TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 23 aprile 2018

Le prigioni dei folli



Alla scoperta degli ospedali psichiatrici piemontesi a quarant'anni dalla legge Basaglia.

Luciano Del Sette

Le prigioni dei folli



A Torino, negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, capitava ancora e sovente di sentirli pronunciare. Erano i nomi di una via, Carlo Ignazio Giulio, per tutti soltanto via Giulio, e di una cittadina della cintura, Collegno. Uscivano fuori se qualcuno diceva, proponeva, faceva, qualcosa di bizzarro. Allora, scherzando, lo si derideva, ‘Sei scappato da via Giulio?’; si fingeva di minacciarlo ‘Guarda che ti mando a Collegno’.

Via Giulio e Collegno: i manicomi (meno famoso il terzo, a Grugliasco) che mettevano inquietudine a passarci davanti, anche senza sapere cosa succedesse lì. Potevi solo immaginarlo, con un brivido, ascoltando racconti all’insegna del ‘me lo ha detto uno che…’, dove gli uomini e le donne erano creature prossime al mostruoso, pericolose, nel migliore dei casi strane e imbarazzanti. Comunque, fuori dalla norma. Bene, allora, pur esprimendo la più profonda e cristiana pietà, che se ne stessero rinchiuse. I

l filo della storia di via Giulio e di Collegno arrivò a intrecciarsi nella seconda metà dell’Ottocento. Ai primi del Novecento le due prigioni dei folli si legarono l’una alla drammatica esistenza di uno scrittore, l’altra a un caso che per decenni fece discutere l’Italia intera. Per entrambe, la parola fine fu scritta anticipando, seppur di poco, l’applicazione della Legge 180, la Legge Basaglia, di cui il 2018 celebra i quarant’anni.

Lo ‘Spedale dei pazzarelli’ viene aperto nel 1729 sul terreno donato da Vittorio Amedeo II alla Confraternita del ss. Sudario e Beata Vergine, in corrispondenza delle attuali via Giulio e via Piave. L’edificio, che ospita (accoglie suonerebbe del tutto fuori luogo) un centinaio di pazienti, cede il passo, un secolo dopo, al Regio Manicomio, costruito dal 1828 al 1836 su progetto dell’architetto Giuseppe Talucchi, sempre nell’area di via Giulio.



La struttura, pensata per quattrocento tra uomini e donne, già nel 1854 registra più di cinquecento presenze. Occorre dunque ampliare gli spazi. La Certosa di Collegno e i suoi annessi rappresentano un’ottima soluzione. I rapporti con i religiosi, dapprima disponibili ad accogliere gratuitamente alcuni pazienti, ben presto si incrinano. Nel 1853, la minaccia di un’epidemia di colera porta il ministro degli Interni a decidere di destinare l’intero complesso ad uso ospedaliero; uso che l’abrogazione delle corporazioni religiose, nel 1855, sancirà in via definitiva.

Nel 1856, la Certosa passa al Regio Manicomio. L’ingegner Giovanni Battista Ferrante lavora al riutilizzo dei fabbricati esistenti e allo studio di nuovi padiglioni. L’immensa opera diventa un vero e proprio modello di architettura manicomiale, che registrerà ulteriori evoluzioni nei decenni a seguire, come raccontato in altra parte di queste pagine, fino a diventare la più grande d’Italia nel suo genere.

Il 19 aprile del 1911 un medico suona al portone di via Giulio. Porta con sé una donna, quarantatré anni, cento chili di peso, lo sguardo perduto. Ai colleghi, il medico descrive una persona soggetta a scatti d’ira violenti, che negli ultimi mesi si ripetono con maggior frequenza, alternati a stati di esaltazione, oppure di totale distanza dalla realtà, complice l’alcolismo. Sul referto che diagnostica una ‘psicosi periodica’ e decide di tenerla in osservazione due settimane, il nome della donna risulta essere Ida Peruzzi, moglie di Emilio Salgari. Lo scrittore non reggerà l’ennesima sciagura della sua vita e si suiciderà il 25 aprile. Ida morirà in via Giulio nel 1922.


Il 6 febbraio 1927, il popolarissimo settimanale La domenica del Corriere pubblica nella rubrica Chi li ha visti? la fotografia di un uomo ricoverato un anno prima a Collegno. I carabinieri lo avevano fermato mentre vagabondava per Torino gridando di volersi suicidare. Nel corso della visita medica si era rivelato persona educata e istruita, afflitta però da amnesia totale e perciò internata con il numero di matricola 44170. Giulia Canella vede la foto sulla Domenica e ha un sobbalzo: è lui, proprio lui, suo marito Giulio, insegnante di filosofia a Verona, disperso durante la prima guerra mondiale. Giulio e Giulia si incontrano il 27 febbraio, lei lo riconosce, lui no. I ricordi affioreranno via via, e l’identificazione del professor Canella è ufficializzata. L’otto marzo, secondo colpo di scena: il questore di Torino ordina l’arresto di Canella, che una lettera anonima afferma essere in realtà Mario Bruneri, tipografo di fede anarchica, senza fissa dimora, ricercato per alcune condanne. La moglie, il figlio, le sorelle e il fratello, l’amante Milly lo identificano. Circola però il sospetto che dietro di loro ci sia la polizia del Fascio; sospetto aggravato dalla manipolazione di altre prove a favore. Il dibattitto giudiziario intorno allo Smemorato di Collegno si chiude nel 1931, quando la Cassazione conferma la sentenza del tribunale di Firenze: quell’uomo è Bruneri e in quanto tale deve scontare la pena inflittagli. Nel frattempo, Canella ha dato a Giulia, con cui vive, tre figli, non riconosciuti dalla legge italiana.

La dismissione di via Giulio data al 1975 per lasciare il posto agli uffici dell’anagrafe comunale. Nel 1977, Luciano Manzi, sindaco di Collegno e poi senatore nelle file di Rifondazione e dei Comunisti Italiani, decreta l’abbattimento del muro del manicomio. Da Trieste, il sogno ostinato di Franco Basaglia è arrivato fin qui.

Il Manifesto/Alias – 7 aprile 2018