpo sia solo un involucro e che l’io risieda altrove. Ma se è così, non possiamo forse spiegare ogni dualità, ogni forma di sdoppiamento, come una sorta di antidoto allo spavento supremo, quello della morte – definitiva e irrimediabile – dell’individuo? Un antidoto che può avere il prezzo della patologia.

Se infatti riuscissimo a cogliere che è il nostro stesso corpo a perdersi nel Bello e nel Sublime, secondo la celebre Critica di Kant, non diverremmo finalmente in grado di passare dall’“afferrar-lo” all’“afferrar-ci”? Tanto più che non dovrebbe ormai turbare la concezione della nostra identità profonda come res extensa, dopo che da oltre un secolo si parla di inconscio.

È auspicabile allora che il concorso di tante discipline diverse, dalla filosofia alla psichiatria, dalla letteratura alla neurologia, sulla scia di Cuzzolaro, ci aiuti a descrivere nella maniera più convincente quella labile linea di demarcazione posta fra mente e cellule, tra sinapsi e riflessione, fino al punto di dimostrare, forse, la sua inesistenza.


La Repubblica – 27 giugno 2017