TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 29 giugno 2017

Moro, le Brigate Rosse e i palestinesi


Che il cosiddetto memoriale Moro fosse incompleto è cosa ormai assodata, confermata in questi giorni dalle dichiarazioni del dirigente palestinese Abu Sharif (FPLP) alla commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro. Ma cosa può aver detto Moro da interessare tanto i palestinesi? Di certo sappiamo che i brigatisti insistettero molto sul tema della NATO e dei traffici d'armi gestiti dai servizi segreti occidentali e che Moro rispose dettagliatamente. Risposte di cui nella parte pubblicata non resta traccia, da qui il sospetto che i brigatisti abbiano usato le dichiarazioni del leader DC come merce di scambio non solo con i palestinesi (e probabilmente i servizi russi), ma anche con lo Stato. Insomma, una sorta di assicurazione sulla vita in caso di sconfitta, che sembrerebbe aver pagato.

Francesca Paci

Ecco perché le Br diedero i verbali di Moro ai palestinesi

Il giorno dopo l’audizione di Bassam Abu Sharif davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulla morte di Aldo Moro, il presidente Giuseppe Fioroni mette in ordine quelle che definisce «importanti novità» per la ricostruzione dell’Italia di quegli anni. Secondo l’ex del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) che Fioroni ha ascoltato per ore, nel 1978 i palestinesi diffidavano delle Brigate Rosse, riferivano all’intelligence di Roma qualsiasi informazione ricevessero circa potenziali attentati in Italia nel quadro dell’impegno unilaterale firmato da George Habash, accoglievano nei loro campi numerosi nostri giovani connazionali disposti a curare i malati ma anche a combattere per la loro causa.

Abu Sharif cita un accordo scritto in cui Habash s’impegnava a risparmiare l’Italia. È la conferma del cosiddetto Lodo Moro?

«Abu Sharif ha ammesso che dopo l’attentato di Fiumicino del 1973 le intelligence italiana e palestinese avviarono una serie di contatti sfociati in un documento unilaterale firmato da George Habash a nome del Fplp e consegnato al colonnello Giovannone affinché lo portasse a Roma. In quella lettera, che Abu Sharif inquadra nella politica estera di Moro centrata allora sui Paesi arabi e sul Mediterraneo, c’è l’impegno a impedire attentati in Italia e a considerarci solo un Paese di transito. Se Abu Sharif ne troverà copia negli archivi del Fplp lo avremo presto in mano».

A chi rispondeva Giovannone?

«Da un punto di vista tecnico al capo dei servizi italiani, il Sismi. Ma sul piano politico era il referente di Moro per la politica estera in Medioriente».

L’Italia sapeva che nel ’78 il Fplp non si fidava più delle Br?

«È la prima volta che viene fatta questa distinzione. Abu Sharif sostiene che nel 1976 il Fplp, allertato dal capo operativo Wadie Haddad, ritiene già da tempo le Br inaffidabili. Haddad intanto ha rotto con il Fplp perché è in dissenso con l’input di Mosca che chiede la fine dei sequestri aerei, ma i contatti sono stretti. E qui c’è un riscontro importante sul caso Moro, perché già nei primi giorni dopo il rapimento il Sismi cerca tra i fuoriusciti palestinesi. In più, a giugno, Giovannone segnala a Roma rapporti tra ex Fplp e BR aggiungendo che i brigatisti hanno fatto avere ad Habash copia delle dichiarazioni di Moro prigioniero per ripristinare collaborazione e assistenza. Significa che Moretti prova a riallacciare con i palestinesi usando le carte che ha».


Riusciranno le Br nell’impresa?

«Anche qui abbiamo riscontri alle affermazioni di Abu Sharif. A noi risultano transiti di armi tra palestinesi, Br e autonomi nel 1979, ma Abu Sharif sostiene che il Fplp non c’entri (di altre sigle non risponde ndr.) e dice che se avesse ricevuto dai propri 007 informazioni di possibili attacchi in Italia lo avrebbe riferito a Roma. In effetti il 17 febbraio 1978 Giovannone avverte i suoi di un attentato in preparazione e Moro ne parla il 15 marzo, la sera prima del sequestro. Inoltre, il 30 marzo 1978 l’allora uomo dell’Olp in Italia Nemer Hammad assicura a Cossiga che sta facendo il possibile e cita Abu Anzeh Saleh, legato al fronte del rifiuto e in contatto con Wadie Haddad. Un mese dopo, il 24 e 25 aprile, Giovannone annuncia un contatto valido con le Br e dice che verrà a Roma. Sapremo poi che Moro in una lettera del 23 aprile menziona la liberazione di un palestinese a Ostia avvenuta via Giovannone e chiede di averlo a Roma, come se sapesse che si è attivato un canale palestinese».

Come si inquadrano in questo scenario gli italiani addestrati nei campi profughi palestinesi?

«È una conferma. A parlarne la prima volta fu l’ex responsabile esteri del Fplp Taysir Qubaa che in un’intervista del 1980 spiegò come non volesse esportare la rivoluzione in Italia ma potesse contare su “compagni” italiani addestrati nei campi per combattere contro i nemici dei palestinesi. Sapevamo di campi in Yemen, Iraq, Siria, Libano ma ora Abu Sharif torna su questi italiani pronti ad aiutare la resistenza palestinese».

Vede un collegamento con i due giornalisti di Paese Sera De Palo e Toni, spariti a Beirut nel 1980?

«La loro storia ruota intorno al traffico di armi che tra il ’78 e il ’79 esisteva intorno ai campi palestinesi. Abu Sharif smentisce che fosse gestito dal Fplp ma a noi risulta che c’era. E sapevamo da alcuni pentiti che i palestinesi affidavano armi alle Br. Ora sappiamo che degli italiani si addestravano lì».


La Stampa – 28 giugno 2017