TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 5 agosto 2017

Italo Calvino, La morale di Trotsky


C'è stato un tempo in Italia (anche se oggi si fa fatica a crederlo) in cui gli scrittori intervenivano sui grandi temi della politica. Proponiamo un testo di Calvino, scritto quando lo scrittore non è già più un militante comunista (era uscito dal PCI nel 1956 in conseguenza dei fatti d'Ungheria), che è allo stesso tempo confronto con un grande personaggio e rimeditazione della propria esperienza personale.

Italo Calvino

La morale di Trotsky

Appena scorso l’indice della raccolta di scritti di Lev Trotsky Letteratura arte libertà (ultimo volume uscito delle opere del rivoluzionario russo che Livio Maitan cura per l’editore Schwarz) sono andato a cercare, per prima cosa, non le pagine di critica letteraria o d’estetica (pur di grande valore; Trotsky era un critico letterario di prim’ordine) ma un saggio sulla morale.

D’estetica e marxismo, d’arte e società eccetera, se ne è scritto e parlato in tal misura che ormai ogni voce nuova o vecchia deve farsi largo in un compatto banco di noia; invece l’etica socialista, la morale rivoluzionaria è un campo poco meno che vergine. Lukács, quando venne in Italia nella primavera di quel fatal ’56, ci disse che pensava a un trattato d’etica marxista come al coronamento della sua opera teorica; ma prima d’accingervisi doveva portare a termine l’estetica. Auguriamo al pensatore ungherese molti anni per compiere entrambi i lavori, ma sempre più crediamo che ‒ nell’ordine delle esigenze che la storia pone e nell’ordine dello sviluppo della ricerca ‒ l’etica dovrebbe venire per prima e l’estetica buon’ultima. Del resto, l’unico scrittore cui spetti la definizione di poeta marxista senza mezzi termini né per il sostantivo né per l’aggettivo, Bertolt Brecht, ha battuto sempre su un solo tema, un solo chiodo: la morale della lotta di classe.

Il saggio di Trotsky, La nostra morale e la loro è scritto nel 1938 al Messico. È una discussione ‒ in cui il rivoluzionario sconfitto ed esule si lancia con violenza polemica moltiplicata dal suo isolamento, soprattutto contro il moralismo della socialdemocrazia e della sinistra occidentale ‒ sulla validità per la rivoluzione dell’assioma il fine giustifica i mezzi.


Trotsky lo considera valido. L’inquadramento storico del problema è assai debole: di Machiavelli non si fa neppure il nome, la paternità dell’idea viene attribuita ai gesuiti, o meglio, ai protestanti che l’attribuivano polemicamente ai gesuiti. L’argomentazione con cui è difesa la storicità e relatività delle varie morali e la spietatezza della morale rivoluzionaria, è più debole ancora. Quel che è male se fatto dalla reazione è bene se fatto dalla rivoluzione: ma quando alla contrapposizione netta tra reazione e rivoluzione subentra quella tra l’una e l’altra corrente che si contendono il potere accusandosi a vicenda d’essere controrivoluzionarie, entriamo nel campo dell’opinabile e tutto il sistema vacilla. Trotsky apologizza la legge da lui promulgata durante la guerra civile che prescriveva l’arresto come ostaggi per i familiari delle guardie bianche; e se ora Stalin prende in ostaggio le famiglie dei trotskisti l’azione non è cattiva in sé ma perché fatta da Stalin, cioè da un nemico della rivoluzione, da un «termidoriano». Ragionamento pericoloso; se per noi Stalin termidoriano non è, tutto quel che fa è automaticamente giustificato?

Quand’ecco, nelle ultime pagine del saggio, un colpo d’ala. Ecco che Trotsky finalmente affronta il problema nel vero e unico modo in cui può affrontarlo e per cui la morale socialista non può aver nulla a che fare con quella machiavellica. Tra fine e mezzi c’è un’interdipendenza dialettica, non possono essere mezzi buoni (cioè mezzi rivoluzionari) se non quelli che si accompagnano a un processo d’emancipazione delle masse, a una liberazione e a un arricchimento morale degli uomini. «Quando diciamo che il fine giustifica i mezzi, ne consegue per noi che il grande fine rivoluzionario respinge, tra questi mezzi, i procedimenti e i metodi indegni che sospingono una parte della classe operaia contro un’altra; o che tentano di fare la felicità delle masse senza la loro partecipazione; o che minano la fiducia delle masse in se stesse e nella loro organizzazione sostituendovi l’adorazione dei “capi”. Al di sopra di ogni altra cosa, la morale rivoluzionaria condanna irriducibilmente il servilismo nei confronti della borghesia e l’altezzosità nei confronti dei lavoratori, cioè una delle caratteristic e più radicate nella mentalità dei pedanti e dei moralisti piccolo-borghesi.»


Qui Trotsky, forte d’una esperienza non solo sua ma di tutto il movimento cui appartenne, tocca il vero nocciolo della questione e si pone all’altezza di controbattere non solo i sostenitori della morale trascendente o naturale ma anche il machiavellico suo grande antagonista. Non va più in là, Trotsky, ma noi muovendoci da questo nocciolo possiamo dedurre che nella morale rivoluzionaria rientra la violenza popolare, dal basso, non quella poliziesca,dall’alto, se non emani da un’autorità ancora investita da una spinta popolare diretta; che alla morale rivoluzionaria contribuiscono le lotte tra tendenze che coinvolgono ed educano l’opinione della base, non quelle le cui ragioni sono note solo al livello dei capi; che i mezzi ‒ insomma ‒ giustificano il fine più di quanto il fine non giustifichi i mezzi, cioè in ogni situazione storica la superiorità morale del socialismo si vive e si giustifica «qui ed ora», non in un ipotetico domani di rosea perfezione.

Ma deponiamo ogni nostra sufficienza, ogni nostro senno di poi, di fronte al clima di tragedia che gli uomini dell’Ottobre vissero in prima persona. Il saggio di Trotsky sulla morale si chiude con un poscritto: «Scrivevo queste pagine senza sapere che in quei giorni mio figlio lottava contro la morte. Dedico alla sua memoria questo breve lavoro che, io spero, avrebbe avuto la sua approvazione: perché Lev Sedov era un rivoluzionario autentico e disprezzava i farisei.»

Un brivido di sgomento a ripensare a quelle sue pagine sugli ostaggi scritte mentre suo figlio ostaggio veniva ucciso; una riconferma ostinata, come con un testardo scatto a capo chino, nella certezza dei propri ragionamenti; non senza la confessione di un dubbio, appena accennata in quell’io spero… L’ombra di Machiavelli è sempre più lontana, lui che non conobbe mai cosa fosse tragedia.


Italo Calvino, «La morale di Trotsky», Italia Domani. Settimanale politico di attualità, a. I, n. 6, Roma, 21 dicembre 1958, p. 14