TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 12 luglio 2017

Quel dono stupefacente degli dei agli uomini



Le prime droghe risalgono al Paleolitico. Ne parlano testi arcaici indiani. In Europa arrivano con Colombo. La prima puntata di un viaggio nella storia delle sostanze psicotrope.

Marco Belpoliti

Quel dono stupefacente degli dei agli uomini



Che cosa è una droga? «Una sostanza che invece di essere vinta dal corpo (o assimilata come semplice alimento) è capace di vincerlo, provocando, seppur in dosi insignificanti se paragonate
a quelle di altri alimenti, grandi cambiamenti organici, psichici o di entrambi i tipi». Così scrive Antonio Escohotado autore di una monumentale Historia general de las drogas (1999). Non la vedevano certamente così gli sciamani dell’antichità, o gli estensori di trattati farmacologici, greci romani e arabi. Per loro era ancora qualcosa d’altro. Cosa? Per capirlo bisogna partire dalle erbe.

Quando Colombo e i suoi successori sbarcano nel Nuovo Mondo sono colpiti dal fatto che gli indigeni usino vegetali a loro sconosciuti per ottenere energia, oltre che celebrare i loro riti. I nomi sono: cohaba, coca, peyote, stramonio, ololiuqui, caapi, tabacco, e altri ancora. In Europa la maggior parte di queste piante sono ancora sconosciute. L’unica che fornisce risorse simili, ed effetti quasi analoghi, è la vite, oppure i cerali fermentati, da cui si ottiene la birra. I navigatori probabilmente non sanno che in Europa da migliaia di anni si fa uso di piante ed erbe per ottenere risultati simili a quelli che Pizarro e i suoi compagni vanno osservando.

C’è una cesura che separa il mondo moderno che sta per nascere, con la scoperta di Colombo, e il passato. Si chiama Medioevo. Questo periodo storico ha comportato una rottura con la tradizione medica dell’antichità, prima greca e poi romana. Le sostanze che chiamiamo “droghe”, tratte da erbe, arbusti, fiori e piante – cosiddette “naturali”– erano parte essenziale della farmacopea in uso.

Ma c’è anche un’altra frattura, che precede questa, senza la quale non si capisce che ruolo avessero nel passato le sostanze che chiamiamo “droghe”. Tra il VI e V secolo a. C. nelle civiltà antiche tramontano le religioni estatiche sorte nel corso della preistoria, fondate sull’uso di sostanze “psicoattive”. Nonostante il perdurare di eventi misterici, religione e medicina si stanno separando a vantaggio della seconda. La medicina tende a diventare una realtà a sé. Le “droghe” prima di tutto curano.



Con il Medioevo cade però un interdetto sulla farmacopea fondata sul mondo vegetale. La caccia alle streghe mette al bando i farmaci antichi; il cristianesimo stabilisce un rapporto stretto tra droga, lussuria e stregoneria, decretandone la loro assoluta pericolosità. Le erbe curative sono ritenute uno degli elementi certi nelle pratiche sataniche. Nel Paleolitico l’Homo sapiens raccoglieva già radici, funghi ed erbe, e tra gli effetti che cercava con le sostanze usate c’era quello euforizzante.

Lo sciamanesimo è il fenomeno che accompagna la conoscenza del mondo vegetale, e comporta capacità terapeutiche e insieme il dialogo con il mondo del divino. La farmacopea vegetale serviva a far “apparire” gli spiriti usando erbe dotate di proprietà psicoattive con reazioni stimolanti, effetti narcotici e sedativi, o stati inebrianti. Le sostanze provenienti dal mondo vegetale erano viste come una sorta di dono dato agli uomini dalle divinità per consentire di comunicare con loro.

La prima droga-farmaco indicata in un testo arcaico, i Rg-Veda, è il soma, pianta magica e misteriosa, liquore estratto da piante sconosciute mescolato con miele e latte e altri elementi. La più antica delle fusioni di medicina, religione e magia, lo sciamanesimo, perseguiva lo scopo di gestire le tecniche dell’estasi cancellando le barriere tra veglia e sonno, cielo e terra, vita e morte. Il numero delle piante utilizzate era vasto: alloro, aloe, cannabis, cassia, olio di ricino, mirra, melograno, senape, oltre all’onnipresente papavero.

In Asia, e nella sua propaggine detta Europa, sono diffusi i funghi psicoattivi che producono visioni ed effetti inebrianti, il cui uso risale a tempi remotissimi. Viste con l’occhio del naturalista, due sono le tipologie chimiche e farmacologiche dei funghi: il gruppo dell’Amanita muscaria e quello dei funghi psilocibinici (Psilocybe e Panaeolus). L’Amanita è il più conosciuto, perché il più rappresentato in disegni e incisioni. Come fa notare Giorgio Samorini, etnobotanico, si tratta del fungo delle fiabe europee: grossa taglia e cappello rosso cosparso di macchie bianche. La sua indigestione provoca uno stato di ebbrezza che dall’euforia trascina alle visioni.



Prima che i funghi della visione tornassero di moda nel corso del XX secolo, grazie al lavoro etnografico di un banchiere americano, Robert Gordon Wasson, e della moglie, Valentina Pavlovna, erano perfettamente noti, tanto da essere presenti nelle rappresentazioni dell’antica arte rupestre del Sahara e in altri siti archeologici.

Nel 1953, quasi cinque secoli dopo l’arrivo dei Conquistadores, i coniugi Wasson si recano in Messico, e due anni dopo, nel corso della loro terza missione, partecipano a una cerimonia in cui Maria Sabina pratica esperienze curative a base di funghi psilocibinici seguendo uno schema molto antico.

Il 1953 è anche l’anno in cui William S. Burroughs va in Perù, Colombia, Panama ed Ecuador alla ricerca dello yagé, la liana amazzonica da cui si ricavano decotti, con lo scopo di raggiungere lo “sballo supremo”. Lo racconterà dieci anni dopo in Lettere dello yage, scambio epistolare con Allen Ginsberg, destinato a diventare un libro cult.

Nello stesso periodo, un aspirante antropologo peruviano con studi californiani, Carlos Castaneda, sta completando la sua istruzione in Messico presso don Juan, come racconta in A scuola dello stregone (1968). Gli sciamani con le loro droghe sono tornati.


La Repubblica – 7 luglio 2017