TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 29 marzo 2017

Il mistero dell'ignoto marinaio di Antonello da Messina


Intorno 1476 Antonello da Messina dipinse uno straordinario ritratto di uomo, da allora definito “l'ignoto marinaio”. Oggi una nuova ricerca storica chiarisce il mistero: si tratterebbe di un vescovo vicino agli aragonesi.

Tano Gullo

Ecco chi è l’Ignoto marinaio di Antonello

Il secondo sorriso più famoso al mondo, dopo quello della Gioconda, non è di un marinaio di Lipari, come si pensava. Ora ci sono le prove che confermano i dubbi che storici dell’arte come Roberto Longhi avevano insinuato nel secolo scorso.

Un sigillo sul retro della preziosa tavola di noce intrisa di smalto, pigmento e olio di lino, conservata al museo Mandralisca di Cefalù, svela il mistero e apre una pista che porta dritta all’identità dell’ignoto protagonista del capolavoro di Antonello da Messina.

Altro che navigante, l’enigmatica espressione appartiene a un potente vescovo-ambasciatore, precettore di Ferdinando II d’Aragona, re di Spagna e di Sicilia, quello che con la moglie Isabella di Castiglia finanziò l’impresa di Colombo.

Il suo nome è Francesco Vitale, di origini pugliesi, che resse la diocesi di Cefalù dal 1484 fino alla sua morte avvenuta nel 1492. La clamorosa scoperta è dovuta a tre studiosi: Sandro Varzi, conservatore del museo Mandralisca, il figlio Salvatore, esperto di araldica, e Alessandro Dell’Aira, scrittore. Il percorso per svelare l’identità del personaggio sarà raccontato in un libro, Sfidando l’Ignoto, pubblicato nelle edizioni Torri del Vento.



Tutto ha inizio quando Sandro Varzi, nel fotografare e ripulire l’opera, in partenza per l’Expo di Milano, nota un sigillo a cui nessuno fino ad allora aveva fatto caso. «Il sigillo che mostrava gli emblemi vescovili – dice Varzi – ci ha indotto a cercare nell’albero genealogico della famiglia Pirajno, che possedeva l’opera, dove però non c’era nessun presule. Ma cerca che cerca ci siamo imbattuti in Giuseppe Pirajno, che era stato vicario di ben tre vescovi di Cefalù e che, in assenza dei titolari, a metà Settecento, aveva esercitato per parecchi anni un grande potere nella curia, tanto da ottenere la potestà di utilizzare lo stemma episcopale.

Il sigillo sul quadro è riferibile all’incirca al 1738. Un analogo sigillo chiude il testamento del vicario stesso. Quindi c’è la prova che l’opera era stata acquisita nel patrimonio dei Mandralisca ben prima che il barone Pirajno (1809-1864), quello raccontato da Consolo, facesse la spola con Lipari, l’isola natia della moglie, dove avrebbe trovato l’opera». Tutto questo accadeva almeno un secolo e mezzo prima che a qualcuno venisse in mente di attribuire il sorriso a un marinaio.


Ma perché il rivoluzionario barone Mandralisca, esaltato poi da Vincenzo Consolo nel suo capolavoro Il sorriso dell’ignoto marinaio come eroe risorgimentale, non ha mai smentito la favola della figlia dello speziale eoliano che in un impeto di rabbia aveva sfregiato il quadro dell’uomo che la rifiutava?

Un altro enigma nel misterioso contesto. Con la documentazione della vera identità chiudiamo il capitolo sul marinaio e apriamo quello relativo a Francesco Vitale. La sua vita è stata una grande avventura culturale, politica ed ecclesiastica. Laureato alla Sorbona di Parigi, trascorse anni alla corte aragonese dove educò alle lettere il piccolo Ferdinando. Poi, da ambasciatore compì delicate missioni per conto del monarca e infine fu vescovo di Siracusa e Cefalù, dove morì nel 1492.

Probabilmente Vitale conobbe Antonello a Venezia, dove il pittore era all’opera intorno al 1476. Ovviamente il vescovo portò con sé il ritratto. Bisogna considerare che solo personaggi facoltosi potevano permettersi un quadro del messinese. Altro che marinaio. Individuato il protagonista, i tre autori dell’indagine si mettono al lavoro per trovare altri elementi per convalidare la loro ipotesi. Scoprono delle tracce utili in sette medaglie rinascimentali dedicati al Vitale, in disegni d’epoca in cui ritrovano le fogge del vestito dell’ignoto, e in un incunabolo in cui c’è la prova che Vitale morì a Cefalù.

«Quest’ultimo dettaglio è importante perché prova che i suoi beni restarono nell’archivio storico della diocesi siciliana – dice Varzi – Tra tutti gli indizi che abbiamo trovato, c’è un quadro che raffigura Ferdinando addobbato come il protagonista del ritratto. E Vitale era certo autorizzato ad abbigliarsi con i preziosi vestiti in uso dal re. Consideriamo questa una delle prove più evidenti che ci ha aiutato a svelare l’enigma».



Che il quadro fosse di Antonello non ci sono mai stati dubbi, almeno da quando nel 1860 Giovan Battista Cavalvaselle fece una perizia sulla tavola. In quella circostanza fece dei disegni di suo pugno. «Utili – dice Salvatore Varzi – per ricostruire i restauri e gli interventi fatti sul quadro. Questi preziosi bozzetti oggi sono conservati alla Biblioteca Marciana di Venezia. Nella sua relazione e nello scambio epistolare col barone nessun accenno alla provenienza e all’identità del ritratto.

Come abbia preso il volo la storia del marinaio resta inspiegabile». «E dire – conclude Dell’Aira – che già negli anni Trenta, Giovanni Cavallaro, giornalista de L’Ora, aveva scritto che, per l’abbigliamento, doveva per forza trattarsi di un uomo di alto rango. Ma gli storici guardavano in modo miope alla favola preconfezionata chissà da chi». Potenza della suggestione.

la Repubblica - 27 marzo 2017


"non PRENDERE IL POTERE". A/traverso, una rivista sovversiva


In una società che macina tutto rendendolo soap opera (vedi ieri il centanario della prima guerra mondiale e oggi dell'Ottobre) rimane sottotono la rievocazione del movimento del 77. Forse ancora troppo recente per riuscire a disinnescarne nei talkshow la radicale carica sovversiva bene espressa da riviste come A/traverso di cui Derive Approdi pubblica la raccolta.

Alessandra Vanzi

Era il ’77 circolava il Maodadaismo


“Ho ficcato un dito nel cielo e ho dimostrato è un ladro!” (Majakovskij). Questa frase, che pronunciavo nel mio primo spettacolo “La rivolta degli oggetti” (1976), non l’ho mai dimenticata e mi è risuonata continuamente nelle orecchie leggendo in questi giorni il libro di Luca Chiurchiù “A/traverso La rivoluzione è finita abbiamo vinto” (ed. Derive Approdi) che ricostruisce con filologica precisione la storia della rivista e il contesto movimentista in cui nasce. Le idee viaggiavano veloci nell’etere trasmesse dalle prime radio libere e penetravano l’atmosfera con analogie anarchiche e maodadaiste spostandosi tra i linguaggi, destrutturandoli, mescolando illuminazioni filosofiche, punk, rivoluzioni sessuali e comportamentali.


