TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 12 giugno 2017

Steinbeck in Vietnam


Fra il 1966 e il 1967 lo scrittore da poco insignito del Nobel raccontò il conflitto nel sudest asiatico. Partì animato da sentimenti patriottici che poi si affievolirono. Ora i suoi articoli sono raccolti in un volume.

Simonetta Fiori

Steinbeck in Vietnam

Nelle foto appare un po’ appesantito, come se facesse fatica a impugnare le armi, mirare al bersaglio, farsi largo nella sterpaglia con il suo elmetto d’acciaio. Ma quando punta l’obiettivo del fotografo, John Steinbeck tenta di soffocare in un ghigno furbo la marea di dubbi dentro la sua testa. Stava per compiere 65 anni, troppi per partecipare a una guerra. Troppi per continuare a credere che la guerra in Vietnam fosse necessaria. Sarebbe morto due anni più tardi, tra molti ripensamenti.

È difficile tenere insieme due simboli apparentemente inconciliabili, come possono esserlo luce e ombra, un icona tra le più alte del Novecento letterario — il narratore dell’epopea di migranti all’epoca della Grande Depressione — e la fotografia insanguinata dell’intervento americano.

E non è un caso che la storia di Steinbeck in Vietnam sia rimasta nel backstage dell’immaginario collettivo, fin quando un paio d’anni fa è uscita negli Stati la prima raccolta completa del suoi dispacci, una serie di cinquantotto articoli scritti per il Newsday dal dicembre del 1966 all’aprile del 1967 (ora tradotta in Italia da Rossana Macuz Varrocchi nelle edizioni Leg, Vietnam in guerra, con saggi di Thomas E. Barden e Cinzia Scarpino). Sono corrispondenze in forma di missiva, pubblicate sotto la testatina “lettere ad Alicia”. Così aveva voluto lo scrittore per rendere omaggio ad Alicia Patterson, la fondatrice del giornale scomparsa poco tempo prima.


All’inizio Steinbeck non voleva partire. Il presidente Johnson aveva cercato di convincerlo in tutti i modi, ma lui resisteva all’idea di diventare un testimonial del fronte asiatico: e certo lo sarebbe diventato vista la sua gigantesca fama recentemente incoronata dal Nobel. Finché un’occasione famigliare lo spinge a Saigon: l’arruolamento in Vietnam del secondogenito John IV. Non era immaginabile che il grande reporter di guerra, l’autore di pagine indimenticabili sul secondo conflitto mondiale ( Once There Was a War), disertasse il campo di battaglia frequentato dal figlio. Su incarico dell’editore Guggenheim — e non del presidente Johnson — nel dicembre del 1966 Steinbeck parte con la moglie per Saigon. Per poi visitare anche Laos, Cambogia, Thailandia, Hong Kong.

Cosa vede Steinbeck della guerra? Si sposta in elicottero lungo il Mekong, assiste al bombardamento di un B-52, partecipa come osservatore alle escursioni aeree. Sembra confuso, ha l’impressione che la guerra gli sfugga. Ma le sue corrispondenze non vengono mai meno a quello spirito patriottico e interventista con cui era partito. Agli occhi del reporter, la “meglio gioventù” non erano gli hippies o i debosciati che perdevano tempo nelle marce pacifiste ma quei coraggiosi ragazzi che in tuta mimetica si immolavano per la patria.

Tornato negli Usa alla fine di aprile — siamo nel 1967 — Steinbeck smette di occuparsi pubblicamente del Vietnam per confessare le sue riserve solo agli amici. «Sono quasi sicuro che quelli che dirigono questa guerra non abbiano né un’idea né il controllo», scrive in agosto all’editor Elizabeth Otis. Muore sedici mesi più tardi. Fortunatamente non fa a tempo a vedere i reduci in carrozzella scagliare le loro medaglie contro la gradinata del Campidoglio.


La Repubblica – 2 giugno 2017