TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 15 giugno 2017

Titoli di coda. Un tormentone infinito


Da qualche anno il classico The End è stato sostituito da lunghissimi elenchi di nomi. Oltre che da scene tagliate e contenuti a sorpresa.Insomma, finchè non si riaccendono le luci in sala, non si è mai sicuri che il film sia davvero finito. Una situazione stressante.

Emiliano Morreale

Titoli di coda

Che cos'è uno "stinger"? Anche molti appassionati di cinema probabilmente hanno sentito di rado il termine, così come gli equivalenti egg e credit cookie. Si tratta, semplicemente, delle scene aggiunte che si trovano durante o dopo i titoli di coda dei blockbuster americani contemporanei. Da un po' di tempo, anche gli esercenti italiani si sono dovuti adeguare. Abituati spesso a troncare i film quando partivano i titoli di coda per guadagnare tempo, si sono trovati davanti elenchi lunghissimi, anche più di dieci minuti, con scene apposite, momenti divertenti, e magari un'ultima sequenza a sorpresa alla fine, che il pubblico esige di vedere fino in fondo.

Alcuni giorni fa, il New York Times ha pubblicato un articolo proprio su questo tema. Decine di film hanno elenchi con più di 2000 collaboratori; Iron Man 3 ne aveva 3700. Su sfondo nero o sulle ultime scene del film, i titoli di coda (che dapprima erano o assenti o composti di pochi cartelli) sono arrivati oggi a coprire minuti e minuti della durata di molte superproduzioni. Ciononostante, sono ancora centinaia i collaboratori non accreditati, specie nelle ditte di effetti speciali che lavorano in subappalto.

    Ieri

Per i titoli di testa, più visibili, più importanti, "soglia" di ingresso al film, è diverso. Ce ne sono di celeberrimi, se ne sono occupati saggi e monografie, e alcuni specialisti del ramo sono da tempo considerati grandi artisti, come Saul Bass, collaboratore tra l'altro di Alfred Hitchcock e Otto Preminger. Invece, i titoli di coda sono storicamente meno importanti, anche se alcune eccezioni sono famose. A parte i nomi dei collaboratori declamati dalla voce di Orson Welles alla fine dell'Orgoglio degli Amberson (1942), furono pionieristici due superspettacoli trionfatori all'Oscar, Il giro del mondo in 80 giorni (1956), con una sequenza animata di sette minuti, e West Side Story (1961), con i nomi del cast e della troupe scritti sul muro a mo' di graffiti.

Un tempo, alla fine del film bastava la parola "The End" e poco più. In un suo libro di qualche anno fa, Fare scene, Domenico Starnone immaginava di scrivere un racconto proprio «sulla persona che a un certo punto ha deciso: basta, alla fine del mio film non ci voglio FINE, THE END, FIN, ENDE, non ci voglio niente». La scomparsa di questa parola, in effetti, non ha una data univoca, ma più o meno alla fine degli anni Settanta poteva dirsi compiuta. Volendo, possiamo ipotizzare una doppia spiegazione. Dapprima, negli anni 70, togliere "The End" significava idealmente togliere il tradizionale happy end hollywoodiano, lasciare spazio all'ambiguità e alla sospensione.

    Oggi

Oggi, l'ipertrofia dei titoli, che a volte diventano un film nel film, certifica invece che la "fine" del film stesso, il suo confine, sono incerti, porosi: dopo la fine, accanto al testo, ci saranno gli extra dei dvd, i secondi e terzi capitoli delle saghe e dei franchise, i remake, i prequel, i reboot, che vanno già previsti in ciò che viene proiettato in sala. Un film di supereroi Marvel o un episodio di Guerre stellari devono lanciare un amo allo spettatore. E non a caso l'idea è stata ripresa anche dai tentativi nostrani di serie cinematografiche: sia Il ragazzo invisibile che

Smetto quando voglio lanciavano un colpo di scena dopo gli ultimi credits, rimandando alla prossima puntata. Inoltre i titoli di coda si mescolano spesso con i ciak scartati e gli errori (i cosiddetti bloopers), e a loro volta sono stati parodiati in molti film animati della Pixar. Tutto questo ovviamente non riguarda i film d'autore: nessuno si aspetta di vedere sui titoli di coda i ciak sbagliati di un film di Ken Loach o di Haneke, anche se forse sarebbe divertente. Ma il fenomeno si allarga ad altri ambiti. Qualche settimana fa, chi è andato a vedere il documentario The Beatles: Eight days a week di Ron Howard ed è andato via coi titoli di coda, si è perso la sorpresa: un intero concerto di mezz'ora.

Ormai alle scene durante e dopo i titoli di coda sono dedicati vari siti, come aftercredits. com, o www. mediastinger. com, che ha una top 100 dei migliori "extra": il vincitore è Deadpool, seguono The Avengers e Una notte da leoni (unico film vecchio di più di dieci anni, Una pazza giornata di vacanza di John Hughes). Il fenomeno accomuna film, serie tv e soprattutto videogiochi, che hanno anch'essi grande spazio in questi siti. La logica del bonus track, dell'easter egg (letteralmente: uovo di pasqua, il contenuto a sorpresa), riguarda un cinema pensato sempre più come un mega- testo che sfugge ai confini della sala e si gemella con altre modalità di fruizione. E la vera eccezione ormai non è la presenza di questi contenuti, ma la loro assenza: in prima pagina sui siti c'è l'incredibile notizia che Wonder Woman, durante e dopo i titoli di coda, non ha assolutamente nulla.


La Repubblica – 6 giugno 2017