TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 13 giugno 2017

La caduta del Duce. Il giallo del Gran Consiglio


L'Italia è davvero il paese dei misteri. A partire dalla caduta del Duce. Troppi verbali postumi rimettono in discussione il resoconto di quella notte drammatica del ’43. Di sicuro rimane solo il voto finale.

Emilio Gentile

La caduta del duce. Il giallo del Gran Consiglio


La recente acquisizione di carte di Luigi Federzoni, uno dei più autorevoli protagonisti del regime fascista, da parte della Direzione Generale Archivi, è un evento di grande importanza, perché quasi tutti i documenti riguardano la seduta del Gran Consiglio del fascismo a Palazzo Venezia, iniziata alle 17 del 24 luglio 1943 e terminata alle 2.30 del 25 luglio. Per volontà del duce, non fu redatto un verbale ufficiale della seduta. Il Gran Consiglio era stato creato da Mussolini dopo l’ascesa al potere, alla fine del 1922, e nel 1929 fu da lui trasformato nel supremo organo costituzionale dello Stato monarchico e fascista.

Dopo dieci ore di discorsi e polemiche, 19 gerarchi su 28 votarono un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, nel quale il Gran Consiglio dichiarava necessario «l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali»; e invitava «il Governo a pregare la Maestà del Re» a riassumere «l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria», che il re aveva delegato al duce al momento dell’intervento italiano nella Seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940.


In seguito all’approvazione dell’o.d.g. Grandi, il re dimise Mussolini da capo del governo, nominò al suo posto il generale Pietro Badoglio, e fece arrestare l’ex duce. Fu la fine del regime fascista. Il fascismo, disse Badoglio il 18 ottobre 1943 in un discorso ad alcuni ufficiali, «non è stato rovesciato da noi: da Sua Maestà o da me», ma «lo hanno abbattuto gli stessi componenti del Gran Consiglio».

La memorialistica e la storiografia hanno scritto molto sull’ultima seduta del Gran Consiglio. Ora, la documentazione inedita acquisita dalla Direzione Generale Archivi apre la strada a nuovi interrogativi su quanto effettivamente fu detto nell’ultima seduta soprattutto da Grandi, da Federzoni e dagli altri 17 gerarchi, che per la prima volta, dopo un ventennio di incarichi autorevoli e prestigiosi sotto il comando del duce, osarono negargli la loro fiducia, giudicandolo responsabile della degenerazione totalitaria del regime fascista.

Un ampio resoconto dalla seduta fu pubblicato nel 1967 da Federzoni in appendice al libro di memorie Italia di ieri per la storia di domani. Il resoconto era preceduto da queste parole: «Durante l’ultima seduta del Gran Consiglio, per antica abitudine di giornalista, ebbi cura di prender nota particolareggiata di ciascun intervento. Nei giorni immediatamente seguenti la riunione completai questo resoconto con l’animo di chi sente di adempiere un preciso dovere». Il testo, in 46 pagine a stampa, riportava fedelmente, secondo quanto asserito da Federzoni, quel che Mussolini e gli altri gerarchi dissero nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943.

Nei decenni precedenti alcuni protagonisti dell’ultima seduta del Gran Consiglio avevano pubblicato già i loro resoconti. Aveva cominciato Mussolini, nell’agosto 1944, col libro Storia di un anno, dando la sua versione degli interventi suoi e dei gerarchi che parlarono a favore e contro l’o.d.g Grandi. Dopo il 1945, altri resoconti furono pubblicati da vari membri del Gran Consiglio, ciascuno proponendo una sua versione degli interventi. Nel 1946, Federzoni pubblicò un racconto sommario dell’ultima seduta, come anticipazione di un libro intitolato Memorie di un condannato a morte, che rimase inedito, e fu poi rifuso nel libro del 1967.


Del resoconto sul Gran Consiglio pubblicato in questo libro, c’è una versione in 71 cartelle dattiloscritte, conservata nel Fondo Luigi Federzoni dell’Archivio Storico Istituto Enciclopedia Italiana. È una versione ben più ampia del testo del 1967, con molte cancellature e rifacimenti manoscritti dello stesso Federzoni.

