TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 26 aprile 2018

Il mondo visto dalla vagina




Di tutti i punti da cui si può guardare il mondo, Diderot scelse nel 1748 forse quello più indecente, ma sicuramente il più sincero. Torna “I gioielli indiscreti”, divertente romanzo sospeso fra filosofia, satira politica ed erotismo.

Susi Pietri

Così parlò, inascoltata, la gaia fessura femminile

Nel suo celebre Elogio di Richardson, Diderot scriveva: «Per romanzo si è inteso finora un ordito di avvenimenti fantasiosi e frivoli, la cui lettura era ritenuta pericolosa per il gusto e i costumi. Io vorrei proprio che si trovasse una diversa definizione (…) Il nostro mondo è il luogo della scena, la sostanza del suo dramma è vera. Egli mi mostra il processo generale delle cose che mi circondano. (…) Pensate di questi dettagli ciò che vi piacerà; ma essi saranno interessanti per me se sono veri, se fanno emergere le passioni, se mostrano i caratteri. Essi sono comuni, voi dite; è ciò che si vede tutti i giorni! Vi sbagliate: è ciò che passa ogni giorno sotto i vostri occhi e che voi non vedete mai…»

Questa appassionata professione di fede per le potenzialità euristiche e formali del romanzo potrebbe valere come paradossale prefazione retrospettiva ai Gioielli indiscreti – la prima opera narrativa di Diderot, pubblicata nel 1748 e poi, postuma, nel 1798, con tre capitoli supplementari – proposta ora in una nuova edizione italiana a cura di Mario Cosenza che riproduce la «storica» traduzione di Aldo Germonti (Alessandro Polidoro Editore, pp. 311, euro 15,00).

Scritto furiosamente in due sole settimane da un Diderot trentaquattrenne assillato dall’urgente bisogno di denaro, e nato da una piccante scommessa con l’amante (la scrittrice Madeleine d’Arsant de Puisieux, che avrebbe provocato il filosofo sfidandolo a comporre un romanzo licenzioso), Les Bijoux indiscrets riprende e contamina diversi generi narrativi settecenteschi innovandoli radicalmente.



Dietro l’ironica finzione

Nella cornice immaginaria di un improbabile Congo inventato di sana pianta, lo spiritoso e raffinato divertissement del giovane Diderot ricapitola i modi e le mode orientaleggianti in auge nel Settecento disegnando con leggerezza i tratti dei protagonisti, l’annoiato sultano Mangogul, alla ricerca della «verità» sui sentimenti delle sue concubine e delle dame di corte, la battagliera favorita Mirzosa, l’immancabile «genio della lampada» Cucufa, insieme al sortilegio sensuale del suo dono, un anello magico che ha il duplice potere di rendere invisibili e di far «parlare» i genitali femminili (vale a dire, com’è noto, i «bijoux» del titolo).

L’ironica finzione di un mondo «altro» e straniante dà così il via alla rappresentazione spietata dei costumi della Francia di Luigi XV: la scrittura del romanzo si trasforma in un rigoroso esercizio di critica sociale che rimette in questione ogni valore fondato sulla gestione-repressione degli istinti, denunciando il condizionamento e la censura della naturalità dell’uomo sepolta dalle convenzioni – ma anche disseminando il testo di riferimenti satirici e filosofici alle controversie tra cartesiani e newtoniani, di vere e proprie lezioni di metodo sperimentale, di allusioni non certo velate allo stesso Luigi XV e a Madame de Pompadour, abilmente dissimulati in Mangogul e Mirzosa.

L’ariosa, spumeggiante configurazione narrativa dei Bijoux indiscrets alterna la storia della relazione amorosa del sultano e della favorita alle avventure dei «gioielli», organizzandone sapientemente gli intrecci e le interferenze; le «trenta prove dell’anello» si dispongono in una trama di rimandi reciproci tra i diversi racconti dei «bijoux» stessi, interrogati da Mangogul, orchestrandosi in una vera e propria arte della fuga – come una sorta di matrice unitaria con trenta variazioni sul tema, che la narrazione sviluppa moltiplicando le voci e le prospettive dei personaggi, insieme alle sollecitazioni «dialoganti» destinate a risvegliare lo sguardo critico del lettore.

