TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 marzo 2018

A scuola di politica. L'Istituto di Studi comunisti delle Frattocchie



«A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie», di Anna Tonelli per Laterza. Storia della scuola formazione per quadri e dirigenti del Pci fondata da Togliatti sul modello delle scuole di partito sovietiche.

Massimo Raffaeli

Frattocchie, terreni comuni per fare egemonia



Nei pieni anni settanta, non solo alle Feste dell’Unità ma anche nelle librerie «Rinascita» si vendevano i libri degli Editori Riuniti, la casa editrice del Partito comunista italiano. Oltre al cofanetto dei Quaderni gramsciani, oltre all’edizione in volumi innumerevoli (esemplata su quella ufficiale, ovviamente sovietica) delle opere di Lenin, oltre a un’antologica monumentale e in un solo volume (a cura di Ernesto Ragionieri e di un suo giovanissimo allievo, Gianpasquale Santomassimo) degli scritti e discorsi di Palmiro Togliatti, oltre a tutto questo che si imponeva per la mole e per un costo da acquisto rateale, erano invece disponibili, in volumetti molto più economici, i titoli di uno studioso e dirigente di partito, il suo nome era Luciano Gruppi, i quali spiccavano sia per la limpidezza del dettato e la capacità di sintesi sia soprattutto per la consonanza, per così dire sempre calcolata ora per allora, con la linea del Partito medesimo: Il pensiero di Lenin (’70), Il concetto di egemonia in Gramsci (’72), Togliatti e la via italiana al socialismo (’74) ne erano i titoli maggiori e dunque riassumevano con puntualità il punto di vista, così come di riflesso il senso comune, di una formazione politica che all’apice del consenso elettorale (più di un elettore su tre fra il ’75 e il ’76 aveva votato il Pci, tra le lezioni amministrative e politiche) proprio allora stava trapassando da partito di massa e di militanti a partito di amministratori con responsabilità di «governo» (e tale era la parola-chiave, quasi un mantra che di per sé additava debolezze e nequizie della Dc nello stesso momento in cui veniva avanzata la proposta del «compromesso storico»).


I LIBRETTI di Luciano Gruppi erano in realtà una piccola summa ideologica e insieme il più dignitoso testamento del partito che nel giro di un decennio avrebbe rinunciato, per la forza convergente di fattori interni ed esterni, a una propria ragion d’essere nel collasso di qualunque proposta politica originale, autonoma, nella vergogna persino della propria vicenda.

Insomma nella resa a discrezione a quanto che nella storia sacra dei partiti marxisti si sarebbe un tempo chiamato lo stato di cose presenti, cioè l’assoggettamento alle idee dominanti, per proverbio definibili come le idee della classe dominante, vale a dire quelle di un liberalismo in via di tramutarsi, armato fino ai denti, in neo-liberalismo o ordo-liberismo la cui compiuta realizzazione da molto tempo è riscontrabile nell’annientamento di qualsiasi struttura anche solo nominalmente antagonista.

Luciano Gruppi, per rimanere al suo nome emblematico, era stato infatti tra gli ultimi responsabili di una istituzione a suo tempo leggendaria nell’intero Occidente, la scuola di formazione politica per quadri e dirigenti del Pci, un collegio comunista attivo per quasi mezzo secolo nel suburbio a sud di Roma, località Frattocchie, tanto eloquente da divenirne l’antonomasia. E si intitola infatti A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie (1944-1993) (Laterza, pp. 265, euro 18) l’utilissimo lavoro di una storica, Anna Tonelli, che da sempre connette la misura interpretativa alla filologia e pertanto alla capacità di addurre e decifrare documenti di prima mano.



LA SCANSIONE relativa a quello che dalla metà degli anni cinquanta si chiama «Istituto di Studi Comunisti» va obbligatoriamente dall’arrivo di Ercoli (Palmiro Togliatti) a Salerno alla cosiddetta «svolta» di Achille Occhetto e dei suoi comprimari che, dopo l’’89, decreta l’estinzione del medesimo Partito comunista italiano. Il dettato di Tonelli è limpido e puntualmente asseconda ogni passaggio di fase: Frattocchie è nell’immediato dopoguerra una scuola che cerca di sopperire alla indigenza ideologico-politica di militanti magari passati per la Resistenza ma sprovveduti sotto il punto di vista ideologico-politico; poi, fra gli anni cinquanta e settanta, è la couche di un partito che deve misurarsi tanto con le ristrettezze e le rigidezze della Guerra Fredda quanto con le tumultuose novità di un Paese appena ricostruito e avviato, in pochi anni, a potenza industriale; infine Frattocchie è il luogo in cui si incontrano e configgono, ben evidenti già alla metà degli anni settanta, i risultati di una raggiunta egemonia culturale e i primi contraccolpi di una effettiva incapacità a leggere gli sviluppi del neo-capitalismo e delle società amministrate già in via di ristrutturazione e globalizzazione.