Nel teatro d’avanguardia si moltiplicavano le performances che evadevano dagli spazi deputati invadendo le strade con il Living, la Postmodern dance e Grotowski, la musica partoriva i Sex Pistols e Freakantoni, l’arte Keith Haring e Andrea Pazienza, la scrittura Tondelli e Palandri, la poesia Bellezza e Ferlinghetti e mille altri artisti; così anche le riviste, i fogli del movimento si moltiplicavano: Rosso, Zut, Zizzania, La rivoluzione, il Male, etc. etc. supportati sempre dallo stesso unico garante Marcello Baraghini fondatore di Stampa Alternativa. Nel ‘77 A/traverso è una delle voci più rappresentative del movimento; nasce in Via Marsili a Bologna, casa di Franco Berardi detto Bifo che insieme a Maurizio Torrealta, Stefano Saviotti, Luciano Capelli, Claudio Cappi, Paolo Ricci, Matteo Guerrino, Marzia Bisognin a cui si aggiunge Angelo Pasquini, unico romano, quasi tutti gravitanti nell’orbita del DAMS, quasi tutti con formazione estetico-semiotica, sperimentano in pratica-rivoluzionaria-scrittoria le teorie del situazionismo Debordiano, la lezione delle avanguardie primo novecentesche, leggono i noveaux philosophes francesi Deleuze, Guattarì, Foucault, Lacan, gli scrittori Barthes e Balestrini e il gruppo 63.


Ispirati da Majakoskij producono il contro manifesto del maodadaismo (Mao Tse Tung diventa soprattutto un simbolo pop), che leggono al Convegno della Cooperativa scrittori : “…Diciamo DADA e intendiamo la nostra collocazione altrove. Oggi – fuori di qui – nella vita entusiasmante del proletariato giovanile mobile, della classe operaia in lotta, delle donne e dei gay che sperimentano forme di vita non sessista e non competitiva, dichiariamo la nascita del MAO-DADAISMO, una pratica della scrittura non separata, ma trasversale, capace di ricomporre gli ordini dell’esistenza. Oltre la politica del compromesso, oltre la cultura del compromesso, fatte per riprodurre e giustificare il dominio del capitale sul tempo di vita , dichiariamo la nascita del TRASVERSALISMO, forma teorica che interpreta il percorso pratico della scrittura-creatività-sovversione. I nuovi scrittori sono dentro il proletariato giovanile mobile, fra i gay, fra le donne, fra gli operai assenteisti, fra i rivoluzionari, fra i lavoratori intellettuali che affrettano la fine della società fondata sulla miseria e sul lavoro.”

“ Dissolutezza sfrenatezza festa. Questo è il livello a cui è attestato il comportamento dei giovani, degli operai, degli studenti, delle donne. E se per i burocrati questa non è politica, ebbene, è la nostra politica, magari la chiameremo in un altro modo. Appropriazione e liberazione del corpo, trasformazione collettiva dei rapporti interpersonali sono il modo in cui oggi ricostruiamo un progetto contro il lavoro di fabbrica, contro qualsiasi ordine fondato sulla prestazione o sullo sfruttamento.”


Naturalmente tanta provocazione non era accettabile per nessuna Istituzione e dopo i primi mesi di entusiasmo liberatorio e sfrenato arrivò l’11 marzo e la polizia di Kossiga, novello Fouchè, fece di Francesco Lo Russo la sua prima vittima dell’anno, appositamente direi, e precipitò il livello dello scontro, e vennero tempi di leggi speciali, di galere e clandestinità, di eroina lasciata correre nelle vene come sedativo di massa, del teorema Catalanotti. Il 12 marzo, mentre a Roma scontri durissimi vanno avanti fino a notte fonda, a Bologna viene chiusa, durante la diretta, radio Alice. Il 14 marzo vengono arrestati Saviotti, i fratelli Minella e Marzia Bisognin. Bifo riesce a scappare in Francia. Angelo Pasquini viene arrestato il 4 aprile al funerale di suo padre.

Ciò nonostante nel giugno ’77 A/traverso esce con un numero contro la criminalizzazione del dissenso da cui: “ …Ma l’unica cultura vivente è quella del movimento. Gli unici poeti italiani che abbiano saputo cogliere il respiro della storia sono – come Angelo Pasquini e Stefano Saviotti – in carcere, oppure come Nanni Balestrini perquisiti e perseguitati , o, come Bifo latitanti. Quando la cultura deve farsi , per il potere, organizzazione del consenso, ecco allora che lo stato decreta che il dissenso è criminale, e la persecuzione stalinista non colpisce la scrittura, la teoria, la poesia, ma la sua capacità trasversale di collettivizzazione e trasformazione..Non si tratta di costringere la poesia alla storia, ma di riconoscere che è solo il respiro della rivolta, lo spessore della storia, a dare al testo la densità della poesia.”


Il movimento del ’77 è stato creativo, fulminate, celibe, forse per questo non ha lasciato eredi. Come dice Torrealta: ”l’avanguardia che si mette l’anello al dito definendosi tale è un’Avanguardia Sposata, quella che invece non pensa a definirsi ma canta e balla, dipinge e suona, è invece un’Avanguardia Celibe.

Per quanto possa ricordare nessuno del movimento del ’77 si è mai definito avanguardia. Gli unici a farlo furono i seguaci della lotta armata…altri decisero di spogliarsi, di segnarsi il viso e il corpo, come selvaggi in una cerimonia iniziatica, di dimenticare la grammatica e la sintassi, di anagrammare le parole sconosciute, di parlare in versi, di regredire al livello più lontano del passato e di immaginare gli scenari più avanzati del futuro, di riprovare a reinventarsi tutti i linguaggi del mondo , perché tutti i linguaggi del mondo avevano già fallito.”


il manifesto/Alias – 18 marzo 2017

martedì 28 marzo 2017

Kevin Flynn. Dalla terra alla luce


La lezione di Francesco Biamonti, controcorrente.


Heidegger. La croce uncinata a difesa dello spirito tedesco



Antisemitismo e adesione al nazismo. Pubblicato parte del carteggio tra Martin Heidegger e il fratello Fritz che dimostra come anche dopo la fine della guerra il filosofo nutrisse un profondo disprezzo per gli ebrei.

Gennaro Imbriano

La croce uncinata a difesa dello spirito tedesco


Alcuni atteggiamenti e lo sguardo che Hitler ha nei ritratti di questi giorni mi ricordano spesso te». Così scriveva Fritz Heidegger il 3 aprile del 1933 in una lettera indirizzata al fratello Martin. Il quale dovette apprezzare questo paragone, dato che era stato proprio lui, nel dicembre del 1931, a fare attento il fratello sull’«insolito e sicuro istinto politico di Hitler» e a consigliargli la lettura del Mein Kampf.

Nel volume Heidegger und der Antisemitismus (Herder 2016, a cura di Arnulf Heidegger e Walter Homolka), viene parzialmente pubblicata la corrispondenza che il filosofo di Meßkirch intrattenne con il fratello Fritz tra il 1930 e il 1946. È un carteggio molto prezioso, perché contribuisce – proprio come gli appunti dei Quaderni Neri scritti in questo periodo – a ricostruire con maggiore precisione gli elementi teorici che sostanziano la «svolta» di Heidegger dopo la stagione di Essere e tempo, e a ricostruire il decisivo quindicennio (poco più) nel quale matura una nuova forma di «pensiero».

Notevole è il fatto che essa sia elaborata in intima connessione con l’evoluzione della crisi weimariana. Heidegger ne segue febbrilmente le vicende. Tutt’altro che disinteressato alla politica, è nelle pieghe del caos repubblicano che riformula in senso völkisch il suo «gergo dell’autenticità». 


Al nazismo compete una missione storica: «non si tratta più di meschina politica di partito — ne va piuttosto della salvezza o del tramonto dell’Europa e della cultura occidentale» (18.12.1931). Heidegger si convince progressivamente del fatto che Hitler sia «l’unica salvezza della patria» e vada sostenuto con forza contro ogni reticenza che qualche «impaurito “colto”» solleva nella speranza di favorire «immobilismo e mancanza di decisione» al fine di preservare la tranquillità della propria «dimensione borghese» (02.03.1932).

