TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 14 febbraio 2018

Oltre il mito della rivoluzione luterana



Un sentiero di letture per indagare meglio cosa significò l'atto fondativo della Controriforma, alla luce delle tradizioni precedenti del Medioevo.

Marina Montesano

Oltre il mito della rivoluzione luterana



Si è appena chiuso l’anno nel quale convegni e pubblicazioni hanno ricordato l’anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero sul portone della chiesa di Ognissanti del castello di Wittenberg, il 31 ottobre 1517. Senonché, come già ricordava Adriano Prosperi (Lutero. Gli anni della fede, Mondadori), in base a un dibattito sulla vicenda già acceso da tempo, è probabile che questo atto fondatore non sia nemmeno mai avvenuto.

Le tesi avrebbero avuto una circolazione inizialmente meno spettacolare, all’insegna della ricerca di un accordo, cosa peraltro in linea con la personalità di Martin Lutero. Una nuova, corposa biografia del riformatore tedesco, scritta da Silvana Nitti (Lutero, Salerno, pp. 528, euro 29), ripercorre la vicenda, affermando: «Non è da escludere la possibilità che le tesi siano state effettivamente affisse al portale della chiesa che era, in quanto chiesa della residenza ufficiale dell’Elettore, fondatore e patrono dell’università, normalmente usata per gli avvisi o per il materiale didattico; una specie di bacheca dell’ateneo, insomma. Ma è certo che la critica al mito del 31 ottobre 1517 (…) resta pienamente valida proprio in quanto si tratta di un gesto niente affatto sconvolgente».

È da tempo, peraltro, che la rivoluzione del luteranesimo viene riconsiderata alla luce del contesto e del fatto che la cultura del fondatore fosse in realtà ancorata nella tradizione precedente, quella che siamo soliti chiamare «medievale». Ed è quanto fa anche Silvana Nitti ripercorrendo con ordine la vicenda del teologo agostiniano sassone. La causa immediata della rivolta fu la stanchezza per la riscossione delle tasse ecclesiastiche («decime»).


Martin Lutero insorse contro la corrotta Chiesa di Roma nel nome della libertà di coscienza, dell’annullamento della separazione tra chierici e laici («sacerdozio universale»), del libero esame delle Scritture contro l’autorità gerarchica ecclesiale, del valore simbolico (e non reale) dell’eucarestia.

La «fede riformata» di Lutero si precisò nel 1530 alla dieta di Augusta, nella quale, su richiesta di Carlo V, che voleva aver chiari i limiti della Riforma, il teologo Filippo Melantone presentò un documento, la Confessio Augustana, in 28 punti. Il disaccordo tra l’imperatore e i principi che avevano aderito alla Riforma si precisò nella dieta di Smalcalda, nella quale essi presentarono una loro «protesta» formale contro il sovrano. Dopo un periodo di scontri militari e di trattative, si giunse alla pace di Augusta del 1555, nella quale si stabilì il principio cuius regio, eius religio: i territori avrebbero dovuto seguire la religione del loro rispettivo principe.

Alcuni principi tedeschi accettarono infatti la Riforma proposta da Lutero, almeno in parte per incamerare i beni della Chiesa. Ma repressero con durezza i movimenti religioso-popolari e contadini (come gli anabattisti di Thomas Müntzer) che avrebbero voluto «l’avvento del Regno dei Cieli sulla terra», cioè inaugurando un nuovo ordine evangelico ed egalitario.


Riformare la Chiesa in modo da ricondurla alla purezza dell’età apostolica era stato in effetti un vecchio sogno dei cristiani. L’adagio reformare reformata («conferire di nuovo la forma corretta a quanto si è deformato») era molto popolare nel medioevo almeno fin dall’XI secolo: e molte erano state le riforme tentate, sia dalla gerarchia sia dai fedeli, nel corso dei secoli XI-XV. Ma la situazione di mondanità della Chiesa nel Quattrocento era divenuta insostenibile.

I movimenti popolari e anche dottrinali del Quattrocento, soprattutto quelli guidati da John Wycliff in Inghilterra e da Jan Hus in Boemia, erano stati determinati dal disagio dello spettacolo d’una Chiesa corrotta da parte di intellettuali e fedeli che l’avrebbero invece voluta vedere povera, lontana dall’esercizio del potere mondano e della ricchezza, aderente allo spirito del Vangelo. Ma l’Inquisizione li aveva sempre repressi. La differenza, nel XVI secolo, fu data dal fatto che le condizioni generali erano ormai cambiate.

La Riforma di Martin Lutero si sviluppò dunque, rispetto ai tentativi del passato, appoggiandosi agli stati e ai poteri costituiti, ma essa inaugurava anche un periodo per l’Europa fatto di guerre e crisi profonde, come mostra la lettura di Mark Greengrass, La Cristianità in frantumi, Europa 1517-1648 (Laterza, pp. 820, euro 38). In Inghilterra, Enrico VIII aveva accettato la Riforma sotto il profilo disciplinare, che gli consentiva di staccare la Chiesa d’Inghilterra dall’obbedienza al papato romano e di porla sotto il suo diretto controllo: per il resto, però, teologia e liturgia restavano quelle cattoliche.

Sotto i suoi successori Giacomo I ed Elisabetta I, la Chiesa anglicana andò progressivamente accettando influenze protestanti. Il calvinismo, fondato da Giovanni Calvino, si andò affermando in parte della Svizzera, in Scozia (dove nel 1560 il parlamento abolì il cattolicesimo per abbracciare il «presbiterianesimo» di John Knox) e in Olanda.


In Svizzera, insieme a cantoni che restavano cattolici o luterani, Ginevra fu calvinista mentre altrove si affermarono le dottrine zwingliane e quelle di Guillaume Farel. Le comunità valdesi aderirono alla Riforma. Germania, Boemia, Moravia e Ungheria si divisero tra cattolici e luterani. I gruppi riformati in Italia e in Spagna furono duramente repressi e non incontrarono appoggio a livello popolare.

Tra la metà del XVI secolo e quella del XVII l’Europa fu dilaniata da vere e proprie «guerre di religione», che si sommarono a conflitti politici e sociali. In Francia, nel 1559 un sinodo nazionale calvinista definì quella confessione (gli aderenti alla quale assunsero il nome di «ugonotti»), ch’era forte soprattutto nell’aristocrazia ed era vicina anche alla corte. Dopo alterne vicende (famosa la «Notte di San Bartolomeo», 24 agosto 1572) una vera e propria guerra civile si concluse con l’ascesa al trono di Enrico di Borbone, capo degli ugonotti, che – col nome di Enrico IV – si convertì al cattolicesimo assicurando ai suoi ex-correligionari le libertà essenziali.

La guerra «dei Trent’anni» (1618-1648), nata come conflitto religioso, ma complicata dall’alleanza tra la Francia e i protestanti tedeschi, si chiuse nel 1648 con le paci di Westfalia che modellarono la mappa religiosa europea definitiva. A parte Scozia e Irlanda, dove fra Sei e Settecento le persecuzioni protestanti si dettero a massacri indiscriminati contro i cattolici, eliminandoli o quasi dalla Scozia e dall’Irlanda settentrionale. In tempi come i nostri, nei quali si prova a ricucire il rapporto fra comunità, confessioni e Chiese che sono state separate anche nel sangue, ricostruire questa storia è più importante che celebrare anniversari.

il manifesto – 10 febbraio 2018