Davvero interessante la trafila degli allievi e dei docenti illustri (fra i tanti altri Alfredo Reichlin, Miriam Mafai, Pietro Ingrao, Lucio Lombardo Radice, insomma il Gotha della intelligenza comunista, non escluso Enrico Berlinguer, spedito a dirigere Frattocchie a cavallo del ’56, in realtà per punizione o meglio per scarsa ortodossia riguardo al giudizio sui moti ungheresi) ma molto più eloquente è la trafila dei compagni di base, gli anonimi, le cui testimonianze scritte rappresentano un diagramma itinerante della storia del partito. All’inizio si è mandati dalle Federazioni a Frattocchie (e nei suoi satelliti, come ad Albinea di Reggio Emilia, longeva fucina di amministratori locali) come a una scuola sovietica poi via via come ad uno stage di quadri, di dirigenti e/o amministratori.


NEL TEMPO cambia l’estrazione, con un deficit progressivo di operai, così come la durata della permanenza, il clima e il costume in quella che all’inizio può sembrare a taluni una nuova compagnia di gesuiti sovietici e alla fine, viceversa, la perfetta realizzazione di un campus all’occidentale. E cambiano ovviamente anche i programmi e le bibliografie, prima rigide e afferenti in esclusiva al marxismo poi più aperte e inclusive, dopo gli anni del Boom economico, alle scienze umane o comunque alle discipline affluenti.

E a mutare è anche il modello espressivo, che dall’italiano liceale e un poco eredo-crociano, prediletto da Togliatti, si indirizza a un dettato più limpido e schietto, come sempre nei voti di Tullio De Mauro. Di particolare interesse è l’analisi per campione che Tonelli conduce da un lato sui testi degli allievi (nel dopoguerra sono ovviamente «autobiografie», talora ingenue e struggenti, ancora di chiara impronta stalinista) dall’altro sulle valutazioni che i dirigenti assegnano agli allievi medesimi: anche qui, alle virtù della obbedienza e della affidabilità, in ogni caso della serietà e irreprensibilità dei costumi, si preferiscono via via quelle della intraprendenza e della autonomia di giudizio.



MA IL PIÙ AVVINCENTE sottotraccia di A scuola di politica, quasi un libro nel libro, è dedicato alla presenza femminile in Frattocchie, così spinosa che nel ’47 il dirigente Mario Melloni (il futuro corsivista dell’ Unità a firma «Fortebraccio») calcolava in questi termini, opponendosi alle classi miste: «Da sole non pesa su di loro quel senso di inferiorità che si manifesta in loro quando si trovano in mezzo agli uomini, specialmente nel campo dei problemi politici, sono più spigliate, hanno più fiducia in se stesse, si comprendono meglio come allieve e si crea in loro uno stato d’animo più facile all’assimilazione della materia che studiano».

Da un simile paternalismo muove il difficile, tormentato, talora apertamente contrastato, processo di emancipazione a ogni liv. ello che rende tuttavia inconfondibile, nei decenni, il profilo delle dirigenti comuniste. La loro storia appare anzi come una sineddoche e cioè la parte per il tutto, capace di svelare in retrospettiva la natura e le contraddizioni di quel grande partito. Infatti un documento che ne annuncia il principio della fine è quello sottoscritto dalle partecipanti al «Corso Femminile» tenutosi a Frattocchie nel luglio del 1983: «Torniamo all’attività politica quotidiana convinte che nel partito troppi valori di impronta maschile ci impediscono troppo spesso di vivere esperienze di questo tipo.

I SENTIMENTI di emulazione, di competizione, le figure carismatiche, il senso della gerarchia sinora ci hanno costrette a tacere o a parlare separandoci dai nostri dolori, dalle nostre gioie, insomma da noi stesse. In questo modo il partito appare meno fragile, più scientifico e asettico, ma certo vive nel profondo e quindi anche nella sua capacità di incidenza politica una mancanza, una contraddizione che lo indebolisce limitandone potenzialità e ricchezza propositive». Scritta meno di dieci anni dopo i trionfi elettorali, lontana anni luce dai libri di Luciano Gruppi e ormai da ogni vulgata, questa pagina allarmante è presaga e si affaccia a un presente che sappiamo rovinoso.

il manifesto – 29 marzo 2018