Il cancelliere della Repubblica di Weimar Heinrich Bruning gli appare troppo debole. Al fratello Fritz, che ne apprezzava gli sforzi per trascinare la Germania fuori dalla crisi, Heidegger contesta che il cancelliere ha raggiunto «meno di niente»: poco più che un «giocattolo nelle mani dei francesi», «privo di responsabilità dinanzi alle forze e ai compiti dello spirito tedesco», esecutore di «un ammiccare bugiardo verso Roma» (10-12.05.1932). Quanto al suo successore von Papen, Heidegger ne auspica la caduta e già nell’ottobre del 1932 prefigura quel cambio di guardia ai vertici dello Stato che si realizzerà due mesi dopo: «Schleicher sì – ma Papen no» (28.10.1932).

Quest’ultimo, che pure aveva tentato di arginare l’avanzata delle forze democratiche, viene infatti liquidato come amico degli ebrei, i quali grazie a lui «hanno ricevuto impulso e si sono liberati a poco a poco dalla loro sensazione di panico nella quale erano piombati» (28.10.1932).

Nella stessa lettera del 1932 Heidegger scrive che il mondo ebraico è espressione del «grande capitale», avere successo contro il quale «sarà difficile». Pochi mesi prima chiedeva a Fritz di diffidare della coalizione di centro e lasciare pure quel «rifugio tremolante alle donne e agli ebrei» (27.07.1932).


Dopo la guerra Heidegger, che pure continua a non nascondere al fratello il suo disprezzo per gli ebrei («Qui tutto è poco bello. Dobbiamo prendere in casa la gente dei Lager [KZ-Leute]. Tutto è brutto e peggiore che al tempo dei nazi» ), ridimensiona l’Olocausto chiamando in causa le violenze subite dai tedeschi dell’est: il «terribile destino che si è consumato nell’est della nostra patria», scrive in una lettera del 1946, «supera tutte le atrocità organizzate da delinquenti e accade indipendentemente – e sarebbe accaduto già prima – da ciò che noi “conoscemmo” tra il 1933 e il 1945».

Se verso la fine delle ostilità Heidegger non si dà pace per questo «terribile destino» e si domanda perché «lo spirito del mondo si serva di americani e bolscevichi come suoi sgherri» (18.01.1945), negli anni Trenta sono soprattutto questi ultimi a incutergli terrore. «Esiste oggi solo una chiara linea, che separa profondamente la destra dalla sinistra. Le mezze misure sono un tradimento. Dopo le elezioni gli otto milioni di comunisti daranno da pensare al “borghese”. E al ballottaggio saranno persino qualche milione in più» (02.03.1932).

Bisogna scongiurare il pericolo: malgrado le «goffaggini politiche», le «aberrazioni e le spiacevolezze» dei nazisti, «bisogna restare legati a loro» (28.10.1932). Occorre lasciarsi finalmente alle spalle «Weimar», che «fallì completamente di fronte al pericolo del bolscevismo – pericolo che i filistei di oggi ancora non vedono» (04.02.1933). E, poco dopo l’inizio dell’operazione Barbarossa, scrive: «La guerra comincia solo adesso. La brutalità della battaglia nell’est è certamente di dimensione “cosmico-storica”» (20.07.1941).

Eccolo, il nazismo di Heidegger: la missione storica della filosofia tedesca e della politica del Reich è la salvezza dallo spettro che si aggira per l’Europa. Un fantasma che nella Germania weimariana minaccia di cambiare le sorti della storia del mondo.


Il Manifesto – 11 febbraio 2017

venerdì 24 marzo 2017

Tepepa è morto, Tepepa vive


Giorgio Amico

Tepepa è morto, Tepepa vive

E così se ne andato anche Tomas Milian, compagno di avventure e di sogni negli anni felici in cui siamo stati orgogliosamente seduti dalla parte sbagliata della tavola, quella dei dimenticati e dei cattivi.

Con lui abbiamo combattuto nei villaggi sperduti di un Messico assolato, a fianco dei peones in cerca di tierra y libertad. Era nostro dovere, perchè, lo sanno tutti, il dittatore Carranza era un grande cabron e un hijo de puta.

Tomas Milian, Tepepa, ha rappresentato il sogno dell'avventura che in quegli anni in cui tutto pareva possibile e il mondo a portata di mano, noi chiamammo rivoluzione, parola dolce e terribile che ci scaldava il cuore e ci accendeva un fuoco nella mente.


Tepepa chiamavamo anche il responsabile del servizio d'ordine di quella Casa dello studente , base rossa, da cui partire alla conquista della Genova dei padroni, così come i guerriglieri scalzi di Tepepa erano scesi dalle montagne diretti a Città del Messico.

Ti abbiamo voluto bene, Tepepa. In tuo nome abbiamo portato per anni orribili baschetti e fumato toscanacci puzzolenti. Tutto per l'Idea, perchè  nonostante le aspettative non ci è servito nemmeno a rimorchiare.


Riposa in pace, Tepepa, resterai per sempre nell'angolino nel nostro cuore dove custodiamo gelosamente i ricordi della giovinezza.

Kandinskij. L'iniziazione del pittore nella Russia profonda


Al Mudec di Milano una mostra presenta il primo periodo dell'opera di Kandinskij.Splendido l'uso del colore. "Volevo che gli spettatori entrassero e si muovessero nei miei quadri", così il pittore spiegò il respiro cosmico delle sue tele che la scelta dell'astrattismo trasformerà in un linguaggio magico. 

Chiara Gatti

Kandinskij. L'iniziazione del pittore nella Russia profonda

Alla parete del suo studio di Monaco, nel 1911, su una tappezzeria a scacchi, era appesa l’immagine di un uccello del paradiso. Una stampa popolare russa, un “lubok”, che vegliava su di lui. Appoggiato col gomito alla scrivania, Vasilij osservava altre carte dipinte. Una fotografia lo ritrae circondato da una mappa di motivi folclorici: icone e oggetti votivi della Madre Russia. Da queste fonti di ispirazione, succhiava il midollo di un passato che gli apparteneva intimamente. Il padre nobile dell’astrattismo era un nostalgico e insieme un visionario. Un paladino errante sulla linea del tempo, alla ricerca delle sue origini, dei geni tartari, delle tracce dei suoi avi calati dalla Siberia orientale con un carico di fiabe, leggende, riti sciamanici sedimentati nella memoria. Per sempre.

Kandinskij. Il cavaliere errante. In viaggio verso l’astrazione è il titolo della mostra organizzata da 24 Ore Cultura e curata da Silvia Burini e Ada Masoero, che racconta al Mudec di Milano, fino al 9 luglio, vent’anni di riflessione, ragione e sentimento, violento rifiuto del positivismo e risveglio dell’anima alla ricerca di una dimensione spirituale dell’arte. Con un sogno intoccabile: dipingere l’invisibile.


Il percorso, chiaro nella sequenza dei momenti, raccoglie 49 opere del maestro, in arrivo dall’Ermitage di San Pietroburgo, dalla Galleria Tret’jakov e dal Puškin di Mosca, oltre a vari musei esteri, e vanta un taglio antropologico, che affonda nel cuore di un uomo innamorato della sua terra. Un viaggio à rebours accosta ai dipinti, agli oli, agli acquerelli, alle silografie, 85 reperti di un mondo ai confini delle geografie: oggetti quotidiani, elementi decorativi tradizionali, tessuti ricamati e bauli dipinti con simboli arcaici, sopravvissuti nella cultura contadina dell’estremo nord. Questo universo favoloso ed esoterico, lontanissimo dal razionalismo dell’Europa moderna, lo sedusse fin da ragazzo, destinato a depositarsi nel ricordo e a riemergere con energia primordiale nella sua pittura matura.

Durante una spedizione di ricerca nelle campagne ugro-finniche delle Vologda, invitato dalla Società imperiale Amici della scienza a studiare le credenze pagane nella provincia più profonda, Kandinskij, giovane allievo dei corsi di giurisprudenza, entrò nelle izbe dei popoli sirieni. Era il 1889. «Non dimenticherò mai le grandi case di legno dai tetti scolpiti. In quelle case meravigliose provai impressioni rare che mai più si rinnovarono. Mi insegnarono a commuovermi, a vivere in pittura ».


