TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 17 marzo 2018

Karl Löwith e Martin Heidegger. Storia di una amicizia mancata



Esce in Italia il carteggio (1919-1973) tra Karl Löwith e Martin Heidegger. Storia epistolare di una amicizia mancata, il libro aiuta a comprendere meglio la personalità (e i percorsi intellettuali e umani) dei due filosofi.



Donatella Di Cesare

Gelo tra Heidegger e Löwith Il legame spezzato da Hitler


Quando ha inizio il carteggio Martin Heidegger era appena trentenne mentre il suo brillante allievo Karl Löwith aveva solo ventiquattro anni. Anzitutto poche righe, datate 22 agosto 1919, con cui Heidegger ringrazia per un paio di cartoline.

Uscito in Germania nel 2017, all’interno di un monumentale progetto che prevede la pubblicazione dell’intera corrispondenza di Heidegger (trenta epistolari di carattere privato e cinque di stampo istituzionale), il carteggio con Löwith, tradotto ora in italiano per le edizioni Ets di Pisa, si estende per un lungo arco di tempo, fino al 1973. E comprende 124 lettere o cartoline, di cui 76 scritte da Heidegger e 48 da Löwith. La corrispondenza, come avverte Alfred Denker che ha curato l’edizione critica, non è completa: mancano qui e là alcuni tasselli andati perduti.

È bene avvertire il lettore: comunque lo si voglia interpretare, il carteggio si interrompe bruscamente il 29 luglio 1933. Con poche e imbarazzate parole Heidegger si congeda dal suo allievo rallegrandosi con lui, che ha ottenuto una borsa di studio. Löwith, che ha un cognome scomodo e un padre ebreo, è costretto dall’ascesa di Hitler a lasciare la Germania. Ma tutto appare come se si trattasse quasi di una vacanza. Il maestro neppure lo saluta: «Per via del mio breve soggiorno a Marburgo, non mi è stato possibile passare da lei». Con amarezza Löwith lo ricorderà nelle sue memorie: La mia vita in Germania prima e dopo il 1933 (Il Saggiatore, 1988).

Su 261 pagine dell’edizione italiana solo le ultime dieci sono successive al 1936, l’anno del fortuito incontro a Roma, dove Heidegger si reca per tenere la sua conferenza sulla poesia di Friedrich Hölderlin. Il silenzio abissale dal 1937 al 1958 è interrotto solo da un biglietto di auguri che Löwith invia da New York il 20 settembre 1949. In seguito i toni restano freddi; l’epilogo non è una riconciliazione. Mai Heidegger avverte il bisogno di condannare la Germania del Terzo Reich che aveva inflitto al suo allievo un esilio penoso tra Italia, Giappone, America, rovinandogli la vita. Solo a pochi giorni dalla morte di Löwith, il 5 maggio 1973, gli manda una lettera a tratti commossa: «Gadamer mi ha scritto della sua malattia (…). Alla nostra età pensiamo all’addio e insieme all’inizio dei nostri cammini». Conclude con un verso di Rainer Maria Rilke: «Sii oltre ogni addio…».


Il carteggio non è solo uno spaccato storico. Mette in luce la personalità dei due filosofi, fa emergere un sodalizio mancato. Protagonista è Löwith, che scrive molto di più: pagine lunghe e impegnative. Sicuro di sé, convinto della sua vocazione filosofica, legge gli esponenti dell’idealismo tedesco, Hegel e Schelling, studia Nietzsche, di cui sarebbe divenuto grande interprete. Impossibile non ricordare il suo splendido libro del 1941 Da Hegel a Nietzsche (Einaudi, 2000). Non stupisce che si senta così attratto da Heidegger, quel genio rivoluzionario che va mettendo a soqquadro l’esangue filosofia accademica del tempo. Quale fortuna avere un maestro così! Si percepisce la soddisfazione di Löwith, si indovina la sua speranza. Si sente privilegiato anche perché sa di essere l’allievo preferito. La stima di Heidegger, quella certa complicità che si va instaurando tra loro, lo rafforza nella sua scelta.

Le lettere sono perciò anche un encomio della filosofia. «Un mondo intero separa il filosofo dai piccoli profeti letterari», commenta Löwith, un abisso lo divide dagli scienziati. La filosofia è inscindibile dalla vita. Ma proprio per ciò il prezzo è alto. Löwith parla di «malessere». Quando le cose non vanno, a fine giornata si rifugia allora nell’amicizia. E lo rivendica. Tutto quel che di grande ha vissuto, dalle gioie ai tormenti, ha a che fare con la filosofia e con l’amicizia. Questo è il tema del carteggio.

Ma Heidegger, no, non sa di amicizia, o non vuole saperne. Già presto Löwith gli rimprovera «un’asprezza scomposta», un’indefinibile capacità di oltrepassarsi che finisce per isolarlo. Il maestro ribatte: «Conduco una vita da eremita, ritirato nel lavoro». Aggiunge: «La filosofia non è un passatempo; si può andare in rovina». Chi non la assume con questo rischio non sa neppure cosa sia. Come si sottrae ai suoi allievi, così evita Löwith il quale, dopo averne invano cercato l’amicizia, critica Essere e tempo , dove mancano l’altro e quell’esser con l’altro che diventerà il tema della sua tesi di libera docenza L’individuo nel ruolo del co-uomo (Guida, 2007).

C’è chi a sproposito parla di «risentimento» di Löwith nel dopoguerra, magari prescindendo da tutto ciò di cui era stato vittima. Certo è che, quando nel 1952, grazie a Gadamer, che era il suo miglior amico, riesce a rientrare in Germania, a Heidelberg, Löwith comprensibilmente non solo non dimentica, ma punta l’indice contro il vecchio maestro pubblicando, l’anno successivo, la prima pubblica denuncia: Heidegger, Denker in durftiger Zeit , «Heidegger pensatore nel tempo di povertà» (in italiano nel volume Saggi su Heidegger , Einaudi, 1966).

il Corriere della sera – 11 marzo 2018