TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 26 aprile 2018

Alle origini del '68. Il giorno che uccisero Paolo Rossi




Il '68 italiano non fu un'esplosione improvvisa. L'irrompere sulla scena del movimento degli studenti fu lo sbocco di una lunga serie di avvenimenti. Iniziamo dall'assassinio nel 1966 di Paolo Rossi, giovane studente socialista.

Massimo Lugli

Paolo colpito cadde e morì così iniziò la guerra, nel '66

Aveva una frattura alla base del cranio e qualche escoriazione alla caviglia e al gomito destro. Dodici ore di agonia al Policlinico mentre l' Università di Roma si trasformava in una mischia furiosa: fascisti del "Fuan Caravella" contro i ragazzi di sinistra dell' Unione goliardica italiana, la polizia che manganellava senza pietà, la facoltà di Lettere occupata per la prima volta nella storia dell' Ateneo capitolino.

La vita di Paolo Rossi, 19 anni, si spegneva lentamente nel pomeriggio di mercoledì 27 aprile 1966, quando i furori e le speranze del maggio francese erano ancora lontani e il movimento studentesco romano cominciava timidamente a organizzarsi. Capelli corti, giacca e cravatta, statini da 30 e lode: i tempi degli eskimo e dei megafoni, degli esami collettivi e del 18 politico dovevano ancora arrivare. La morte di Paolo Rossi fu il primo fatto di sangue, ancora senza colpevole dopo quasi 40 anni, che spinse molti a impugnare la spranga (lo "Stalin" come si diceva allora) o la bottiglia molotov. Ma nel 1966 ci si picchiava ancora a mani nude.


«Paolo era un ragazzo magro, mingherlino, molto intelligente e colto - ricorda Alberto Olivetti, 60 anni, che oggi insegna Estetica all' Università di Siena e allora era uno dei leader della Fgci - aveva frequentato il liceo artistico, era cattolico praticante e veniva dallo scoutismo. Frequentava la parrocchia dei Padri Canadesi e viveva nella zona di Villa Massimo. Era iscritto alla gioventù socialista ma decidemmo di metterlo nelle liste dei Goliardi perché era lontano dalle logiche di partito e avrebbe attirato i voti dei moderati». In quei giorni, alla Sapienza, erano aperte le urne per le votazioni dell' Onur, il "parlamentino" universitario. La giovanissima "matricola" figlio di Enzo, pittore e critico d' arte che insegnava all' Università di Perugia e di Psiche Rossi si era guadagnato il rispetto dei compagni più anziani di architettura, che avevano deciso di candidarlo anche se era solo al primo anno.

«La facoltà di Lettere era una roccaforte della sinistra mentre dovevamo tenerci alla larga da Giurisprudenza e Medicina - continua Alberto Olivetti - era circa mezzogiorno e stavamo distribuendo volantini elettorali davanti all' androne. Ci si arrivava salendo una scala non molto ripida ma priva di mancorrenti che furono aggiunti solo dopo la tragedia. All' improvviso si sparse la voce che stavano arrivando i fascisti. Erano una quindicina, forse venti e si scagliarono subito contro di noi che, in quel periodo, eravamo del tutto impreparati di fronte alla violenza fisica. La polizia, spesso e volentieri, lasciava correre, era ancora prevalentemente orientata a destra. Fu una zuffa confusa, violenta. Ricordo benissimo il rumore del corpo di Paolo Rossi che cadeva al suolo da un' altezza di circa cinque metri, come un sacco che si abbatte al suolo. Tutti si bloccarono all' istante, poi qualcuno si mise a urlare e poco dopo arrivò un' ambulanza e lo portarono via. Ma avevamo capito subito che non c' era niente da fare».


Nessuno ha mai chiarito cosa accadde in quei momenti convulsi. Secondo la ricostruzione più plausibile (la stessa ipotizzata dal questore Santillo e dal dirigente del commissariato di San Lorenzo, D' Alessandro) Paolo Rossi era stato colpito da un pugno, probabilmente allo stomaco. Semistordito, si era seduto sul bordo della scala e, al momento di rialzarsi, era stato colto da un malore ed era caduto all' indietro. Due sacerdoti canadesi, Moise Roy e Donald Cane, che lo conoscevano da anni, testimoniarono che Paolo non aveva mai sofferto di svenimenti improvvisi.

L' autopsia, effettuata dai professori Carella, Merli e Giorda, chiarì solo che il decesso era stato provocato dalla frattura del cranio. Caso chiuso. Ma la morte di Paolo Rossi scatenò un terremoto politico. La facoltà di Lettere fu occupata al grido di "Fuori Papi" (Ugo Papi era il rettore dell' Ateneo), scontri e tafferugli tra ragazzi di destra e di sinistra divamparono anche il giorno dopo. Oreste Scalzone fu riconosciuto e picchiato da due neofascisti, Serafino Di Luia (che doveva diventare un nome noto nelle indagini sull' estrema destra eversiva) e Maio Leonori. Tutta la città fu percorsa da un' ondata di violenza. Mentre tornava a casa con alcuni amici dalla Federazione comunista di via dei Frentani Celeste Ingrao, figlia di Pietro, fu bloccata da due macchine di picchiatori. «Io me la cavai con un bello spavento, a uno dei compagni staccarono quasi un dito, a un altro spaccarono la faccia - racconta - e il bello è che quella mattina neanche c' ero, all' Università».

Ugo Papi si dimise qualche giorno dopo: «L' unico mio torto è stato quello di aver sempre cercato di ostacolare i professori di sinistra», si difese. La mattina di venerdì 28 aprile i ministri dell' Interno, Paolo Emilio Taviani, e della Pubblica istruzione, Luigi Gui (il governo era una delle prime edizioni del centro sinistra capitanato da Aldo Moro), riferirono degli incidenti al Parlamento. Taviani puntò il dito contro «un gruppo di giovani che provocavano gli studenti insultando e cantando inni fascisti». La seduta si trasformò in un ring: botte da orbi tra missini e comunisti. «Da quel giorno il movimento studentesco cambiò radicalmente e cominciò a nascere quell' assemblearismo che dette vita ai gruppi extraparlamentari» conclude Alberto Olivetti. L' anno successivo la guerra del Viet Nam entrò in una fase cruciale, Ernesto Che Guevara fu ucciso in Bolivia e qualcuno cominciò a parlare di "servizio d' ordine" e di antifascismo militante. I katanga di Milano stavano per nascere ma nessuno pensava alle pistole. Non ancora.

La repubblica – 18 febbraio 2005