TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 20 aprile 2018

Sulla morte e i suoi luoghi comuni





Marzio Barbagli, di cui ricordiamo negli anni Ottanta importanti lavori sulla scuola , pubblica una ricerca su come la società di oggi viva il rapporto con la morte. Uno studio che offre spunti interessanti di riflessione.


Raffaele Liucci

Sulla morte e i suoi luoghi comuni


Scardinare il senso comune: è questo l’obiettivo che si è prefisso nei suoi libri Marzio Barbagli, un sociologo dagli spiccati interessi storici, secondo il quale anche nel suo campo per rispondere alle domande suscitate dal presente occorre «risalire indietro nel tempo». Quando si è occupato di famiglia, sessualità, immigrazione, criminalità, suicidio, lo studioso bolognese ha sempre finito per incrinare certezze consolidate, talvolta sforando i limiti del politicamente corretto. Ora il nuovo mito da sfatare è quello della rimozione della morte, prerogativa della società contemporanea, almeno secondo un’opinione trasversalmente abbracciata da fior di storici, filosofi, antropologi, sociologi, psicologi e scrittori.

Ad esempio, il grande sociologo tedesco Norbert Elias – in un intervento vergato quand’era ormai molto anziano e intitolato La solitudine del morente – sosteneva che «mai come oggi i moribondi sono stati trasferiti con tanto zelo igienista dietro le quinte della vita sociale per sottrarli alla vista dei vivi, mai in passato si è agito con tanta discrezione e tempismo per minimizzare il passaggio dal letto di morte alla tomba». Per Elias, l’allontanamento della morte era un aspetto del più generale «processo di civilizzazione», ossia di autocontrollo dei sentimenti, da lui scandagliato in una celeberrima opera. Eppure, secondo Barbagli, argomentazioni di questo tipo sono tanto suggestive quanto smentite dalla ricerca empirica e storica. Il suo vasto affresco multidisciplinare – nel quale attinge pure dalla storia della mentalità e delle idee – è anche un implicito apologo sui rischi connaturati a una visione astorica e nostalgica del passato.

Non è per nulla vero, sostiene infatti Barbagli, che un tempo gli uomini si congedassero quietamente dal mondo. In teoria, la morte «naturale» tipica nei secoli scorsi – nel proprio letto, circondati dal calore della famiglia e con il viatico del prete – sembrerebbe più umana rispetto alla morte «artificiale» cui andiamo incontro oggi: soverchiati dalla burocrazia e intubati in un anonimo letto d’ospedale. Ma in realtà la «cerimonia domestica della morte» è spesso rimasta una chimera (non nelle pagine di Poliziano dedicate all’addio alla vita di Lorenzo de’ Medici, o nel Gianni Schicchi di Puccini). Non solo perché pure allora si poteva morire all’improvviso in strada, ma anche perché guerre, carestie ed epidemie rendevano difficilmente programmabile e gestibile la propria dipartita, soprattutto se non si era ricchi. Per di più, oltre che dolorosissimi, i trapassi erano sovente tutt’altro che sereni: «Per almeno tre secoli, dopo la metà del Trecento, moltissimi hanno esalato l’ultimo respiro in un lazzaretto o su un carro che ve li trascinava con la forza, evitati dai famigliari e dagli amici, fra le urla e i pianti di decine di moribondi».

Se un tempo il contatto coi cadaveri era un’esperienza comune, questo non significa che l’annunciato arrivo della signora con la falce fosse accettata come normale: «Solamente il nominarla agghiaccia il sangue nelle vene – scriveva nel 1586 Stefano Guazzo – spoglia le guance del vermiglio colore, vuota i cuori di vigore e priva di gusto il palato, onde avviene che il ricordar la morte fra le vivande è attribuito a disconvenevolezza e a mala creanza».

Insomma, secondo Barbagli, la società attuale non nasconde e teme la morte in misura maggiore del passato. Nel frattempo, però, è cambiato tutto. La durata media della vita si è allungata, i legami famigliari si sono allentati, l’«eclissi del sacro» ha ridimensionato il ruolo della religione, la batteriologia e la microbiologia hanno rivoluzionato le conoscenze mediche, le grandi epidemie che uccidevano velocemente e in modo indiscriminato hanno lasciato il posto a malattie croniche e degenerative dal decorso anche lunghissimo. Per questo l’«ospedalizzazione della morte», avviatasi alla fine dell’Ottocento, ha preso oggi il sopravvento (ma non ovunque) sui rituali domestici del trapasso, più consoni a una società tradizionale: nella quale il vestirsi a lutto, le processioni dietro le bare e i pellegrinaggi ai cimiteri svolgevano le funzioni di condivisione del dolore ora assolte dalle pagine di Facebook dedicate agli amici scomparsi.

D’altra parte, la crescente diffusione degli Hospice, delle cure palliative e dei testamenti biologici dimostra quanto la questione del «fine vita» non sia stata affatto rimossa dal nostro orizzonte, ma semmai ricalibrata in funzione di un’etica incentrata sulla riduzione della sofferenza. Con buona pace di quanti pensano che il controllo del dolore – una delle grandi conquiste della medicina moderna – trasformi l’individuo «in un insensibile spettatore della decadenza del proprio io» (Ivan Illich).

Un altro luogo comune contestato da Barbagli riguarda la consuetudine di celare la verità al malato, una pratica da molti considerata specifica della modernità. È vero invece l’opposto: «Da Ippocrate in poi, la grandissima maggioranza dei medici ha sempre nascosto le cattive condizioni ai pazienti, fornendole solo alle famiglie». Soltanto nella seconda metà del Novecento, prima nei Paesi anglosassoni e poi gradualmente anche in quelli mediterranei, i medici cominceranno a formulare prognosi esplicite, ancorché infauste.

Dall’antico modello paternalistico che occultava, esso sì, la morte si è dunque giunti a una disciplina medica che privilegia l’autonomia del paziente e il suo diritto a sapere. Anche se non tutti i malati reagiscono a una prognosi negativa come il serafico Wittgenstein in una lettera di fine novembre ’49 all’allievo Malcolm: «Non sono rimasto affatto sconvolto quando ho saputo di avere il cancro, mentre mi ha sconvolto apprendere che si può curarlo, perché non provavo nessun desiderio di continuare a vivere».

Ovviamente, ciascuna morte resta un evento unico. Lo studioso può cogliere le tendenze generali, attraverso le statistiche demografiche, ma deve arrendersi di fronte alla singolarità di ogni decesso. Per questo l’affascinante narrazione di Barbagli è spesso intercalata da stuzzicanti storie aneddotiche, in grado di aprire uno squarcio sulla psicologia del morituro e dei suoi famigliari, si tratti di un povero contadino siciliano, di Camillo Benso conte di Cavour, di Enrichetta Blondel (moglie di Alessandro Manzoni) o di un procuratore generale della Cassazione. La probabilità di morire fra le proprie mura piuttosto che in un nosocomio dipendevano non solo dal sesso, dall’età, dal ceto e dalla patologia, ma anche dalla residenza.

L’Italia, in questo senso, è oggi il regno dell’eterogeneità territoriale, visto che nel 2014 è morto in casa l’11% degli abitanti di Cremona e il 75% di quelli di Enna. Un dato che rivela quanto la mentalità e i costumi incidano tuttora sulla scelta del luogo e del modo in cui spirare.


Il Sole – 25 marzo 2018

Marzio Barbagli
Alla fine della vita. Morire in Italia e in altri Paesi occidentali
il Mulino
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