TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 14 giugno 2017

Quando Pompei parlava greco


Una mostra nel sito archeologico fa rivivere la città pre-romana al centro di un Mediterraneo di scambi e conflitti tra le culture.


Giorgio Ieranò

Quando Pompei parlava greco


Non conosciamo il nome del guerriero etrusco che l’indossava, senz’altro con fierezza, due millenni e mezzo fa. Sappiamo però che l’elmo, dalle acque del Tirreno, finì poi nel santuario di Zeus a Olimpia. Possiamo ancora leggere, incisa nel bronzo, l’iscrizione orgogliosa che ne denuncia l’origine: «Ierone, figlio di Dinomene, e i siracusani dedicarono a Zeus questo bottino etrusco da Cuma». Un trofeo di guerra, dunque, offerto al signore degli dei. Il tiranno di Siracusa Ierone celebrava così la sua vittoria sugli Etruschi nella battaglia navale di Cuma. Era il 474 avanti Cristo.

Sei anni prima, gli Ateniesi avevano affondato i navigli persiani schierando le loro triremi intorno all’isola di Salamina. Ora i Siracusani, dopo avere risalito il Tirreno con la loro flotta, sconfiggevano gli Etruschi in uno scontro altrettanto epico. Oggi è meno famosa, ma la battaglia di Cuma fu celebrata all’epoca quanto quella di Salamina. Persino Pindaro cantò, con parole, come sempre, alate, e non senza enfasi cortigiana, il trionfo di Ierone: «Si è spento il grido di guerra degli Etruschi. Hanno visto mutarsi in pianto la loro arroganza, sulle navi davanti a Cuma. Il principe di Siracusa li ha domati, ha gettato in mare la loro fiorente gioventù, liberando la Grecia dal giogo servile».


Un mondo perduto

L’elmo consacrato da Ierone a Olimpia è il frammento di un mondo perduto. Una testimonianza che ci arriva in diretta da un Mediterraneo in cui le navi greche, etrusche e cartaginesi si sono scontrate furiosamente per decenni. Una partita tra superpotenze, nella quale i popoli indigeni dell’Italia entravano come comprimari. Roma, allora, era ancora poco più di un borgo di pastori: il suo ultimo re, Tarquinio il Superbo, era morto in esilio proprio a Cuma, nel 495 avanti Cristo, alla corte del tiranno greco Aristodemo. E Pompei era un villaggio italico, condannato a subire, a fasi alterne, l’influenza greca o etrusca.

Perché Pompei fu anche greca, molto prima di essere romana. E proprio «Pompei e i Greci» s’intitola la mostra aperta fino al 27 novembre nella Palestra Grande del sito archeologico, con un allestimento firmato dall’architetto Bernard Tschumi (lo stesso al quale si deve, tra l’altro, il progetto del nuovo Museo dell’Acropoli di Atene). Tra altri 600 reperti, spicca appunto l’elmo consacrato a Zeus dal tiranno di Siracusa. L’ha prestato il British Museum di Londra, che lo custodisce dal 1821, quando un ufficiale inglese, dopo averlo trovato tra le rovine di Olimpia, lo regalò al re Giorgio IV. Ora, a Pompei, l’elmo si è ricongiunto a un altro, parte dello stesso trofeo di guerra, che invece era rimasto in Grecia e arriva direttamente dal museo di Olimpia.

La mostra, come scrivono i due curatori, Massimo Osanna e Carlo Rescigno, nel catalogo Electa, vuole «provare a restituire al grande pubblico il rumore degli ingranaggi che facevano funzionare il Mediterraneo tramite reti locali dai confini permeabili, continuamente in contatto, dai nodi mobili e stratificati, in cui le informazioni viaggiano». Era, in effetti, un mondo più complicato e più interconnesso di quanto ci immaginiamo. La mostra racconta una storia mediterranea ricca e frastagliata, che non può essere ridotta, secondo schemi da manuale scolastico, a un passaggio di testimone da Atene a Roma. La stessa biografia di Tarquinio il Superbo, un Etrusco che era nipote di un Greco di Corinto ma regnava sui Romani, dimostra quanto intricato fosse il mosaico dei popoli e delle culture.

Scambi e conflitti, incontri e scontri erano continui e capillari. Si muovevano le persone ma anche le merci, come testimoniano le anfore con i bolli di fabbrica di Rodi o i vasi con iscrizioni etrusche trovati a Pompei. Viaggiavano i miti e le storie. Come quella di Ulisse e le Sirene: mentre Ierone combatteva sul mare, un pittore ateniese la dipingeva su un vaso, ritrovato nell’etrusca Vulci e anch’esso prestato dal British per la mostra. La Grecia, vista da Pompei, erano le colonie, come Ischia e Cuma, fondate fin dall’VIII secolo in Campania. Erano le flotte siracusane che incrociavano nel golfo di Napoli.



Un ideale di raffinatezza

Ma la grecità era anche un ideale, uno stile di vita raffinato a cui le élite locali cercavano di adeguarsi. Anche dopo la conquista sannita, intorno al 420 avanti Cristo, a Pompei, come nel resto d’Italia, gli oggetti greci continuano a essere desiderati e diffusi. Verrà poi il filellenismo dei romani, la smania di copiare e collezionare opere greche.

Nel 79 dopo Cristo su Pompei cala il sipario dell’eruzione. Fino a un attimo prima della catastrofe, Giulio Polibio, un notabile locale discendente da una famiglia di ex schiavi, deve avere guardato con orgoglio lo splendido pezzo di antiquariato che custodiva gelosamente in casa: un lussuoso vaso greco del 460 avanti Cristo con l’ansa modellata in forma di ninfa. L’oggetto, antico già allora, era un simbolo dello status sociale del proprietario. Ora anche questo vaso è esposto in mostra. La lava del Vesuvio l’ha conservato per noi: monumento perenne alle effimere ambizioni di tutti i Giulio Polibio della storia.


La Stampa – 2 giugno 2017