Questa complessità prismatica e compositiva è rilanciata nell’edizione curata da Cosenza restituendoci la diversità dei registri stilistici praticati nei Gioielli, la commistione dei generi filtrata dall’ironia di una scrittura agile e sperimentale, che non esita a farsi apertamente parodistica sovvertendo canoni e statuti romanzeschi – come attesta, in modo esemplare, il capitolo XLVII, «Il gioiello viaggiatore», dove il linguaggio cifrato del bijou dell’avventuriera Cypria rimescola le lingue dei paesi visitati esibendosi in francese, inglese, latino, italiano e in un esilarante ibrido «mezzo congolese e mezzo spagnolo».

Diderot vinse con innegabile brio ed eleganza la sfida lanciatagli da Madame de Puisieux. Opera «leggiadramente erotica», I gioielli indiscreti si inseriscono a pieno titolo nella tradizione del romanzo libertino e attingono spunti e motivi sia da prodotti di puro intrattenimento, sia da testi di notissimi autori come Crébillon fils, a cominciare da Le Sopha, storia dissacrante e irresistibilmente seduttiva di un gentiluomo trasformato per maleficio in un voluttuoso divano che racconta le avventure galanti di cui è testimone.

Ma, nell’opera di Diderot, ciò che parla direttamente, come afferma il sornione e provocatorio Cucufa, è «la parte più sincera del corpo»: l’organo sessuale femminile che dà voce al desiderio represso, in uno scontro serrato tra libertà e alienazione. «L’anello magico», scrive Cosenza nella prefazione al volume, «non dona ai ‘gioielli’ la parola, bensì offre un ‘microfono’, porta a galla il regolare brusio della natura, rende manifesta una parola che sempre si esprime ma mai è ascoltata liberamente.»

I gioielli, nel pensiero di Diderot (ormai incamminato, al momento della stesura del romanzo, verso il materialismo antidogmatico che sarà proprio della fase più matura delle sue opere filosofiche e letterarie), sono fatti della stessa sostanza infinitamente e diversamente modificata di cui si compone l’intero universo e, parlando, rivelano le determinazioni materiali che collegano l’uomo al cosmo; la finzione letteraria diviene allora la scintillante, eversiva mise en scène dello scontro tra la parola sociale – ipocrita, menzognera, dominata dalle convenzioni e dalle maschere mondane – e la parola «naturale» e pulsionale della materia e del corpo.



Sul «sentiero dei fiori»

Nella Passeggiata dello scettico, scritta in forma dialogata e allegorica nel 1747, si contrapponeva al «sentiero delle spine» dell’ortodossia cattolica il «sentiero dei castagni» della filosofia, itinerario di liberazione e d’engagement etico e noetico prescelto dagli spiriti liberi per meditare i problemi della conoscenza; anche una terza via si apriva nondimeno nello spazio teorico della Promenade, il «sentiero dei fiori» e del pieno godimento dei piaceri sensibili della vita, dapprima imboccato gioiosamente e poi abbandonato, sia pure a malincuore, in favore della via del pensiero ombreggiata dai castagni.

Ma, un anno dopo, il «sentiero dei fiori» fa ritorno, non più in contraddizione con la riflessione filosofica: è l’itinerario intrapreso con la leggerezza aerea e irridente dei Gioielli indiscreti che, con la sua scorribanda apparentemente eccentrica nelle periferie letterarie del romanzo licenzioso, aprirà la strada alle grandi narrazioni della piena maturità di Diderot, dal Nipote di Rameau a Jacques il fatalista e alla Monaca.

Il Manifesto/Alias – 15 aprile 2018