TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 27 giugno 2017

Renzi, Dio e la politica


Quando Renzi apparve sulla scena politica i giornali andarono a caccia di notizie sull'uomo, allora sconosciuto ai più. Il coro delle testimonianze fu unanime (scout e parroci compresi): il personaggio fin da ragazzo era totalmente posseduto da una considerazione smisurata di sé ai limiti del maniacale. Cosa di cui peraltro si compiaceva: «Il mio confessore mi diceva: Matteo, Dio esiste, ma non sei tu, rilassati», ricordò in un'intervista. Non stupisce dunque oggi, di fronte alla crisi evidente della sua politica, il totale rifiuto di Renzi di mettersi in discussione e l'incapacità di imparare dai propri passi falsi. Un limite gravissimo che prepara nuove sconfitte per quello che resta della sinistra.

Stefano Folli

Pd, Renzi è sotto attacco. E ora dimenticare Palazzo Chigi


Come in un infinito psicodramma, nel Pd si cercano risposte senza avere il coraggio di porre le domande. È stata o no una grave sconfitta, quella di domenica? A sentire Renzi le cose non sono andate poi così male. Il segretario lascia intendere che si è trattato quasi di un pareggio, peraltro condizionato dalle astensioni. E in ogni caso le elezioni politiche saranno un’altra storia.

La tesi è consolatoria, fondata sullo schema dell’”incidente di percorso” presto rimediabile. Argomento che regge solo se il vertice del partito non obietta e non batte i pugni sul tavolo, almeno in pubblico. E infatti la maggioranza tace e acconsente. Per ora. O per convenienza o per mancanza di coraggio e di idee, nessuno ha voglia di aprire un confronto interno lacerante. Per molto meno uno dei personaggi che piacciono a Renzi, Amintore Fanfani, fu estromesso dalla segreteria della Dc dopo aver perso il referendum sul divorzio nel ‘74. Ma erano altri tempi. L’unico che prova a reagire è Orlando, ma viene zittito: anche lui è stato sconfitto, anzi il progetto del centrosinistra allargato non ha funzionato a Genova e altrove. Quindi, cosa vuole Orlando? E cosa vogliono Pisapia, i bersaniani scissionisti, tutti coloro che amerebbero sedersi intorno a un tavolo per una seduta di psicanalisi collettiva?

Non c’è da perdere tempo, sottintende il segretario. Non c’è nulla da concedere alla sinistra interna ed esterna al Pd. Anzi, loro sono i responsabili dell’infortunio. Loro sono i sabotatori. Come si capisce, se questa è l’analisi, non c’è da attendersi una risposta convincente, in grado di cogliere la drammaticità del momento. Renzi segue il suo temperamento e mai concepisce di mettersi in discussione. Vede trappole e complotti dietro ogni angolo e la sua unica strategia è la marcia avanti. Se le comunali sono andate come si è visto, Renzi punta più di prima su se stesso, l’unico di cui si fida. E infatti la frase «le politiche sono un’altra storia» vuol dire, né più né meno, che in quella circostanza si alzerà il livello della contesa e in campo ci sarà lui, il segretario-ex premier. Da solo cancellerà le contraddizioni e i punti deboli del messaggio politico e il Pd rifiorirà.

Qui è la vera discriminante. Renzi ignora o finge di ignorare che molti ormai lo considerano il problema e non la soluzione alla crisi del Pd. Il giovane estroverso e dinamico che sedusse gli italiani nella primavera del 2014 si è appannato fino a svanire nel cortocircuito dei suoi errori. Ha dovuto confrontarsi con ostacoli giganteschi e con possenti spinte conservatrici, senza dubbio. Ma è altrettanto vero che nessuno come lui, negli ultimi trenta-quarant’anni, ha avuto tante opportunità e non ha saputo sfruttarle. Oggi cosa resta? L’ex premier sembra dominato dalla volontà di tornare a tutti i costi a Palazzo Chigi, così come prima del 4 dicembre era ossessionato dal desiderio di ottenere un plebiscito personale.

Ecco allora lo scollamento rispetto alla realtà. Dal leader di un partito di centrosinistra ci si attende una visione in grado di abbracciare le ansie e le inquietudini di una vasta area di popolazione disorientata, forse anche una particolare empatia umana. Non l’implacabile e solitario perseguimento di un disegno di potere in stile House of cards. Tutto questo ha contribuito a creare una frattura fra Renzi e il suo elettorato. Il grande comunicatore, l’uomo capace di accendere la speranza, oggi ha deluso parte del suo mondo. E quindi, certo, le elezioni generali sono un’altra storia, ma forse non nel senso che Renzi immagina.

C’è chi gli chiede di ricostruire il centrosinistra federando la sinistra più radicale di Pisapia e un pezzo del centro modernizzante (Calenda, ad esempio). Ma occorre fantasia e tenacia per operare una sintesi che non significa incollare insieme i tasselli del vecchio ceto politico. Invece il Renzi di oggi è più che mai sospettoso, in particolare verso le iniziative di Romano Prodi. Quanto a Gentiloni, è sempre a un passo dal diventare un nemico. Quando invece l’ipotesi che resti a Palazzo Chigi anche dopo il voto, con il suo profilo rassicurante, dovrebbe essere colta da Renzi come l’occasione per lavorare con le mani libere e senza secondi fini al vero progetto: riconquistare il cuore degli elettori.

La Repubblica – 27 giugno 2017