TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 20 luglio 2017

Echi della Riforma in Italia. Federico Fregoso, un "luterano" genovese



In occasione dei cinque secoli della Riforma si moltiplicano gli studi sugli echi italiani di un avvenimento destinato a sconvolgere l'Europa e a porre le premesse della modernità.

Massimo Firpo

La «vis» eretica di Fregoso


Tra gli interlocutori del Cortegiano di Baldassar Castiglione, apparso a Venezia nel 1528, figura anche il patrizio genovese Federico Fregoso, figlio di Gentile da Montefeltro e quindi nipote del duca d’Urbino. Suo fratello Ottaviano fu doge di Genova dal 1513 al ’15, dove l’antica faida con gli Adorno si intrecciò con le vicende delle guerre d’Italia, destinate a travolgere quel mondo delle corti rinascimentali, compiaciute della propria raffinata cultura, della straordinaria bellezza artistica di cui avevano saputo circondarsi, ma politicamente fragili e militarmente deboli di fronte ai poderosi eserciti messi in campo dalle grandi monarchie.

Nato nel 1480, quando la scoperta dell’America era ancora di là da venire, Federico Fregoso sarebbe morto nel 1541, rivestito della porpora cardinalizia, l’anno in cui Calvino si insediava definitivamente a Ginevra, alla vigilia della prima e fallita convocazione del concilio a Trento. Il suo fu dunque un sofferto percorso dalla politica alla religione, dallo Stato (nel senso rinascimentale del «farsi stato») alla Chiesa, abbandonando il ruolo di protagonista di guerre e scontri militari, di vero e proprio condottiero ferito in battaglia, di ammiraglio nelle spedizioni navali contro i pirati barbareschi, nonostante fin dal 1507 fosse stato designato arcivescovo di Salerno. Un percorso, quello del Fregoso, che fu di tanta parte della generazione del Cortegiano, sol che si pensi all’approdo di Pietro Bembo al cardinalato e dello stesso Castiglione alla nunziatura in Spagna, sullo sfondo della complessiva clericalizzazione della cultura italiana che accompagnò l’affermarsi della Controriforma.

Ma il suo esilio oltralpe nel 1522 dopo la sconfitta del difficile alleato francese e la conquista di Genova da parte di Carlo V, il tracollo della sua famiglia, l’affermazione del potere di Andrea Doria, non fu la scelta obbligata di chi in quel turbinio di guerre e battaglie aveva perso tutto e dipendeva ormai dai benefici ecclesiastici procuratigli da Francesco I di Valois. Animato da un’intensa passione per gli studi, il Fregoso imparò il greco e l’ebraico per meglio intendere la sacra Scrittura, immergendosi nella lettura degli antichi Padri così come nell’ininterrotto flusso di uomini e dottrine eterodosse che passava per la città di Lione, alla ricerca di una risposta alle impellenti domande poste dalla crisi religiosa scatenata dalla protesta di Lutero e dalla frattura della cristianità europea.



Il millenario edificio della Chiesa minacciava di crollare sotto i colpi di maglio di un oscuro monaco sassone, la cui polemica contro la smaccata simonia della curia romana, la negazione della Chiesa come istituzione gerarchica in nome del sacerdozio universale dei credenti, la denuncia del carattere erroneo di punti cruciali del suo apparato dottrinale, l’attacco contro antiche e consolidate pratiche devozionali, l’annuncio di una nuova libertà cristiana e di un nuovo modo di concepire la salvezza trovavano ovunque attenti ascoltatori.

È questo il percorso che Alonge segue in questo libro, ricostruendo con grande dovizia di documenti e letture il progressivo coinvolgimento del Fregoso in orientamenti religiosi sempre più consapevolmente segnati da una presa di distanze dall’ortodossia romana, a stretto contatto con quell’evangelismo tutto francese che ebbe il suo principale promotore e la sua guida in un grande filologo e teologo quale Jacques Lefèvre d’Étaples, e nei suoi numerosi discepoli, prima tra tutti Margherita di Navarra, non pochi dei quali seppero trasformare il suo magistero in un’intensa esperienza di rinnovamento pastorale nelle diocesi loro affidate.

Un magistero e un’esperienza che il Fregoso non fu il solo a traferire anche in Italia, dove fece ritorno nel ’29, allacciando una rete di contatti e relazioni ancora incentrati intorno alla corte di Urbino e alla duchessa Eleonora Gonzaga, sua amica e corrispondente. Una corte dove sempre meno si parlava dell’aristocratica «sprezzatura» teorizzata dal Castiglione e sempre di più invece si discuteva di giustificazione per sola fede. È significativo che nel ’37, per esempio, pur sottraendosi garbatamente all’invito a trasferirsi presso di lui, Marcantonio Flaminio lo dicesse uomo «tanto virtuoso et fatto dal signor Dio secondo quella idea che piace a me sopra tutte le altre».

I pochi scritti noti del Fregoso attestano al di là di ogni dubbio il rafforzarsi di convinzioni dottrinali non in linea con l’ortodossia romana, come i due trattatelli inediti De la gratia et libero arbitrio e Della fede et delle opere e il Pio et christianissimo trattato della oratione, pubblicato postumo a Venezia nel 1542, nel 1543 e ancora nel 1546, ben presto condannato dall’Indice dei libri proibiti.

Convinzioni che tuttavia, pur nella sostanziale adesione alle dottrine fondamentali di Lutero (una cui opera del resto, poté essere pubblicata sotto il nome del Fregoso), non implicavano una frattura con la Chiesa istituzionale, ma miravano piuttosto ad agire al suo interno, a fecondarne l’azione pastorale, a orientare pazientemente dottrine e comportamenti dei fedeli, come lo stesso prelato genovese cercò di fare nella sua diocesi di Gubbio, poco prima della nomina cardinalizia del 1539, che egli dovette infine accettare dopo un primo rifiuto nel ’36.


Si comprende quindi come negli ultimi mesi della sua vita il Fregoso facesse proprie le scelte ireniche di personaggi quali Gasparo Contarini e Reginald Pole avvicinandosi alle posizioni poi espresse nel celebre libriccino Del beneficio di Cristo. Una convergenza tanto più significativa in quanto maturata attraverso strade e matrici diverse rispetto a quella valdesiana nutrita di succhi alumbrados dei cosiddetti “spirituali”, che sia pure per una breve stagione ebbe grande rilievo nella storia religiosa degli anni quaranta.

È merito di questo libro mettere in luce per la prima volta e in modo convincente come già da un decennio il terreno fosse stato preparato da non dissimili orientamenti di provenienza francese, attraverso figure quali il Fregoso, Ludovico da Canossa (anch’egli interlocitore del Cortegiano, uomo d’armi e poi vescovo in Francia) o Giovanni Gioachino Da Passano. Ennesima riprova dell’impossibilità di ridurre la Riforma italiana a una mera propaggine abortita di quella tedesca e della necessità di comprenderne gli aspetti più significativi e le sorprendenti specificità alla luce di un’ampia circolazione di idee provenienti anche dalla Francia e dalla Spagna.


il sole 24 ore – 2 luglio 2017