TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 11 luglio 2017

"La crudeltà ci colse di sorpresa". Poesie dal Kurdistan che lotta per non morire


Cosa sappiamo dei curdi? Poco: che sono una nazione senza Stato, un popolo perseguito da turchi, irakeni, siriani e integralisti dell'ISIS. In realtà sono un popolo antichissimo, dalla grande tradizione culturale, che anche oggi, nonostante gli orrori della guerra, si mostra capace di esprimere una grande poesia. Come dimostra Choman Hardi, nata in Iraq nel 1974. Figlia di un poeta, ha scritto due raccolte di versi, in curdo e in inglese, da cui Paola Splendore ha tratto l’antologia «La crudeltà ci colse di sorpresa», Edizioni dell’asino. Una voce pacata e drammatica sull’ecatombe del popolo curdo dopo il 1991.

Viola Papetti

È mio figlio, ridatemelo, lo seppellirò in giardino

Le Edizioni dell’asino, volute da Goffredo Fofi e un gruppo di generosi amici, si affacciano in editoria con un primo esile volumetto che porta un grande peso, poesia dopo Auschwitz, poesia testimonianza, corale, tragica, poesia sul genocidio dei curdi: Choman Hardi, La crudeltà ci colse di sorpresa Poesie del Kurdistan (a cura di Paola Splendore, con una nota di Hevi Dilara sulla poesia curda, pp. 97, € 10,00). Di quella persecuzione senza fine abbiamo avuto notizia dalla stampa, nel gergo asettico del «giornalese», e ci è sembrata lontana benché vicina, presto dimenticata forse perché insopportabile, come quando si fecero i conti dei morti e delle città distrutte nell’una e nell’altra parte dopo la seconda guerra mondiale. E Adorno sentenziò: «Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile…».


Ma dopo Auschwitz ci furono altre Auschwitz, anche se più lontane e meno tangibili. Nel 1991, finito il conflitto del Golfo, due milioni di curdi incalzati dall’esercito, dagli aerei e dagli elicotteri di Saddam Hussein fuggirono con ogni mezzo, su carri trainati da buoi o asini e soprattutto a piedi – così descrive quella ecatombe di almeno mille morti al giorno lo storico Felice Froio. Anche la loro identità culturale è sotto tiro: i giornali, i libri, la musica, la trasmissione del nome ai propri figli sono proibiti. Ha scritto Paul Celan, un altro testimone dell’orrore che l’uomo ha scatenato contro l’uomo: «Raggiungibile, vicina e non perduta, una cosa sola: la lingua … La lingua, essa sì, nonostante tutto, rimase acquisita. Ma ora dovette passare attraverso tutte le risposte mancate, passare attraverso un ammutolire orrendo, passare attraverso le mille e mille tenebre di un discorso gravido di morte».

    Combattenti curde

Choman Hardi è nata nel 1974 a Suleimanya, in Iraq, figlia del poeta Ahmed Hardi, e ha scritto prima in curdo e poi in inglese due raccolte di poesie, Life for Us (2004) e Considering the Women (’15), da cui Splendore sceglie e traduce i testi più commoventi. «La voce poetica è pacata, la lingua semplice e diretta, il ritmo accordato al respiro e al pianto» – scrive nell’Introduzione. Emerge la figura venerata del padre la cui dolorosa presenza alimenta la poesia della figlia: «…due uomini lo riportarono a casa tenendolo per le ascelle, / e lo lasciarono convinti che stesse per morire. Loro quattro erano in giardino a giocare, / ognuno di un anno più alto dell’altro. / Dal momento che arrivò nel cortile / li fissò con gli occhi ben aperti. / Lottava per un respiro, una parola / e riuscì solo a fare un cenno con la mano» («Una delle scomparse di mio padre»).

I suoi libri seguirono il suo destino, condannati anche loro, come fossero il corteo di un dio deposto: «Era l’autunno del 1988 / quando i libri di mio padre si dispersero. / Uscirono dagli scaffali uno a uno, / si ripulirono della sua firma / e si raggrupparono, scegliendo destini diversi». («I libri di mio padre»). La madre, occupata nella cura di ogni giorno, protesse le loro varie case, ma non riuscì a salvare il figlio. Alla notizia del suo arresto («I tumulti del 1983 a Suleimanya») smise le sue faccende, ma non riesciva a parlare. «Faceva strani suoni, non proprio gridi, / non proprio pianti, solo strani suoni / … Le stesse immagini tormentavano mia madre ogni notte – lui appeso per i polsi legati dietro / mentre le grasse mosche che lui odiava / bevevano il suo giovane sangue».

    Scuola nei territori liberati

Nel 1988 l’Iraq aveva sferrato un altro genocidio con bombe convenzionali e chimiche, furono uccisi 100.000 civili, la maggior parte sepolti in fosse comuni. Fu il cosiddetto massacro di Anfal, dall’ottava sura del Corano, la sura del bottino che giustifica la guerra agli infedeli. «È mio figlio! Vi prego, ridatemelo. / Lo seppellirò sul bordo del giardino – L’albero di gelso gli farà ombra, / i fiori proteggeranno la sua tomba con amore, le galline andranno a beccare sulla lapide, / l’alveare ronzerà sulla sua testa» («Contesa su una fossa comune»).

Scrive Elie Wiesel, un altro testimone dell’ indicibile: «Il linguaggio era stato talmente corrotto che doveva essere di nuovo inventato … Spesso dicevamo di meno per rendere più credibile la realtà. Se qualcuno di noi avesse raccontato tutta la storia, sarebbe stato creduto pazzo … (Gli artisti ndr) devono ricordare il passato, pur sapendo che ciò che devono dire non sarà mai trasmesso. Solo possono sperare di poter comunicare l’incomunicabilità della comunicazione».

Choman Hardi ha tentato di scrivere a nome di tutti, in quel linguaggio che tutti potrebbero capire – anche i grandi e i piccoli che rimasero intrappolati in quelle orge di morte tanto più deliranti tanto più spaventose – un lamento, un pianto, ripetuto nei secoli in tutte le lingue, e mai ascoltato. «Ogni giorno mi preparo a ritornare, / la notte sogno sempre le guardie di frontiera». Charle Simic, ebreo, non dimentica: «La notte faccio spesso lo stesso sogno. Una guardia di frontiera calpesta con lo stivale il mio passaporto».


Il Manifesto/Alias – 25 giugno 2017