TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 20 dicembre 2017

Finché c'è America c'è Western


È il genere a stelle e strisce per eccellenza, spesso dato per morto ma che sempre risorge al cinema e in letteratura Come dimostra "Lonesome Dove", romanzo premio Pulitzer che ora torna in libreria.

Omar di Monopoli

Finché c'è America c'è Western

Si fa presto a dire morto. Il western, genere popolare per il quale in parecchi intonano da decenni il de profundis, risorge di continuo, autoalimentandosi con la forza del proprio mito, a Hollywood come sugli scaffali delle librerie. Sorto alle soglie dell'Ottocento grazie alla fortunata serie Leatherstocking Tales di James Fenimore Cooper, che recuperava la dicotomia tra la spinta civilizzatrice degli uomini e una wilderness primitiva e feroce, il western assurge al successo con Il virginiano di Owen Wister, che mescola abilmente l'iconografia pittorica dell'epoca (Remington in primis) con l'ideologia della colonizzazione dei territori selvaggi, espressa dal presidente Theodore Roosvelt nel suo The Winning of the West.


Ma è con l'appropriazione da parte del cinema delle cosiddette dime novels (romanzacci da due soldi che rielaboravano in chiave discutibile alcune tipiche figure della frontiera) che il western si propala nella sua forma più essenziale: realizzato da Edwin S. Porter nel 1903, Assalto al treno è il film più famoso della neonata settima arte, e codifica un genere che di lì in poi avrebbe plasmato l'identità di generazioni di maschi occidentali: un cappellaccio, una pistola e una coppia di speroni e si è subito sceriffi al galoppo in una landa polverosa.

Se è quindi assodato che si deve al cinema la straordinaria diffusione del western di là degli Usa, lo stesso non si può dire per la letteratura, che solo sporadicamente riuscì a conquistare i mercati esteri. Ma in patria scrittori come Zane Gray e Louis L'Amour seppero produrre solide opere d'intrattenimento, spesso portate sul grande schermo da John Ford, Howard Hawks, Robert Aldrich.


E proprio come omaggio all'epos di quella genia di semidei della cinepresa nacque uno dei romanzi spartiacque del racconto di frontiera: Lonesome Dove, ora ripubblicato in Italia da Einaudi, che il regista Peter Bogdanovich commissionò a principio dei Settanta a Larry McMurtry, romanziere e sceneggiatore dai cui lavori erano già stati tratti film di successo come Hud il selvaggio, con Paul Newman, e L'ultimo Spettacolo, con un giovanissimo Jeff Bridges. McMurtry abbozzò lo script per una pellicola che avrebbe dovuto intitolarsi Streets of Laredo, protagonisti James Stewart, Henry Fonda e John Wayne, ma lo sfilarsi di quest'ultimo disperse i finanziatori e dell'intero progetto non rimase altro che il brogliaccio.

Sconsolato, McMurtry rimaneggiò la sceneggiatura e dieci anni più tardi, 1985, la fece approdare nelle librerie sotto forma di romanzo.Proprio mentre il genere agonizzava in uno dei suoi più dolorosi periodi di stanca. Ma anche in pieno edonismo reaganiano, quando il rinnovato interesse per la fantascienza e il rambismo l'avevano messo all'angolo, il western seppe mantenersi in vita attraverso i mille rivoli del poliziesco, perché nessun altro genere è più aperto alle contaminazioni.


Pubblicato anche da noi come Un volo di colombe e oggi riproposto col titolo originale (Lonesome Dove è il nome del villaggio texano dove si sono ritirati i due ex avventurieri protagonisti del volume, che vengono liberati dal torpore dal vecchio compagno di scorribande Jake Spoon proponendo loro di improvvisarsi mandriani), il libro divenne subito un caso editoriale, meritandosi il Pulitzer. E questo per due motivi: il primo è che McMurtry è un autore sopraffino.

Nelle novecento e passa pagine del romanzo la sua penna allestisce un appassionante e intricato spettacolo di vaccari, pellerossa, prostitute, fuorilegge e spazi aperti. Il punto di vista oscilla con sapienza nel coro di partecipanti alla vicenda, prediligendo i protagonisti principali senza però trascurare mai le figure di contorno.

Ambientando la storia nel periodo di poco successivo alla sconfitta di Custer, McMurtry accompagna il lettore nell'epoca d'oro dei trasferimenti delle grandi mandrie dal Sudovest verso il Nord ricco di praterie d'erba e lo fa glorificando il cielo punteggiato da nubi che riflettono la propria ombra sullo spazio sconfinato.



Quel cielo immenso, così indecifrabile, diventa quasi a tradimento il vero protagonista. E questo è il secondo punto rilevante di quest'opera davvero unica, da vent'anni in cima alle classifiche di vendita in patria. Classica solo nella forma, poiché nei fatti, al pari del coevo e più viscerale Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, qui non i parla di eroi che sconfiggono i cattivi in nome della giustizia o del progresso.

No. Il West di McMurtry è un mondo in cui è a paura a farla da padrona. Del deserto, dei serpenti, degli indiani, delle malattie, dei banditi o di un fulmine che può incendiarti il granaio e accopparti la famiglia. Laddove Meridiano di sangue scalza e depura di ogni epica il mito della frontiera ricorrendo a un impasto visionario di truculenza e crudeltà, Lonesome Dove azzera ogni romanticismo mostrandoci personaggi in balia degli accidenti, uomini diventati allevatori più per inquietudine che per spirito imprenditoriale. E che, al contrario delle monadi del western classico, sono spiriti piccoli, irresponsabili e pieni di humor. Esseri umani "veri".


La Repubblica – 16 dicembre 2017