TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 20 dicembre 2017

Lettura archetipica del Natale

    Toirano (SV) Presepi in strada

Il presepe. Origini e significato dei personaggi attorno alla grotta.

Domenico Sabino

Lettura archetipica del Natale

«Te piace ’o presebbio?… No nun me piace!»
Ma cosa rappresenta il presepe che della tradizione natalizia è il segno più palese? Non è facile rispondere a siffatta domanda dal momento che la raffigurazione della nascita del Messia è ferma a una visione oleografica, consumistica compulsiva e a un sentimento piccolo-borghese che l’ha generata. Gli stessi presepi del Settecento napoletano, al di là del loro valore storico-artistico, attualmente sono ridotti a mero esibizionismo da collezione, di arrogante benessere economico, smarrendo ogni relazione col suo arcaico valore sacrale e paradigmatico.

    Albisola (SV) Macachi

IL MITO SOLARE

È giusto, innanzitutto, chiarire che la festa del Natale è molto più antica del Natale cristiano, essendo comune a differenti etnie il mito solare di un divino Bambino dato alla luce in un antro da una Madre vergine. Già molti secoli prima della venuta di Cristo, presso le popolazioni pagane i riti del Natale erano connessi al ciclo delle feste propiziatorie di fine anno. Lo stesso poeta Virgilio annunzia nella IV egloga la nascita di un bambino celeste, facendo ricorso a un codice intenzionalmente criptico e sibillino, conforme a quello delle religioni orientali. Il Natale si afferma come cristianizzazione di un rito pagano; la nascita di Cristo, definito nei Vangeli «luce del Mondo», si contrappone al Dies Natalis Solis Invicti, cioè alla celebrazione del solstizio d’inverno, e alla nascita di Mitra: è l’avvento di una divinità salvifica che, abolendo un Tempo negativo e/o di morte, fa subentrare un Tempo di pace e prosperità.


LA SOSPENSIONE

La dicotomia vita/morte ritorna nella simbologia della festa e nei riti della cultura popolare meridionale con i dodici giorni che separano il Natale dall’Epifania e rappresentano una fase temporale intrisa di simbolismi. Dodici giorni che sintetizzano ciclicamente e sacralmente i dodici mesi che volgono al termine. Arnold Van Gennep lo considera un «non tempo», una «sospensione temporale». Una Morte simbolica dei mesi, che rinascono all’inizio dell’anno a nuova vita. Dodici giorni posti in relazione ai «riti di passaggio», di ri/generazione, associati a un Tempo metastorico, origine di un nuovo Tempo per la collettività.



LA GROTTA

Tutto ciò è «narrato» simbolicamente dal presepe popolare che sincreticamente aggrega significanti e rimandi (sacri e profani) di rilevante complessità storico-religiosa. Elemento precipuo è la grotta, centro simbolico della sacra rappresentazione, intesa come «passage» celeste-ctonio, interpretabile come linea di confine tra il razionale e l’inconscio; segno femminile per eccellenza rappresentante la porta di accesso al mistero. Visione che recupera la lezione dei Vangeli apocrifi, sia il Protovangelo di Giacomo che lo pseudo-Matteo, che situano la nascita di Cristo in una grotta, contrapponendosi all’usanza gesuitica che la collocava su un colle. In sintesi, il modello gesuitico e quello popolare hanno una vocazione antitetica. Nelle strutture presepiali scorgiamo elementi e personaggi emblematici situati nello spazio sacro secondo un ordine conforme alla tradizione, la cui simbologia, stratificata e composita, non è semplice da decodificare perché rappresenta una summa di significanti ermetici facenti parte dell’onirico immaginario popolare.



IL POZZO E IL PONTE

I più noti sono il pozzo, il ponte, i re magi, la zingara, Cicci Bacco, Armenzio, Benino. Il ponte è un simbolo di passaggio collegato alla magia. Alcune fiabe raccontano di tre bambini, di nome Pietro, ammazzati e tumulati nelle fondamenta della struttura col fine di tenere magicamente solidi gli archi. Esso indica attraversamento e limine che collega il mondo dei vivi a quello dei morti. In relazione a tal segno, nel Meridione nel giorno dell’Epifania, dov’è collocato il ponte, si dispongono dodici figure incappucciate aventi il pollice della mano sinistra che arde e raffigurano i dodici mesi e/o i dodici giorni del periodo natalizio che volge alla fine. I re magi sono i pastori nobili sui relativi tre cavalli: bianco, baio e nero. Tale cromatismo ritrae l’aurora, il mezzogiorno e la notte, raffiguranti il percorso notturno dell’astro che si completa con l’avvento del bambino solare.

    Napoli. La zingara

LA ZINGARA

La zingara è una figura premonitrice collegata alle sibille. Alla Sibilla Cumana la memoria collettiva attribuisce una leggenda. Aveva profetizzato l’avvento del Redentore, illudendosi di essere la vergine che lo avrebbe partorito. Per questa sua presunzione fu trasformata in un uccello notturno. Alcuni personaggi vanno esaminati in coppia, come Armenzio e suo figlio Benino, che rivelano una dualità attinente all’anno che finisce e all’avvento del nuovo anno. Benino è raffigurato mentre dorme; attraverso la visione onirica indica il viaggio iniziatico e arcano verso la grotta. Una particolare relazione sembra accostare questa scena del presepe al dramma in forma di commedia Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo.



BENINO E CUPIELLO

In ambedue i casi un sognatore riposa e viene svegliato: Benino da Armenzio, Luca dalla moglie Concetta. Ma, mentre Benino sogna il futuro, Luca Cupiello sogna il passato come un «puer-senex», ovvero considera la vita come un grande giocattolo e non riesce a sopravvivere in una società opulenta e convulsa che ha svilito la percezione del Natale sia nella sua laica sacralità, sia nel suo linguaggio misterico-simbolico. A ciò fanno eco le parole di Pier Paolo Pasolini: «Siamo arrivati all’insopportabile Natale. Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali! Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento!»


il Manifesto/Alias – 16 dicembre 2017