TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 17 aprile 2018

Marsilio Ficino. Tra Talmud e Vangelo



Quanto il pensiero talmudico ebraico influenzò il Rinascimento? Sicuramente tanto, come dimostra un interessante studio sulla formazione del pensiero di Marsilio Ficino.


Giulio Busi

Marsilio Ficino. Tra Talmud e Vangelo



Purché se ne parli… È regola antica, aurea, intramontabile. Vecchia quanto la Fama, il mostro alato dai mille occhi e dalle ancor più numerose orecchie. Vola la Fama, instancabile, insaziabile. E mentre vola, sparla. Vero, falso, impossibile, cosa importa? Basta che la diceria scorra inarrestabile. Volete essere buoni e dimenticati o cattivi e sulla bocca di tutti? Prendete per esempio due grandi nomi del passato, cominciate a dirne un po’ male, e vedrete che se ne ricorderanno in molti, e a lungo. Due maghi, ecco cosa sono. O meglio, cosa sono stati, perché i poveretti sono morti e sepolti già da un pezzo.

I due incantatori in questione sono nientemeno che Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola, i massimi filosofi dell’Umanesimo. È il 1514, e durante le prediche di quaresima, a Santa Maria del Fiore, saltano fuori i dettagli di riti vecchi ormai di decenni, quando Ficino e Pico se ne andavano per la campagna di Careggi, bisbigliando certe invocazioni, spargendo profumi e ripetendo astruse litanie cabbalistiche. E cosa volevano ottenere, di grazia? «Fare miracoli et prophetare», questo lo scopo di tanto affaticarsi con formule e scongiuri, almeno secondo il predicatore, che tuona dal pulpito contro la buonanima, si fa per dire, dei due scapestrati.


Maldicenza o verità storica? Girolamo Benivieni, un amico intimo di Pico, prende carta e penna per confutare le dicerie, e difendere la memora del grande Mirandolano. E già che c’è, prova a scagionare anche Ficino. Ma la sua apologia non ci convince più di tanto. Io stavo con Pico giorno e notte – questo il succo dell’argomentazione – e me ne sarei senz’altro accorto, di manovre magiche così imbarazzanti. Pico è morto già nel 1494, a soli 31 anni, probabilmente avvelenato. E Ficino l’ha seguito nel 1499. Che ci si continui a scandalizzare alle loro spalle, nella Firenze ricaduta in mano medicea, dopo l’avventura della repubblica, savonaroliana prima e guidata da Pier Soderini poi, la dice lunga sul carattere innovativo e provocatorio del sodalizio filosofico tra i due.

Non che siano sempre andati d’accordo. Pico, bello, ricco, blasé, nonostante la giovanissima età, arriva a Firenze nel 1484, proprio per avvicinarsi alla cerchia di Ficino, maestro indiscusso dei platonici, al di qua e al di là delle Alpi. Il Conte della Mirandola è troppo impaziente per stare alla scuola di chicchessia, e dopo solo qualche mese ha da ridire sul platonismo ficiniano, che finisce per trovare demodé. È innegabile però che l’incontro tra Ficino e Pico, subito allargato ad Angelo Poliziano e a Lorenzo de’ Medici, segni l’apogeo intellettuale dell’età laurenziana.

Nella Firenze degli anni Ottanta e dei primissimi Novanta del Quattrocento si cristallizza un’atmosfera intellettuale irripetibile, che influenzerà a lungo la cultura del nostro Paese. È una mescolanza di raffinatezza, azzardo, gusto per l’esperimento, resa possibile dalla protezione e, perché no, dalla spregiudicatezza del Magnifico, signore di fatto della città e accorto arbitro della politica dell’intera Penisola. Nell’aneddoto del 1514 rimane il pettegolezzo, l’eccesso magico imputato favolisticamente a Ficino e a Pico.



La realtà della Firenze medicea è molto più complessa, creativa, sorprendente. La magia, perché c’è anche quella, e l’esoterismo, si inseriscono in un progetto più ampio di armonia tra le sapienze. Nelle biblioteche di Firenze si ammassano codici antichi e rarissimi. La città, ancora ricca e intraprendente, si trasforma in un emporio di cultura, con una concentrazione di conoscenze mai vista prima. Ficino, Pico, Poliziano sono interpreti, ciascuno con accenti propri, di un sogno di compenetrazione tra culture. Sono convinti che ci sia una linea nascosta, che lega la filosofia pre-cristiana, le tradizioni occulte degli ebrei, la sapienza di Hermes Trismegisto e la teologia cristiana. Questa è l’ipotesi su cui si lavora alacremente «all’ombra del Lauro» – ovvero, per metafora, al riparo del potere di Lorenzo il Magnifico.

In un bel volume, ben munito di filologia e carico di prove testuali, Guido Bartolucci va alla scoperta di uno dei temi meno noti dell’ibridazione culturale tardo-quattrocentesca. Di Ficino ermetico e platonico s’è scritto e riscritto. Ma del Ficino ebraista o, per lo meno, ebraizzante, non si sapeva finora quasi nulla. Bartolucci mette in fila le tracce sparse nei testi ficiniani e in alcuni frammenti biografici. Soprattutto dal De Christiana religione, pubblicato per la prima volta in volgare nel 1474, poi in latino nel 1476 e nuovamente rimaneggiato nel 1484, affiora l’idea che esista un’arcana tradizione talmudica, che concorderebbe con il messaggio evangelico.

Le prove testuali addotte da Ficino sono false, ovvero si tratta di testi ebraici addomesticati e stravolti. Ma l’esperimento è illuminante, perché ci mostra come il buon Marsilio non solo condivida ma addirittura preceda il gran exploit cabbalistico di Giovanni Pico. È solo nel dicembre 1486, infatti, che Pico pubblica le sue 900 Conclusiones, vero atlante dell’utopia laurenziana di concordia universale delle conoscenze, in cui il misticismo ebraico la fa da padrone.

Come dimostra Bartolucci, le soffiate testuali ebraiche vengono al Ficino da una fonte poco limpida. È un ebreo siciliano, convertito e piuttosto gaglioffo, che conosciamo bene per il suo ruolo di ispiratore e traduttore per Pico. Il nome? Uno solo non gli basta. La vita, si sa, è complicata, soprattutto quando si muta fede, e magari si deve cambiar in fretta aria. Shemuel ben Nissim da ebreo, Guglielmo Raimondo Moncada da cristiano, Flavio Mitridate da latitante, questo il dossier onomastico del dotto trasformista, che nel 1483 è stato coinvolto a Roma in un delitto, probabilmente un omicidio, e ha dovuto far in fretta i bagagli. Grandi eruditi – Ficino, Pico, Poliziano. Un gran signore – Lorenzo de’ Medici. E un gran imbonitore – Flavio Mitridate. La vecchia Fama strabuzza i suoi mille occhi e aguzza le diecimila orecchie. Con protagonisti così, se ne (s)parlerà per secoli.

Il Sole – 11 marzo 2018



Guido Bartolucci
Vera religio. Marsilio Ficino e la tradizione
ebraica
Paideia
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