Le slitte di Novgorod, i giocattoli in legno scolpiti nella regione del Vladimic, i battipanni delle donne di Kerchomja, le canocchie per filare la lana di Archangel’sk. Santi e guerrieri, orsi e lupi, eroi e regine illustravano scene fiabesche, tratteggiate su ogni utensile. Mandrie di cavallini dalle criniere spettinate galoppavano nelle rappresentazioni incise sul legno, nei colori alle pareti, nei libri delle canzoni, sulle stufe e le cassapanche. La nonna e la zia avevano intonato per lui, da bambino, nelle notti gelide di Mosca, brani di quelle melodie della steppa. Quando si trovò davanti, nella sua avventura cognitiva, le radici della sua storia, fu un’ipnosi regressiva. Un’epifania. E addio studi di legge, addio alla cattedra che gli fu offerta in Estonia. La prima moglie, la cugina Anja, compagna di università e intellettuale, reagì duramente alla decisione di abbandonare ogni cosa per partire in direzione di Monaco e iscriversi all’Accademia dove insegnava Franz von Stuck.

La malia del simbolismo, i riccioli dello Jugendstil, le ombre del medioevo tedesco, la musica mentale di Schönberg, la teosofia di Madame Blavatsky e l’anima senziente di Steiner si mescolarono alle reminiscenze del suo viaggio iniziatico. E tutto si riversò nella sua pittura illuminata da uno sguardo interiore. Dal dialogo serrato dei motivi che rimbalzano fra dipinti e candelabri, carte, coperte e scatole in corteccia di betulla, emergono segni indelebili di riti e miti ortodossi sublimati nei colori dell’astrazione. I dischi solari dei sirieni ispirarono lo scudo di San Giorgio nel magnifico Cavaliere del 1914. Il serpente infernale delle icone apocalittiche striscia come un’onda del destino nell’Ouverture del 1919. Il carro di fuoco del profeta Elia deflagra nel profondo rosso dell’Improvvisazione del Puškin. Lo stesso uccello del paradiso vola in scene magiche, sopra le cupole d’oro del Cremlino.


Erano ormai già passati gli anni del Blaue Reiter, il cavaliere azzurro, fondato con Franz Marc nel 1911 e si avvicinava il tempo leggendario della docenza al Bauhaus. Ma i tamburi della taiga risuonavano ancora nelle sue vene.

Una tesi di fondo aleggia lungo il percorso: il Kandinskij popolare degli anni Venti è solo un epigono di se stesso. Kandinskij prima di Kandinskij rivela l’origine del genio e il debito verso i moti ancestrali della sua terra. Lo si vede dai toni che accendono i paesaggi di Murnau o le vedute della Piazza Rossa. «Mosca si fonde in questo sole, in una macchia che mette in vibrazione il nostro intimo, l’anima intera come una tuba impazzita. Non è questa uniformità in rosso l’ora più bella! Essa è l’accordo finale della sinfonia che avviva ogni colore, che fa suonare Mosca come il fortissimo di un’orchestra gigantesca».


La Repubblica – 15 marzo 2017

giovedì 23 marzo 2017

L'altra Venezia



Le foto di Giovanni Cocco svelano angoli di una Venezia quasi inimmaginabile dalla gran parte dei turisti: silenziosa, privata, sempre più vuota di abitanti e meravigliosamente autentica.

Caterina Serra
Fotografie di Giovanni Cocco

L'altra Venezia: la città souvenir persa nel vuoto


Guarda, l'aquila di mare è tornata in laguna. Insieme al germano reale, l'alzavola, l'oca lombardella, il piovanello partito dalla Siberia, la garzetta che sembra un airone ma ha il becco nero come le zampe che finiscono gialle. Vengono tutti a svernare a Venezia. Un flusso migratorio gentile, un popolo aereo, che viene e va senza pretese di occupazione né temporanea né permanente. La città alza gli occhi al cielo, con l'aria un po' stanca, stordita dal milione di voci che la assordano, sfinita dal conto dei passi di gente che ogni giorno gira in tondo, si ferma, riparte, si perde. Dove sono? Chiede qualcuno con la cartina della città in mano. Ogni tanto ci gode, a farli perdere, a confonderli, spezzandogli davanti agli occhi la strada, improvvisando un canale che interrompe il cammino. Ogni tanto invece offre ponti all'altro flusso, quello che ha attraversato il mare, e allunga un cappello a ridosso dei muri.


Ogni tanto i due flussi si incrociano ma senza confondersi. Lo sanno tutti, Venezia richiede elasticità, sinuosità di movimenti, e tagli netti improvvisi, come a sparire. È questo a confondere, l'impossibilità di un procedere lineare, omogeneo, l'insostenibilità di un pensiero che non ammette contraddizioni. Sembra ferma, la città più intatta della storia, con le sue gondole che ancora nessuno ha dipinto di rosa, col suo canale di palazzi sospesi come piatti sulle asticelle di un giocoliere, e la stessa aria magica di un castello incantato. Eppure. Come un parco a tema da visita domenicale, Venezia apre ogni giorno come una disneyland da visitare. Qualcuno dice che sta morendo, qualcun altro annuncia a gran voce che la città più bella del mondo è in vendita, che se la godono come un luna park, se la portano via come un bel souvenir, ci passano qualche giorno per foto in pose inchiodate a ponti che servono da belvedere.



Dicono che stia cambiando, che si stia svuotando di chi c'era nato e vissuto, che si stia facendo incatenare di negozi tutti uguali, a omologarla di copie di se stessa, sotto l'estetica un po' fetish di maschere di un brutto carnevale, dentro stanze di ori e stucchi come dark-room, un buio della storia in cui infilarsi eccitati dall'idea stessa di non sapere più dove si è. Dove siamo finiti? Se la comprano i più ricchi della terra e se la affittano, non è che ci vengono a stare, le case costano sempre di più e allora si lascia l'acqua incerta per la terraferma. Ogni tanto qualcuno sibila che sono anche i veneziani che se la vendono la loro amatissima città, affittacamere e venditori di case come si vendessero l'anima, ché agli schei sono attaccati tutti.


Ma dove sono?, nel senso di dove mi trovo, se lo chiede il turista spaesato, e il veneziano spaesato anche lui. Il turista che non solo si perde tra calli che gli sembrano uguali, ma che si ritrova in una città che non sa neanche se è quella vera, per dire storica, quell'unica al mondo fatta così, o non sia invece una delle sue tante riproduzioni. A fine giornata nella città-souvenir, c'è sempre qualcuno che si domanda: a che ora chiude Venezia?, con la paura di restare dentro mentre si spengono le luci, la giostra si ferma, il divertimento è finito.



Cosa accade a una città svuotata dei suoi abitanti e popolata di turisti? Cosa ne è dello spazio pubblico? E cosa succede a quello privato se l'uso di una casa non è più abitativo? Come se lo spazio pubblico potesse essere rinchiuso dietro i cancelli di una biglietteria, come se vivere non fosse abitare, aver cura di ogni bene comune, alimentare lo spirito della città con ciò che fa parte della sua storia, della sua identità. O come se lo spazio privato fosse lì pronto ad aprirsi al miglior offerente, e le cose non facessero parte di noi, non ricordassero niente a nessuno.

Anche le case ogni tanto si chiedono, dove siamo? Se la città diventa un pittoresco spassoso paese dei balocchi, quel pieno di voci e piedi che la affatica tanto è un vuoto di senso, di cittadinanza, di vita reale, di vita vera, verrebbe da dire, in cui la domanda, più storica che geografica, di chi ci passa o ci vive, e vuole viverci ancora con amore per la città, sarà la stessa: dove sono?


