TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 11 marzo 2018

Jeans, una storia ligure. Da Genova al resto del mondo


    Genova. Scaricatore di carbone in jeans

Parma: una mostra racconta la storia dei jeans, l'indumento che ha segnato il modo di 
vestire della seconda metà del Novecento.

Laura Laurenzi

Jeans, una storia italiana dal “blu di Genova” al resto del mondo


Una storia affascinante. Racconta i destini del tessuto più diffuso e più democratico del mondo, ma soprattutto fotografa la versatilità di un indumento che di quella stoffa gloriosa è fatto: i jeans. E pensare che quell’indefinibile punto di azzurro fino al 1100 era il colore degli abiti dei re di Francia, ma era anche la tinta del manto della Vergine Maria: stoffa costosa, rara, aristocratica.

Con la diffusione in Europa della pianta dell’indaco si scoprì un modo più economico di tingere nel colore blu, tanto che nel XVI secolo l’azzurro divenne il colore (anche) del popolo. E delle sue vesti; a Genova era il colore dei pantaloni dei commercianti e dei marinai ma soprattutto degli scaricatori di porto, in quella tela così resistente che prese il nome dalla città in cui veniva lavorata.

Sulle grandi balle pronte per essere esportate a Londra la scritta diceva: Blue Jeans. Parte da lontano la grande mostra allestita dal Museo di Palazzo Reale di Genova con il Museo della Seta di Como (“Blu di Genova, il jeans è una storia italiana”, a Mercanteinfiera, padiglione 4, Fiere di Parma, dal 3 all’11 marzo). Il denim nasce non certo per motivi ideologici, ma perché si guardava al risparmio. Già nel Medioevo a Genova si producevano tessuti di fustagno, un misto di cotone e lino che si preferiva alla lana, troppo pregiata. Il fustagno teneva bene la tintura ed era caldo; importare cotone era più semplice; i genovesi lo facevano arrivare dall’Africa e lo lavoravano a costi contenuti. Per questo il loro fustagno conquistò l’Europa.

   Genova. Ex voto con donne vestite in stoffa genovese 

Qualche secolo dopo è lecito chiedersi come, da divisa da lavoro, i jeans siano potuti diventare un indumento a così alto valore aggiunto. Nel 1973 McLuhan scriveva che i jeans “sono come un grande urlo, rappresentano un accesso di rabbia contro l’establishment”. È ancora così? A Pier Paolo Pasolini, perennemente in controtendenza, non piacevano, tanto che li definì “un feticcio dell’omologazione di massa”, mentre Yves Saint Laurent, uno degli stilisti più raffinati e geniali del nostro tempo, confessò: “Una sola cosa avrei voluto inventare nella vita, i blue jeans”.

I jeans sono una delle poche icone della nostra epoca che ancora resistono, anche se la loro carica eversiva è andata sbiadendo. Li portava Garibaldi durante la spedizione dei Mille. Li indossavano nell’America della Frontiera i cercatori d’oro, i mandriani, i minatori, i pionieri, gli operai delle ferrovie, i cowboy. Li abbiamo visti indosso a Marlon Brando e ad Elvis Presley, a James Dean in Gioventù bruciata e a Bob Dylan, a Marilyn Monroe e a Brigitte Bardot, ai ragazzi del Sessantotto francese e agli hippy di Woodstock, ma anche ai presidenti Clinton e Bush jr e naturalmente a Obama, e purtroppo anche Trump, tutti quanti in braghe di tela.

    Roma. Museo del Risorgimento. Jeans di Garibaldi

Da indumento simbolo di ribellione e libertà i jeans sono diventati un capo fashion. Dallo scaricatore di Genova all’hipster modaiolo di New York, dall’officina alla passerella, dal fronte del porto alla boutique: ne hanno fatta di strada. Sofisticati ma allo stesso tempo di massa, rappresentano ormai quasi i due terzi del fatturato globale legato al tessile abbigliamento. Con un’anima venduta al mercato, mantengono tuttavia il loro dna che ne fa un indumento storicamente contro. Aveva ragione il sociologo Jean Baudrillard, il quale li definì “un’uniforme che è contemporaneamente il manifesto dell’antiretorica”. 

Se gli americani sono i padri storici di questo capo di vestiario, spetta invece alla creatività italiana aver dato ai jeans i connotati attuali: modernità, glamour, taglio, eleganza, lavorazioni di alta tecnologia applicata. Sbiancati al piombo, sabbiati al quarzo, sfiniti al cloro, spalmati di vernice, marmorizzati, tagliuzzati, graffiati, sdruciti, bombardati al laser o all’opposto nuovi fiammanti, oppure personalizzati, sono quasi dei pezzi unici. 

Se metà dei jeans indossati sul nostro pianeta sono confezionati in Asia, i più ricercati, i più lavorati, quelli con il più alto contenuto moda sono un fiore all’occhiello del made in Italy. I jeans sono per tutti, nessuno si senta escluso. Uno dei massimi produttori mondiali, l’italiano Renzo Rosso, proprietario di Diesel, ricevuto in udienza da papa Bergoglio gli ha portato in dono un paio di jeans in denim decolorato bianco, il colore della santità.

La repubblica – 1 marzo 2018