TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 giugno 2017

Se un soldato tedesco passa con l'Armata Rossa. Il disertore di Siegfried Lenz



Il romanzo di un soldato tedesco che diserta per passare con i russi: uscito dopo 65 anni di silenzio diventa un bestseller.

Luigi Forte

All’Est niente di nuovo tranne l’orrore senza fine


Ci sono voluti ben sessantacinque anni perché Il disertore, secondo romanzo di Siegfried Lenz, fosse pubblicato diventando subito un bestseller. Non certo una novità per questo popolarissimo scrittore del dopoguerra che con Günter Grass appoggiò a fondo il partito socialista e la politica di Willy Brandt. Il suo capolavoro, Lezione di tedesco (1968), aveva già venduto a suo tempo oltre un milione di copie. In quel romanzo Lenz rifletteva sul tema dell’autorità e del dovere, su responsabilità e svendita della coscienza individuale alla dittatura nazista, sulle sbornie ideologiche.

I tempi erano maturi per un profondo esame di coscienza collettivo. Ma all’epoca di Adenauer con il peggioramento dei rapporti fra potenze occidentali e blocco dell’Est, tirava un’altra aria. E una storia che aveva come protagonisti soldati tedeschi che nell’ultima estate di guerra passano all’Armata Rossa, era nel 1951 pressoché improponibile. Anche per la casa editrice Hoffmann und Campe, che consigliò invano allo scrittore venticinquenne sostanziali modifiche. Le proposte arrivavano però da un editor che era stato un fervente nazista, così Lenz preferì ritirare il romanzo considerandolo come un «indispensabile esercizio, come un allenamento dovuto».


A leggerlo ora nella bella versione di Riccardo Cravero edita da Neri Pozza, scopriamo un autore maturo e consapevole, con una scrittura plasmata sulla forma del racconto classico e oltre fino a Hemingway, per cui Lenz ebbe una vera infatuazione. Colpisce la forte tensione narrativa che afferra mente e cuore dei personaggi nel ritmo incalzante della lotta per la vita. La storia di Walter Proska, assistente militare finito, sul fronte orientale, in una piccola unità addetta alla sicurezza di una linea ferroviaria e rintanata in un fortino di legno, fra boschi e paludi, dove s’annidano decine di partigiani polacchi, è un lungo, disperato racconto sulla vita e sulla morte.

Un’avventura insensata dove ogni valore è capovolto e ogni speranza risucchiata da una sorta di malattia collettiva: l’anelito verso il nulla. Il caporale Willi, implacabile e cinico, non ha peli sulla lingua: questa terra - dice - ci perseguiterà ovunque. E anche Proska non scorge intorno a sé che un orizzonte d’acciaio e una natura selvaggia dove persino la morte fatica a insinuarsi. E’ il crepitio fulmineo di un mitragliatore che falcia Stanislaw e sconvolge l’amico Zwiczos che, a sua volta, con una raffica stende un partigiano nascosto tra il fogliame. E’ la morte del soldato Zacharias che non sa di essere diventato padre così come quella, sul versante opposto, di un parroco che il caporale colpisce alle spalle dopo averlo liberato.

«Guerra è loteria», dice il soldato Zwiczos di origine polacca nel suo stentato tedesco. Non ci sono più confini né limiti a quel disumano sconvolgimento. Ha ragione Proska a pensare che nulla sia più difficile da sopportare che la vita. Eppure Lenz la rievoca con delicatezza nell’incontro di Walter con la giovane partigiana Wanda. E’ l’illusione di un attimo di felicità, ma quel breve amore e lo stupore dei sensi sono troppo fragili nella follia della guerra che farà del soldato l’inconsapevole assassino del fratello di lei.


Destini assurdi di fronte a cui lo scrittore sembra volersi difendere con surreale ironia. Basti pensare alla figura del cuoco Ton infatuato della sua gallina Alma, o allo spilungone Zwiczos che darebbe la vita per poter pescare un vecchio luccio. Dopo aver fallito ancora una volta entra delirante nella chiesa della cittadina di Tamaschgrod per tenere, di fronte a un pubblico allibito, una solenne concione su Gesù «grande luccio», che ha denti e sa mordere.

Ma Lenz non parla solo di una generazione distrutta dalla guerra, priva di radici e di speranze come fece E. M. Remarque nel suo famoso romanzo All’ovest niente di nuovo del 1929. Dà anche voce a chi come il commilitone Wolfgang detto Pandilatte sogna una fratellanza a venire e un pacifismo attivo estraneo ai pifferai dell’orgoglio nazionale. Con lui anche Proska rifiuta la Germania che li ha cacciati in quell’incubo non senza chiedersi chi sia il vero nemico e che cosa conti di più, se il dovere o la coscienza. Un domanda che forse si pose lo stesso Lenz quando giovanissimo fuggì come disertore in Danimarca.

Anche così i conti non tornano, perché l’orrore è senza fine. Walter uccide per sbaglio il cognato e nel dopoguerra rifiuta l’occulta violenza del sistema sovietico fuggendo in Occidente. Non gli resta che la solitudine: la lettera alla sorella in cui confessava le proprie responsabilità resta senza risposta. Non c’è perdono né speranza per chi ha conosciuto l’inferno in terra.


La Stampa TuttoLibri – 24 giugno 2017