La Repubblica – 15 marzo 2017

La morte di Alfredo Reichlin. Ragazzi, partigiani, compagni felici in mezzo al popolo



Un bel ricordo di Alfredo Reichlin che è anche ricostruzione fedele di un'epoca e di una comunità umana, perché anche questo è stato con tutte le sue contraddizioni il PCI.

Valentino Parlato

La morte di Alfredo Reichlin. Ragazzi, partigiani, compagni felici in mezzo al popolo

Il compagno Alfredo Reichlin ci ha lasciato: è una seria perdita. E quando scrivo “compagno” ricordo l’epoca del protagonismo politico e culturale del Pci. Alfredo ne è stato uno dei migliori interpreti: uno straordinario compagno.

La sua vita è stata molto intrecciata a quella dei compagni che hanno fatto questo giornale. Innanzitutto a quella di Luigi Pintor. Erano compagni di banco, al liceo Tasso, ed è proprio grazie a Giaime che ambedue hanno preso la strada che poi li ha portati al Pci. Finirono la scuola nel ’43 ma nel grande edificio di via Sicilia tornarono assieme, armati di pistola, già universitari, per la loro prima azione temeraria: entrarono nella stanza del preside fascista, Amante, minacciandolo di rappresaglia se non avesse consentito lo sciopero degli studenti convocato per protestare per l’uccisione di Massimo Gizzio, studente antifascista in un altro liceo della capitale. Poi riuscirono a prendere contatto col Pci e furono arruolati, diciannovenni, nei Gap romani.

È sempre con Luigi che alla Liberazione decidono di fare il passo dell’iscrizione al Pci. «Eravamo comunisti?» – si è chiesto Alfredo nel bel libro scritto qualche anno fa (Il midollo del Leone, Laterza 2010).Lo siamo diventati dopo. E tuttavia se si vuole capire qualcosa della storia d’Italia e del perché il ruolo del Pci è stato così grande, tanti discorsi sul mito sovietico e sullo stalinismo servono ma fino a un certo punto.


Non spiegano perchè una generazione che dell’Urss non sapeva nulla (noi compresi) si gettava nella lotta. Non era Stalin ma la patria che ci chiamava. Può sembrare retorico, ma è la pura verità. «Io non so se questo sentimento nazionale sarebbe scattato senza l’appello all’unità nazionale che ci arrivò da Napoli, dal capo dei comunisti, un certo Ercoli. Dario Puccini, fratello del futuro regista Gianni, ci riunì a casa sua per spiegarci che l’obiettivo di questo Ercoli era la ’democrazia progressiva’.’Progressista’, cercai di correggerlo. No, ’progressiva’, mi rispose irritato, e mi spiegò il significato fondamentale di questa parola che alludeva a un processo in atto: a come, in certe condizioni, la democrazia poteva trasformarsi in socialismo.(Non ci sono barriere cinesi tra la democrazia portata fino in fondo e il socialismo). Lo aveva detto nientemeno che Lenin».

Fu di nuovo assioene a Luigi che Alfredo approdò, già nel 1945, alla redazione dell’Unità. Togliatti, con grande coraggio, aveva capito che se voleva costruire un grande partito popolare doveva rendere protagonisti i giovani cresciuti nel paese durante il fascismo, non gli anziani, pur gloriosi compagni, tornati dall’esilio o usciti dalle carceri.

Di quel giornale – in cui io, più giovane di sei anni, entrai come correttore di bozze appena sbarcato dalla Libia – Alfredo divenne direttore, poco più che trentenne, succedendo a Pietro Ingrao. Ed è per “ingraismo” che ne fu allontanato nel ‘ 62 e spedito in Puglia dove era nato, ma non aveva mai vissuto (mentre Luigi per le stesse ragioni veniva spedito in Sardegna).

Segretario del partito in quella regione allora tutta bracciantile lo seguii poco dopo, perché anche io fui mandato «a conoscere l’Italia», e fui per alcuni anni il suo vice. Fu una straordinaria esperienza. Reichlin, sempre in quel libro in cui dà conto della sua vita, racconta il primo impatto con la Puglia, quando parla della felicità: l’immensa felicità della politica che si fa popolo, che riscrive la storia.


«In Puglia incontrai una umanità: i compagni. Mi trovai immerso nella vita di un partito che era anche una straordinaria comunità umana»

«La profonda emozione di riscoprire gli italiani, il paese vero:le borgate, le fabbriche, i braccianti. Ricordo quando arrivai a Bari da Roma una sera tanto tempo fa (erano i primi anni ’60) per assumere la direzione dei comunisti pugliesi. Non conoscevo nessuno. Cenai in una squallida trattoria con Tommaso Sicolo, il mio vice, un operaio di Giovinazzo di straordinaria intelligenza. Stazza 110 chili. Non avevo mai visto mangiare un piatto così grande di pastasciutta. Mi comunicò che il giorno dopo dovevo fare un comizio a Corato. Era la prima volta che parlavo in piazza. Non so quello che dissi. Ricordo solo una piazza immensa e un mare di coppole. Gli zappatori. In Puglia incontrai una umanità: i compagni. Mi trovai immerso nella vita di un partito che era anche una straordinaria comunità umana».

Quando io arrivai in Puglia Alfredo era riuscito ad aprire l’organizzazione anche a qualche giovane che bracciante non era. Stava crescendo un gruppo di intellettuali – Franco De Felice, Mario Santostasi, Giancarlo Aresta, Beppe Vacca, Felice Laudadio – formatisi fra l’università e la casa Editrice Laterza.

Vito Laterza, che ne era il direttore, divenne nostro amico e ci offrì la vecchia villa dove d’estate alloggiava Benedetto Croce, autore fondamentale della casa editrice. Lì andammo a vivere con Alfredo, l’abitazione era bellissima ma ormai a pezzi, in attesa di essere demolita, gelida d’inverno. Lì si svolsero discussioni infinite sulla questione meridionale, di cosa voleva dire – non in astratto, ma a partire da quel contesto concreto – una rivoluzione in occidente che non fosse una semplice variante del riformismo socialdemocratico né del marxismo-leninismo di tipo sovietico. Fu una bellissima stagione.

Anche dopo –per tutti gli anni ’60 – continuammo a incontrarci molto: a Roma, a dirigere la commissione culturale, era venuta Rossana, molto amica di Alfredo, e sebbene non sia mai diventata una corrente, visse in quegli anni pre-’68 un’area ingraiana che la pensava in modo analogo. Così come Ingrao anche Alfredo non ci seguì nell’avventura de Il Manifesto.

Le nostre strade politiche si separarono, non i rapporti umani, sebbene per un po’ di anni, i primi, le relazioni fra chi come Alfredo e Ingrao faceva parte del vertice del partito e chi come noi ne era stato radiato, furono anche tesi. Alfredo accettò la scelta della maggioranza del Pci anche quando si arrivò allo scioglimento del partito nel gennaio ’91 e poi le successive trasformazioni in Pds, Ds, Pd.

Una rottura gli è sempre sembrata un arbitrio, quasi un atto di superbia. Fino all’ultimo ha continuato a riferirsi a quel che era restato come “il Partito”. Non riusciva nemmeno a immaginarsene un altro. Ma alla fine non ha più retto e ha scelto anche lui la strada del dissenso aperto: votando No al referendum e scrivendo, solo pochi giorni prima di morire, a commento del Lingotto,un feroce articolo contro il renzismo.