Tuttavia, da testimonianze di altri firmatari dell’o.d.g. Grandi, risulta che Federzoni non fu l’unico estensore del verbale che lui sosteneva di aver compilato nei giorni successivi al 25 luglio sulla base di note particolareggiate prese durante la seduta. Infatti, in un libro sul 25 luglio, scritto nel 1944 ma pubblicato solo nel 1983, Grandi afferma di aver parlato a braccio «cioè senza l’ausilio di note od appunti», ma di avere poi dettato il testo dei suoi interventi alla sua segretaria, la mattina del 25 luglio, su richiesta di Federzoni: «La copia dattiloscritta – scrive Grandi – venne da me personalmente rimessa a Federzoni poche ore dopo, perché la inserisse nel verbale della seduta, come da noi convenuto».

Inoltre, nel diario di Giuseppe Bottai, pubblicato nel 1982, alla data dell’8 agosto 1943, si legge: «fu domenica 25 alle ore otto di sera che rientrai da casa Federzoni, ove avevamo su note “verbalizzato” la seduta della notte». Anche Bottai aveva fatto nel suo diario un resoconto della seduta del Gran Consiglio, in parte pubblicato nel 1949 nel libro di memorie Vent’anni e un giorno. Infine, la figlia di Federzoni, Elena, ricorda nelle sue memorie inedite che il 25 luglio «quasi tutti i diciannove firmatari dell’ordine del giorno Grandi vennero a casa nostra a Roma per stendere il verbale della seduta».

Queste testimonianze provano che per compilare il resoconto pubblicato nel 1967, Federzoni non si avvalse solo delle sue note, ma ebbe la personale collaborazione di altri gerarchi. Fra le carte acquisite dalla Direzione Generale Archivi, vi sono infatti testi manoscritti di interventi di altri firmatari dell’o.d.g. Grandi, quasi letteralmente riprodotti nel resoconto del 1967. Ma altri documenti ancora, compresi nelle carte di Federzoni, fanno dubitare che il resoconto del 1967 sia stato effettivamente compilato poco dopo il 25 luglio.


Innanzi tutto, fra i nuovi documenti, vi sono due differenti verbali della seduta. Uno consiste in otto fogli, scritti da Federzoni: sono, quasi certamente, gli appunti da lui scritti durante la seduta, ma sono molto succinti, anche una sola parola , e non una «nota particolareggiata» degli interventi. L’altro verbale, più dettagliato, consiste in 22 fogli manoscritti, con grafia diversa da quella di Federzoni: si tratta, molto probabilmente, della «verbalizzazione» fatta in casa sua nella giornata del 25 luglio, ma non coincide con il testo del 1967 perché è molto più lacunoso.

Altri due documenti della recente acquisizione inducono a pensare che il resoconto del 1967 non sia stato compilato da Federzoni nel luglio 1943, bensì una decina di anni dopo. Il 22 aprile 1956, Federzoni scriveva a Grandi che intendeva pubblicare «un libercolo» scritto durante l’occupazione tedesca, contenente un «diffuso e esatto verbale della famosa seduta», nel quale però «si deplora una sola lacuna, ma gravissima: manca il riassunto del tuo discorso illustrativo del tuo ordine del giorno».

Grandi gli rispondeva il 26 giugno: «Ti accludo il testo del mio discorso pronunciato in Gran Consiglio il 25 luglio 1943, nonché il testo di un mio secondo “intervento” successivo nella discussione». Anche Alfredo De Marsico, altro firmatario dell’ o.d.g. Grandi, su richiesta di Federzoni inviò il testo del suo intervento l’11 giugno 1956.

I testi inviati da Grandi e da De Marsico nel 1956 sono riprodotti quasi interamente nel resoconto del 1967. È quindi plausibile concludere che questo resoconto non sia stato compilato nel luglio del 1943 bensì nel giugno del 1956 o successivamente.

Una così stridente discordanza fra le diverse versioni e le diverse date in cui furono redatte, ripropone alla storiografia quesiti molto rilevanti sull’ultima seduta del Gran Consiglio. L’unica cosa certa è il risultato della votazione finale. Ma i nuovi documenti sollecitano nuove indagini e nuove riflessioni, per cercare di conoscere come sono andate effettivamente le cose in Gran Consiglio, nella notte il 24 e il 25 luglio 1943, quando avvenne il suicidio del regime fascista.

Il Sole 24Ore – 28 maggio 2017