TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 12 aprile 2018

Le navi della speranza Aliya Bet dall’Italia 1945-48




Mostra al Memoriale della Shoah di Milano: tra il ’45 e il ’48 34 navi partirono dai nostri porti per raggiungere la Palestina. Anche Vado ligure fu uno di questi punti di partenza per i sopravissuti ai campi di sterminio.


Marco Sodano

L’epopea delle “Exodus” italiane, pescherecci verso la terra promessa


Nahariya, Nord della costa palestinese, 25 dicembre 1945. La nave Hannah Szenes, agli ordini del capitano (italiano) Ansaldo, sbarca 250 ebrei scampati alla Shoah su una spiaggia che due anni e mezzo più tardi diventerà territorio di Israele. Bambini, donne e uomini sfuggiti ai nazisti, che hanno peregrinato per mezza Europa trovando una prima e provvisoria salvezza in Italia e hanno fronteggiato un nuovo nemico: le navi della Marina militare britannica che cercano di impedire l’immigrazione illegale degli ex deportati nella futura Israele.

La Hannah Szenes è la prima di 34 navi che partiranno dall’Italia tra il ’45 e il ’48 facendo traversare il Mediterraneo a oltre 20 mila ebrei sotto la regia dell’Aliya Bet, l’agenzia per l’immigrazione clandestina che aiutava gli scampati ebrei in tutta Europa. Carrette del mare: pescherecci riattrezzati per trasportare persone ma che dovevano fingere di fare il loro lavoro, barche adatte a navigazioni molto più brevi. Navi cui era stato cambiato il nome, i cui documenti di bordo non esistevano, che spesso furono affrontate con durezza dalle unità britanniche, che non esitavano a rispedire indietro i profughi a costo di speronare le imbarcazioni, abbordarle, usare la violenza.

L’epopea italiana dell’Aliya Bet ha dimensioni importanti. Le 34 navi italiane sono più di metà delle 65 partite complessivamente dall’Europa, i 20 mila profughi sono quasi un terzo dei 70 mila che raggiunsero la Palestina in quegli anni. Numeri impressionanti per un’operazione condotta sotto copertura. Enrico Levi, capitano di lungo corso italiano (radiato dalla Marina militare italiana dopo le leggi razziali) l’ha raccontata così: «Non ero sionista ma mi piaceva questa sfida da condurre in mare. Le condizioni erano impossibili, non c’erano navi da trasporto, il Mediterraneo era infestato dalle mine, gli inglesi sorvegliavano le coste italiane e quelle palestinesi».

   Enzo Sereni: partito da Vado nel gennaio 1946  con 908 profughi

Eppure l’impresa riuscì. Grazie a Levi e grazie a persone come Mario Pavia e Gualtiero Morpurgo, ingegneri, incaricati di trasformare pescherecci acquistati in porti secondari in navi adatte a trasportare persone sotto la supervisione di Levi. I tre, insieme, inventarono un sistema di teli, traverse e barre di metallo che nella stiva si trasformavano in cuccette ma potevano essere trasportate senza che se ne intuisse lo scopo. Inventarono anche il modo di montarlo senza farsi notare in porto. Rischiarono l’arresto dopo l’incidente (diplomatico) più grave, tra aprile e maggio 1946, alla Spezia: 1014 profughi pronti a partire sulle navi Fede (Dov Hoz) e Fenice (Elyhau Goulomb) e bloccati dalle autorità britanniche, non senza l’aiuto di quelle italiane che già avevano messo sotto sequestro altre tre imbarcazioni in Puglia.

Fu necessario che i mille profughi iniziassero uno sciopero della fame e minacciassero di far saltare le navi con i loro occupanti perché il caso La Spezia diventasse una formidabile arma di pressione sui britannici e sugli italiani convincendo infine i primi a vistare i lasciapassare per la Palestina. E fu imprescindibile l’intervento di Ada Sereni, che era a capo dell’Aliya Bet in Italia. Ada si era trasferita in Palestina nel ’27 con il marito Enzo per fondare un kibbutz. Era tornata in Italia a cercarlo dopo che lui, arruolato nelle Brigate ebraiche per combattere i tedeschi, era scomparso (si scoprirà poi che era morto a Dachau). La ricerca di Enzo, per Ada, si trasformò in un’opera di salvataggio incessante.

    Hannah Shenesh partita da Vado il 14 dicembre 1945 con 252 profughi

Conoscenze, bustarelle, persuasione, durezza: tutti i mezzi erano buoni per lei, che una notte riuscì anche a convincere una pattuglia di allibiti carabinieri che gli uomini e le donne che stazionavano in spiaggia erano un gruppo di suoi amici in vacanza - un centinaio di persone - che avevano deciso di dormire sotto le stelle non avendo trovato un albergo.

Questo fiume di storie si è lasciata alle spalle una scia di fotografie, lettere, cartoline che ora sono visibili al Memoriale della Shoah di Milano, nei sotterranei della Stazione Centrale, al Binario 21 da cui partivano i convogli destinati ai campi nazisti. La mostra («Le navi della speranza Aliya Bet dall’Italia 1945-48», curata da Rachel Bonfil e Fiammetta Martegani, aperta fino a fine maggio), è un percorso di dolore e di gioia.

Se non è difficile capire il dolore, la gioia degli scampati è quella di persone capaci di sfidare qualunque avversità perché, dopo l’orrore «si sentivano immensamente liberi e forti», scrive Primo Levi nella Tregua. «La comunità milanese ebbe una parte importante nell’Alya Bet», conclude il presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano Roberto Jarach, «ma il punto è un altro. Questo Memoriale ricorda un luogo nel quale il martirio cominciava, i sorrisi degli ebrei stipati sulle navi salpate dall’Italia concludono in qualche modo quella pagina di storia».

La Stampa – 11 aprile 2018