Le ultime pagine de Il Midollo del Leone sono dedicate ai fratelli Pintor. Si parte dalla foto della loro classe di liceo e Alfredo torna a guardare quei volti di loro ragazzi. «Sopratutto – scrive- il volto di Luigi, il mio compagno di banco e fratello di Giaime, insieme al quale scoprivo i libri, facevo i grandi pensieri, e poi combattei fianco a fianco tra i partigiani, e poi ancora ci ritrovammo nella redazione dell’Unità. Era un ragazzo davvero straordinario e ne parlo perché vorrei che lo avessero conosciuto i tanti simili a lui, che certamente esistono e che ormai devono decidersi a prendere la parola. Luigi era il nostro capo…..Passò solo un anno ed egli venne a casa da me in quella sera tristissima del dicembre 1943 per dirmi che Giaime era morto, dilaniato da una mina mentre attraversava la linea sui monti dell’Alto Volturno. Noi avevamo 18 anni, Giaime 4 o 5 di più. E Giaime resta per me il simbolo di una generazione».

Rispetto agli intellettuali antifascisti delle generazioni precedenti, questa non si è fatta affascinare dall’intimismo, ha «lasciato ai vecchi intellettuali delusi la confusione dei loro propositi. L’ultima generazione non ha avuto tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito».

E poi ricorda le parole di Calvino su Giaime: «L’esempio di Pintor, una delle tempre umane più estranee al decadentismo che pure veniva da un’educazione letteraria che era quella del decadentismo europeo, ci testimonia come in ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia».

Il suo libro, Alfredo lo conclude con queste parole: «Di questo ’midollo del leone’ c’è un gran bisogno. Se Vittorio Foa fosse ancora vivo e mi rivolgesse di nuovo quella domanda – credevate nella rivoluzione? – io risponderei con questi pensieri».


Il manifesto – 23 marzo 2017

mercoledì 22 marzo 2017

Il mistero Arnolfini. Aiuto! C'è uno spettro nel dipinto.



E se nello splendido quadro di Van Eyck la donna fosse uno spettro? La tesi è bizzarra, ma l'articolo è divertente.


Dario Pappalardo

Questi fantasmi nella casa degli Arnolfini

Nel quadro appeso alla parete della stanza numero 56 della National Gallery di Londra ci sono un uomo, una donna e un mistero. "I coniugi Arnolfini" di Jan Van Eyck nascondono uno degli enigmi meglio custoditi dalla storia dell'arte. Hanno alimentato più di un secolo e mezzo di teorie da far impallidire Dan Brown. Fino all'ultima: "In quella scena è rappresentata l'apparizione di un fantasma", sostiene il medico francese Jean-Philippe Postel, nel saggio "Il mistero Arnolfini", pubblicato ora da Skira.

Ma procediamo con ordine, mettendo insieme gli indizi. Tutto comincia probabilmente a Bruges, la città di residenza del pittore che sulla tavola lascia scritto in bella evidenza, in latino: "Johannes de Eyck fuit hic 1434". Datando e testimoniando di "essere stato lì", in quell'interno domestico "vero", accuratamente raccontato dai colori a olio che, come tramandato dalla leggenda e ricordato da Vasari nelle Vite (1550), lui stesso - l'alchimista Van Eyck - inventò.

Da Bruges l'opera passa nelle mani di don Diego de Guevara, mayordomo mayor dell'imperatore Carlo V. Nell'inventario (15 luglio 1516) della raccolta di Margherita d'Austria, a cui viene donato, il dipinto, custodito nel castello di Malines, nelle Fiandre, è descritto come "un grande quadro che chiamano Hernoul- le- Fin con la moglie dentro una camera da letto". In più, risulta coperto alla vista da due sportelli: "è necessario metterci una serratura per chiuderlo" del tutto, "secondo quanto ha ordinato Madame", la proprietaria. Gli sportelli sono andati ormai perduti. Ma perché, in pieno Cinquecento, Gli Arnolfini - ritratto di una coppia della borghesia borgognona - dovevano essere nascosti alla vista come fossero una pala per la devozione privata e per di più messi sotto chiave?

Da Margherita il quadro passa alla nipote Maria d'Ungheria, sorella di Carlo V, che lo tiene a Cigales, in Castiglia. Poi a Filippo II, re di Spagna, Paese in cui resta almeno fino al 1789 - quando è citato nella raccolta di Carlo III - e dove, nel 1734, scampa prodigiosamente all'incendio dell'Alcázar di Madrid assieme a un altro capolavoro cruciale: il seicentesco Las Meninas di Velázquez, che molto deve all'idea di Van Eyck. Entrambe le scene presentano sul fondo uno specchio in cui, secondo l'illusione pittorica, si riflette chi è al di qua del quadro. L'olio su tavola "ricompare" a Bruxelles nel 1815, a casa di James Hay, ufficiale inglese ferito nella battaglia di Waterloo. Da qui il trasferimento a Londra e alla National Gallery, che lo espone dal marzo 1843, quando inizia il gioco delle interpretazioni del soggetto.


La prima ipotesi è che si tratti semplicemente del pittore e di sua moglie: la accoglie anche John Ruskin, teorico del movimento dei preraffaelliti. Sono poi gli storici dell'arte Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle, nel 1857, a legare il dipinto agli Arnolfini: traslitterando così il nome Hernoul- le- Fin con cui viene indicato nei vecchi inventari. Per 150 anni quasi tutta la storiografia, senza alcuna prova, sostiene che si tratti del mercante Giovanni di Arrigo Arnolfini, originario di Lucca ma documentato a Bruges, e della moglie, Giovanna Cenami. In un articolo apparso su The Burlington Magazine, nel 1934, Erwin Panofsky ipotizza che l'opera sia una sorta di certificato del rito che unisce l'uomo e la donna, con Van Eyck come testimone oculare.

A smentire tutto questo è, nel 1994, il ritrovamento casuale da parte dello studioso francese di storia navale Jacques Paviot, di un libro di conti del Duca di Borgogna che registra le due pentole d'argento regalate agli Arnolfini per il loro matrimonio celebrato nel 1447: tredici anni dopo la data riportata sul dipinto e sei dopo la morte del pittore (luglio 1441). Si riparte daccapo, scavando ancora nell'albero genealogico degli Arnolfini: l'identità che fa più al caso è quella di Giovanni di Nicolao, imparentato con i Medici. 

Ma sua moglie, Costanza Trenta, nel febbraio 1433 - un anno prima della realizzazione della tavola - risulta già morta. E infatti nell'opera "tutto testimonia che la donna sia morta di parto", sostiene la studiosa Margaret Koster. A cominciare da quella candela spenta e consumata che compare sul candelabro in alto dal lato della signora. Qui entra in scena Jean-Philippe Postel, che ha scritto Il mistero Arnolfini: è un medico con la passione per l'arte, amico di Daniel Pennac, che scrive la prefazione e lo ha citato in Malaussène. Visita più volte la National Gallery con in tasca una lente di ingrandimento.



Le sue osservazioni si concentrano su quanto appare nello specchio convesso dipinto alle spalle della coppia. Nella scena, l'uomo, che sembra colto in un atto di giuramento, tiene con la sinistra la mano destra di lei. Ma lo specchio in cui compaiono, oltre ai protagonisti, altri due personaggi che li guardano - uno vestito di rosso, l'altro di azzurro - non registra nulla di tutto questo. Nel riflesso, nonostante quanto ci si aspetterebbe dalla precisione della pittura fiamminga, le mani sono sparite. "Dove dovrebbe esserci la mano di lui - spiega Postel - c'è una macchia nera, densa, arrotondata, che taglia in due la figura del visitatore in rosso, nasconde in parte l'abito del personaggio in azzurro e sembra dare origine a un lungo tortiglione".

Che cos'è? Ancora una volta il caso interviene nella ricerca. Mentre è alle prese con Gli Arnolfini, Postel acquista un testo del 1822: Infernaliana di Charles Nodier, che raccoglie una serie di aneddoti fantastici. Uno di questi descrive la visita di un revenant: un marito dall'oltretomba compare alla moglie, chiedendole di far celebrare messe per la salvezza della sua anima. La obbliga a giurare e a dargli la mano: lei la ritira "arsiccia e nera". Leggende come questa con le anime del purgatorio che vagano consumate dal fuoco percorrono a ritroso la letteratura europea fino al Medioevo.

