TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 28 giugno 2017

Luigi Pirandello: grandezza e limiti



Nel 2000 Time ha scelto i Sei personaggi come migliore pièce del ’900. Oggi è con Shakespeare il più rappresentato in Italia. Un personaggio non privo di ambiguità, come testimonia la sua molto opportunistica adesione al fascismo.

Masolino D’Amico

Dalle contestazioni violente alla celebrazione mondiale

Per salutare l’anno 2000 la rivista americana Time tracciò alcuni bilanci del secolo precedente, e come miglior pièce teatrale del ’900 scelse I sei personaggi in cerca d’autore. Con questa motivazione: «Realizza le principali preoccupazioni del secolo circa la vita e l’arte: la condizione esistenziale dell’uomo, la linea tra illusione e realtà». Ottant’anni prima, al debutto romano il capolavoro di Luigi Pirandello aveva provocato contrasti violenti, addirittura scazzottate in strada tra ammiratori e avversari, e aveva avuto tre sole repliche.

Le cose andarono meglio con la ripresa di Milano; in ogni caso, la risonanza oltralpe fu quasi subito impressionante. A Londra, è vero, il Lord Censore lo vietò e lo si dovette allestire in un club privato. Ma l’edizione parigina di Georges Pitoeff fu osannata dalla critica e batté il record di incassi; quella di New York ebbe 134 repliche consecutive, e fu seguita da una versione in yiddish. Da allora in poi Pirandello incontrò all’estero più attenzione che nel suo Paese, al punto che si trasferì per un lungo periodo in Germania e poi a Parigi. Alcuni suoi lavori debuttarono in terra straniera, e il cinema inglese e americano lo corteggiarono spesso, specie dopo l’avvento del sonoro, anche se con pochi risultati davvero soddisfacenti (se vi par poco un Come tu mi vuoi con Greta Garbo e Erich Von Stroheim). Nel 1934 il premio Nobel sancì una reputazione mondiale indiscussa.



Audacia innovativa

A parte l’audacia innovativa del suo teatro, audacia che non si compendia certo nella rottura della barriera tra spettatori e pubblico nei Sei personaggi, è probabile anche che Pirandello rendesse di più in traduzione, almeno agli orecchi del pubblico di allora. Che da noi era sintonizzato sulla magniloquenza dannunziana, ovvero sulla prosa d’arte, e non trovava ammirevole la secchezza di un autore così concreto nell’espressione come sfuggente nei concetti.

Oggi è il contrario, dagli anni 1960 in poi Pirandello è, con Shakespeare, il drammaturgo più eseguito in Italia. Prima di dedicarsi al teatro, dove giunse in età relativamente avanzata, aveva scritto parecchio, anche un bestseller, il romanzo Il fu Mattia Pascal, ristampato ininterrottamente da allora (1904): libro che la critica ufficiale prese sottogamba. Inoltre l’uomo di Girgenti aveva prodotto, sempre senza ostentazioni di eleganza formale, decine e decine di racconti nella tradizione del suo predecessore Giovanni Verga (che fu tra i suoi primi estimatori), impressionanti per varietà di temi e personaggi di tutte le età e condizioni sociali, vivacissima commedia umana dalla quale avrebbe poi tratto spunti per il suo teatro. Al quale arrivò quando negli anni 1910 l’amico Nino Martoglio gli chiese qualcosa per una sala che dirigeva, e per il quale si scoprì subito un talento anche di attore - famose le sue letture alle compagnie - e di manager.

    Accademico d'Italia (1929)

Mal sopportato dal Duce

Gli oltre quaranta testi che firmò spaziano in più generi, tra cui la farsa, anche gustosissima (L’uomo, la bestia e la virtù) e l’idillio paesano in dialetto (Liolà). Ma quelli che meglio lo caratterizzano trattano casi umani fondati sull’impossibilità di raggiungere una verità soddisfacente per tutti. Per Pirandello le persone non «sono», ma «recitano» una parte, e la società non consente loro di uscirne. Quando una comunità si coalizza per costringere una sconosciuta a rivelare chi sia - Così è (se vi pare) -, ella risponde: «Io sono colei che mi si crede».

Audace nella costruzione, con primi atti in cui spesso, diversamente dalla consuetudine, non solo non si chiarisce la situazione ma si confondono le acque, Pirandello si fece una fama di causidico, di cavillatore. Benedetto Croce non lo prese sul serio come pensatore, dal che secondo alcuni il suo clamoroso voltafaccia al Manifesto degli intellettuali e l’adesione al Fascio subito dopo il delitto Matteotti. Da quel gesto Pirandello si aspettava che il regime aiutasse finanziariamente le compagnie teatrali che fondò, ma non ottenne mai altro che promesse. Del resto la sua sconsolata visione di un mondo in cui non possono esservi certezze, dell’uomo come creatura in grado di vedere solo entro il raggio del «lanternino» che si porta appresso, non poteva piacere alla fiera e progressista propaganda del regime.


La Stampa – 25 giugno 2017