TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 13 marzo 2018

Davide Lajolo. Il "fascio-comunista" figlio della Langa



Dopo anni di silenzio la critica torna ad interessarsi a Davide Lajolo. Una biografia ne traccia il percorso politico e letterario, dalla convinta adesione al fascismo prima e poi al comunismo togliattiano. Uno scrittore calato nel mondo “grande e terribile” (per usare l'espressione di Gramsci), ma che mantiene profonde radici nel mondo di Langa. Ed è proprio questo elemento che ce lo fa sentire autentico nonostante le ambiguità. Un libro da leggere per chi ama Fenoglio e Pavese.

Massimo Raffaeli

Lajolo, un’epica elementare come il paesaggio piemontese

Fu in tutto un uomo del suo secolo, segnato da profonde lacerazioni e contraddizioni, Davide Lajolo (Vinchio d’Asti 1912 – Milano 1984), nella cui fisionomia si sovrapposero e interagirono la militanza politica, la vocazione letteraria e più in generale il desiderio di testimoniare, per quanto fosse doloroso e onusto di ferite, il proprio tempo.

Fu infatti, lui di origine contadina e per così dire appartenente alla generazione fascistissima, volontario nella Guerra di Spagna e nei Balcani, poi un transfuga e un leggendario capo partigiano in Piemonte nella 98ª Brigata Garibaldi col nome di «Ulisse», poi un giornalista (tra l’edizione milanese dell’Unità, 1945-’58, e la direzione di «Giorni/Vie Nuove» dal ’69 al ’78) e quindi un parlamentare comunista tra i più vicini a Palmiro Togliatti e Luigi Longo nonché il primo biografo di due scrittori con i quali divideva sia la couche, tra il Monferrato e le Langhe, sia un aspro e disadorno sentimento del vivere, vale a dire Cesare Pavese e Beppe Fenoglio cui dedicò rispettivamente Il vizio assurdo (1960) e Un guerriero di Cromwell sulle colline delle Langhe (’78), due opere che restano fondamentali pure se non ambivano alla intangibilità filologica (e la prima in ispecie, quanto a ciò, fu discussa) ma semmai a scolpire e anzi a cogliere nel vivo i ritratti di maestri e compagni di via che potesse sentire fraterni e nello stesso tempo diametrali: da un lato il senso di un’esistenza costruita come mitobiografia in un perpetuo e irresolubile romanzo di formazione, Pavese, dall’altro il cimento asperrimo, alla lettera spietato, con una realtà refrattaria e rugosa, deprivata di speranza e di orizzonti salvifici che è invece propria di Fenoglio.


Per parte sua Lajolo si mantiene nella zona intermedia, non meno impervia, di colui che riceve l’impatto della realtà, fra storia e natura, fra duro condizionamento ambientale e improvvisa esposizione ai fatti del mondo, ma tuttavia rende il colpo dentro una dinamica di primitiva inconsapevolezza che diviene via via, nel dolore e nella fisica ustione, coscienza o comunque certezza finalmente onesta di esistere.

Tale è il decorso di alcuni libri firmati da Lajolo nella sua piena maturità, testi che oggi si direbbero di autofiction, tra narrativa e memorialistica, capaci di raccontare dall’interno e con una intensità che davvero è di pochi altri il Bildungsroman del ventenne sventato, entusiasta, in camicia nera ai tempi dell’Impero e di un ormai trentenne, quel medesimo ex adolescente, che sale in montagna con in partigiani ed è costretto a battersi contro un doppio nemico, il nazifascista che lo bracca ma anche e soprattutto l’ombra del giovane prima imprigionato nella camicia nera, ferito e plagiato da un regime che tutto prometteva a quelli come lui (un riscatto dalla miseria familiare, un futuro di pace e lavoro, addirittura la rivoluzione proletaria contro l’Italietta demoliberale) nello stesso momento in cui li tradiva e li mandava a morte: dentro una bibliografia cospicua, centrifuga, da autentico poligrafo, questa è la materia prima di un trittico autobiografico, di grande spessore, che si inaugura con gli appunti stesi in presa diretta di Classe 1912 (1945, poi col titolo A conquistare la rossa primavera, ’75, e con una splendida prefazione di Giorgio Amendola), prosegue con l’eponimo, che è anche il suo capolavoro, Il voltagabbana (1963, riproposto anni fa nella Bur) e si conclude idealmente con un’opera già di bilancio e testamento, scritta nell’inframondo di una tarda convalescenza, Veder l’erba dalla parte delle radici (’77).


Molto utile a riordinare la sequenza dello scrittore piemontese e a mantenerne vivo il nome nel senso comune dei lettori è adesso la monografia firmata da Antonio Catalfamo, Davide Lajolo: il «nido» e il «sogno in avanti» Il politico, il giornalista, lo scrittore (Solfanelli, pp. 199, € 16,00), che si segnala per l’equilibrio interpretativo (non era facile ordinare una produzione tanto fitta e talora divaricata fra impegno politico, giornalismo e narrativa) così come per la chiarezza espositiva, analitica e talora necessariamente didascalica, pur in assenza, e sia detto per inciso, di una bibliografia generale e di un indice dei nomi.

Il volume è diviso in due parti, la prima e più sommaria è dedicata alla vicenda politico-giornalistica, la seconda alla produzione letteraria vera e propria dove, oltre ai titoli menzionati, si segnalano altre raccolte di matrice autobiografica (I mè, 1977, Il merlo di campagna e il merlo di città, ’83) e i testi che contengono incontri e conversazioni con alcuni e primari compagni di via (Leonardo Sciascia, Mario Soldati, Piero Chiara).


Quella di Davide Lajolo è un’epica elementare e severa come il paesaggio da cui si origina, la sua parola è schietta e denotativa, talvolta dura e spessa come una tavola in cui siano visibili le vene del legno e le successive intagliature. Così ad esempio lo scrittore presentando Il voltagabbana, ritorna al fascismo dei suoi anni giovani, il fascismo cosiddetto di sinistra che egli associa oramai alla fillossera che attacca le vigne del Monferrato: «Questo libro è vero perché veri sono i fatti, veri e vivi i personaggi. È soprattutto il tentativo di spiegare, con spietata sincerità e con la maggiore umanità, vicende che fanno parte della nostra storia nazionale e ai giovanissimi, ai giovani e ai meno giovani i drammi tanto complessi e strani di quegli anni. Il titolo del libro si riporta alla facile accusa di troppi che non sanno o vogliono ignorare gli sviluppi della vita e della storia rifugiandosi in una dogmatica e falsa coerenza a idee e costumi che hanno portato tutti sull’orlo della rovina. (…) Tutto qui: un contributo leale alla conoscenza di noi italiani».

Chi abbia avuto la ventura di conoscere o almeno di incontrare Davide Lajolo sa che il suo sguardo era altrettanto leale, sincero, e sa che somigliava alla sua scrittura.

Il manifesto/Alias – 4 marzo 2018