Per Postel, attraverso il misterioso fumo nero che si vede nello specchio, Van Eyck ha voluto rappresentare proprio l'apparizione di una donna revenante al suo sposo. "Che io creda o meno negli spettri non ha importanza - dice Postel - Lavorando come medico nei suburbi settentrionali di Parigi, ho capito che se volevo davvero essere di aiuto ai miei pazienti avrei dovuto entrare in empatia con la loro cultura. È la stessa cosa che ho fatto con il dipinto di Van Eyck. Ho solo cercato di capire in cosa credesse la gente all'inizio del XV secolo. E sì, credeva negli spettri, nel Purgatorio e nei suffragi. Penso che Gli Arnolfini nascondano la rappresentazione di queste credenze ".

Se la donna fantasma che brucia la mano sinistra del suo sposo sia la prima moglie di Arnolfini o di Van Eyck - come Postel preferisce credere - poco importa. Non ci sono prove. Ma un altro dipinto di Van Eyck aggiunge un ulteriore tassello al puzzle. È un Ritratto realizzato intorno al 1438 e conservato alla Gemäldegalerie di Berlino. L'uomo raffigurato - nel taglio degli occhi, le sopracciglia sottili, il naso e la bocca - è identico a quello degli Arnolfini: ha solo qualche anno in più e la mano sinistra nascosta dietro al braccio destro. Che sia reduce da una scottatura?


La repubblica – 21 marzo 2017

Alfredo Reichlin, “Non lasciamo la sinistra sotto le macerie”


E' morto Alfredo Reichlin, una figura di spicco del movimento operaio e comunista della seconda metà del Novecento. Una valutazione del suo operato politico non può essere disgiunta da un ripensamento complessivo della storia del comunismo italiano dal 1921 alla Bolognina ed oltre. Se ne è andato con dignità, in un momento di grande confusione, lasciandoci un ultimo intervento di qualche giorno fa che suona come un testamento.

Alfredo Reichlin

“Non lasciamo la sinistra sotto le macerie”


Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.
Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.



Stalin, zar rosso. La lunga durata dell'impero russo

Come l’impero religioso zarista trapassò in quello ateo bolscevico. Cent’anni dopo l’ottobre del 1917, Vittorio Strada ricostruisce la continuità impressionante fra la politica imperiale zarista di Ivan il Terribile e Pietro il Grande e quella dello zar rosso Stalin.


Giorgio Fabre

La lunga durata dell’impero in Russia


Il 26 febbraio 1947 Stalin ricevette al Cremlino Eisenstein, presenti Molotov e Zdanov. Gli voleva parlare delle due parti del suo grandioso film su Ivan Il Terribile (la prima era uscita nel 1944, la seconda era appena terminata). Era la pellicola che aveva raccontato il primo zar che si era attribuito questo titolo, il vero unificatore della Grande Russia.

Fu un terribile esame e finì molto male. La seconda parte fu infatti vietata e uscì solo dopo la morte di Stalin, nel 1958. Le critiche del Piccolo Padre a Eisenstein furono di aver trattato male nel film sia il feroce esercito di Ivan, il famoso opricnina motore di tanti assassinii, sia lo zar stesso. «Lei gli opricniki» disse Stalin, «li ha mostrati come se fossero il Ku Klux Klan». Quanto a Ivan, aggiunse: «Lo zar nel suo film appare indeciso, simile ad Amleto… Lo zar Ivan era un governante grande e saggio. La sua saggezza consisteva nel fatto che guardava le cose da un punto di vista nazionale e non ammetteva nel suo paese stranieri, proteggendo il paese dalla penetrazione dell’influsso straniero». Infine Stalin fece un’altra critica, simultaneamente al regista e allo zar: Ivan era stato crudele, ma troppo poco, perché alla fine aveva ceduto agli scrupoli religiosi. Sottintendendo che lui, Stalin, di scrupoli, religiosi o no, non ne aveva.


Il verbale di questo incontro è uno dei documenti che Vittorio Strada ha raccolto e tradotto dalla recente produzione storiografica e politologica russa e che propone nell’ultimo suo libro Impero e rivoluzione. Russia 1917-2017(Marsilio, pp. 175, € 15,00). E questa continua a essere una qualità di questo notevole studioso della storia russa: che da decenni porta e presenta in Occidente e in Italia il meglio della cultura di quel paese che altrimenti sarebbe ben difficile conoscere. In questo caso, Strada ha selezionato i testi e i documenti pubblicati di recente, come il verbale del 1947, che permettono di ragionare sulla lunga durata dell’idea di «impero» in Russia: a partire da Ivan per arrivare fino a Putin. Il passaggio cruciale è naturalmente la rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Urss, e come esse permisero la sopravvivenza dell’idea di impero arrivata intatta fino ai Romanov. Era un modo per affermare che anche i bolscevichi erano una potenza.

Il problema fu che quell’idea, anzi, quell’enorme realtà, era basata, oltre che sulla gestione di etnie molteplici dalle lingue diverse – unificate poi da un unico centro anche linguistico, quello russo –, sulla presenza di una solidissima giustificazione religiosa e storica, che si identificava col potere. L’impero era anche religioso, perché lo zar era capo della Chiesa ortodossa. E quest’ultimo era un organismo che si poteva far risalire, indietro nel tempo, all’altro impero, quello di Roma. Era potente, ricco, ramificato e faceva leva sulla radicata religiosità popolare.


La religione era un dato di fatto che gli atei bolscevichi non potevano certo accettare. Anzi, la combatterono aspramente, tenendo in piedi però il resto, la struttura stessa dell’impero, le relazioni tra i vari popoli che lo componevano, la politica estera. Il mantenimento della forte struttura centrale, della violenza del controllo poliziesco, compreso quello del dissenso intellettuale, furono gli strumenti fondamentali attraverso cui l’impero religioso zarista poté trapassare in quello laico, anzi ateo dei bolscevichi.

Quanto alla religione, accanto alla battaglia all’ultimo sangue con la Chiesa ortodossa, l’escamotage fu far intervenire una rapida sostituzione di credo. Al posto della dottrina ortodossa fu costruito il culto della Cosa pubblica, Stato e partito, in sé simboli di giustizia, e una nuova potente dottrina ateistica, il materialismo storico.

Vittorio Strada ripercorre questi passi sia attraverso la documentazione storica affiorata dagli archivi (si veda quella sulla cruciale eliminazione della famiglia dello zar a Ekaterinburg), sia attraverso nuovi studi storici pubblicati in Russia. Sono molto interessanti ad esempio le pagine dedicate a un antibolscevico «bianco», emigrato dopo la rivoluzione e ora riscoperto, Nikolaj Ustrjalov. Ustrjalov teorico della Grande Russia, finì per trasformarsi, in esilio, in teorico del nazionalbolscevismo (oltre che studioso del sistema fascista) ed esaltatore della Russia del Piano Quinquennale. Nel 1935 tornò in patria dove ebbe un posto di professore. Nel ’37 fu fucilato come spia. Ma intanto anche questo nemico aveva versato il suo obolo al mantenimento dell’idea dell’impero rosso.


Il manifesto/Alias – 5 marzo 2017

domenica 19 marzo 2017

Parla di noi la decadenza dell'impero romano

    Marco Aurelio

Spesso ci viene da pensare che la situazione attuale dell'Occidente somigli sempre più alla lenta decadenza dell'impero romano. E questo rende le cronache di Erodiano, autore minore del terzo secolo d.C., non prive di interesse anche per un lettore comune.

Carlo Franco

Dalle cacce di Commodo alle crudeltà di Massimino

Dal regno di Commodo all’ascesa di Gordiano III (180-238 d.C.) l’impero romano attraversò una fase piuttosto difficile, cui seguì, finita la dinastia dei Severi, una crisi ancor più grave. E poiché «crisi» è una parola tematica dei nostri anni, si comprende quale interesse oggi possa esservi per Erodiano, che narrò quella crisi antica. La sua Storia dell’Impero romano dopo Marco Aurelio è tornata ora disponibile (Einaudi «Nuova Universale», prefazione di Luciano Canfora, pp. XVI – 296, € 28,00), riprendendo la traduzione e le note pubblicate nel 1967 da Filippo Cassola.

Napoletano per origine e formazione, Càssola (1925-2006) insegnò per molti anni a Trieste, occupandosi del mondo antico intero, dalla Grecia antichissima (La Ionia nel mondo miceneo, 1957) alla repubblica romana (I gruppi politici romani nel III secolo a.C., 1962) e all’impero. La sua edizione di Erodiano e gli studi che l’accompagnarono mostrano anche il suo impegno filologico: a Càssola si deve anche la preziosa edizione degli Inni omerici per la Fondazione Valla (1975). L’ampiezza degli interessi e il taglio della ricerca sono evidenti scorrendo i suoi Scritti di storia antica. Istituzioni e politica (1993).


Quanto a Erodiano, anche se oggi non è tra le celebrità della storiografia classica, egli ebbe notevole fortuna in età moderna. Fu tradotto da Poliziano nel 1493 in latino (e per questa via letto da Machiavelli), e poco dopo fu disponibile in tedesco, francese e inglese. In Italia ebbe due versioni cinquecentesche (1522 e 1551), cui seguì quella pubblicata da Pietro Manzi nel 1821, e ripresa nel 1823. Il lavoro di questo letterato di Civitavecchia, appassionato di antichità e amico di Stendhal, ricevette alcune aspre critiche: la sua colpa era di aver tradotto Erodiano nello stile degli storici toscani del Cinquecento. Ma un tono tra Machiavelli e Guicciardini sembra adatto a rendere le scene di battaglia, i drammatici discorsi, le torbide congiure e le moraleggianti sentenze che Erodiano dissemina in abbondanza: anche la versione di Càssola adotta una patina arcaizzante, attenuata in lieve misura nella ristampa.

La frequenza delle traduzioni mostra che Erodiano godette a lungo di buona fama come storico: Edward Gibbon, per esempio, ne trascrisse interi discorsi nella sua Storia della decadenza e caduta dell’impero romano. Invece perdette molto credito sotto i colpi della filologia germanica: ma soprattutto come scrittore. Wilamowitz lo giudicò un imitatore senza valore («ein nichtiger Nachahmer»), mentre Eduard Norden, nella sua ricerca sulla prosa d’arte antica, lo liquidò con impazienza per lo stile, giudicato piuttosto banale: e si basò solo sul primo libro dell’opera – su otto –, aggiungendo: «gli altri non li ho letti».

Il disprezzo ha coinvolto a lungo anche il valore di Erodiano come storico: ma ad una analisi più equilibrata gli errori e le omissioni a lui imputate (come il silenzio sulla constitutio antoniniana) sono meno rilevanti di quanto era apparso. Nella sua chiara ed esaustiva introduzione, Càssola fa proprie le riserve circa Erodiano scrittore, quando scrive che il suo stile «è quanto di peggio possa immaginarsi: nessun autore è riuscito come lui nella difficile impresa di conciliare i più vieti artifici della retorica con un linguaggio povero, sciatto e banale»; Canfora riconosce invece allo scrittore «solida formazione letteraria» e alla sua prosa «grande chiarezza». Sul punto giudicheranno i lettori, tenendo conto del fatto che, in coerenza con l’impianto della collana, nell’attuale edizione non è presente il testo greco a fronte.

Quel che è certo è che, stile a parte, l’interesse per Erodiano è stato assai alto negli ultimi decenni, come mostrano le traduzioni in inglese (1969), russo (’72), olandese (’73), ceco (’75), spagnolo (’85), francese (’90) tedesco (’96). E intensa è stata anche la ricerca, dalle fonti (quanto Erodiano conosceva Dione Cassio?) alla attendibilità storica (il suo racconto va preferito alle svagatezze aneddotiche dei biografi della Storia augusta); dalla concezione storiografica (fu a suo modo un «tucidideo», secondo la moda teorizzata da Luciano nel Come si scrive la storia) alla visione politica (un uomo d’ordine, fautore della dignità del senato e dell’imperatore). Questo lavorio critico non appare però nel volume einaudiano: unica integrazione ai materiali raccolti da Càssola nel ’67 è la menzione della recente edizione critica del testo greco (2005).

   Commodo

Erodiano, storico della crisi, narrò i fatti del tempo suo: l’impero che passava dalle bizze di Commodo al rigore di Pertinace, dalla determinazione di Alessandro Severo alle follie di Elagabalo, fino alla crudeltà di Massimino. Il racconto ha un passo vario: concentrato sulle dinamiche di palazzo, meno attento all’amministrazione, talora rapido sulla politica estera, si distende però in pagine di scrittura efficace, eredi di grandi modelli seppure non stese con uno stile accurato. Difficile restare indifferenti alla descrizione delle cacce di Commodo nell’anfiteatro, al quadro dell’incendio di Roma nel 192 (quello in cui Galeno perse alcuni suoi libri), al racconto del lungo e inutile assedio posto ad Aquileia da Massimino Trace nel 235.

I materiali presenti nell’opera mostrano diversa qualità, e ciò potrebbe dipendere da una incompleta revisione formale: più difficile stabilire se e quando Erodiano parla di eventi dei quali era stato personalmente testimone (talora lo asserisce, ma non sempre convince). E comunque, oltre a qualche bella pagina, lo storico attira interesse perché presenta il proprio punto di vista sul periodo analizzato.

Il punto di vista di un greco, forse dell’Anatolia, al quale appaiono lontani sia gli «orientali» della Siria sia le terre d’Italia, così come gli sono incomprensibili i riti di Elagabalo per il dio Sole. Ma anche di alcuni usi romani egli parla in dettaglio ai suoi lettori, come di cosa sconosciuta, pur dopo secoli di dominazione; e così si trova nel libro Quinto una famosa descrizione della cerimonia della consecratio, che faceva dell’imperatore morto un (vero) dio.

    Eliogabalo

Politicamente, Erodiano era un outsider: quando parlava dei senatori non poteva dire «noi», come faceva invece Dione Cassio. Però, testimone di una Roma che «non funzionava più» come prima, aveva una visione chiara dell’impero. Non a caso la sua opera si apre con un quadro tutto elogiativo del regno di Marco Aurelio: in lui si riassumevano tutte le qualità del buon imperatore, giusto principe dei popoli e capace guida degli eserciti. Quel che i successori non riuscirono più a essere, in tutto o in parte.

Erodiano si poneva come fautore della disciplina e dei ceti abbienti, e denunciò le depredazioni e il crescente peso della rapace fiscalità. Diffidava degli imperatori che erano solo dei soldati e mancavano di cultura politica. Condannava i dominatori che esercitavano arbìtri e crudeltà tiranniche. Considerava un danno la scelta di sussidiare i barbari, invece di tenerli sotto controllo militare effettivo. Era un moralista che non amava gli eccessi del vizio nei potenti, e non lesinava qualche predica ai suoi lettori.

Come storico, si tenne lontano dagli eccessi della propaganda e della denigrazione, che pur gli dovevano essere ben noti. Fu attento al tema del consenso, ma gli ripugnavano i regnanti che facevano spettacolo di se stessi. Il suo racconto di Commodo che decapita gli struzzi durante le cacce nell’anfiteatro è straniante: in Italia si sono visti uomini di governo cucinare risotti in televisione o prodursi in analoghe prodezze. Le epoche di crisi fanno emergere leader degenerati, apparentemente grotteschi, e invece rovinosi per sé e per la collettività.


Il manifesto/Alias – 12 marzo 2017