TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 2 maggio 2018

Cantar Maggio in Langa



Una tradizione antichissima e poetica.

Guido Araldo

Cantar Maggio

Il cantar maggio è un canto che inneggia al trionfo della primavera, intriso della gioia di vivere e augurio di fecondità. Nell’area di cultura mediterranea maggi erano i ramoscelli di mirto (sacro a Venere e a Maia) che i giovani offrivano alle ragazze come pegno d’amore e di fecondità, mentre nell’area di cultura germanica Maggi erano i ramoscelli di pino portati in festose processioni a maggio, di porta in porta, da gruppi di questuanti che chiedevano cibi e dolciumi in cambio.

Questa la tradizione era diffusa sulle Langhe ancora in anni recenti: gruppi di giovani, senza distinzione di età o sesso, accompagnati da suonatori, andavano di cascina in cascina, di casa in casa, con un ramoscello di pino, dov’erano appesi dei nastri colorati e dei fiori di campo. A volte li capeggiava una ragazza vestita da sposa. A ogni tappa fingevano di piantare il ramoscello di pino (il maggio) e cantavano (dialetto delle Alte Terre Langasche):

Se chërzi nènt che mägg u-r’è rivâ
Vnì a la fnésctra e lu vughi ben ciantâ!

(Se non credete che maggio sia arrivato,
andate alla finestra e lo vedete ben piantato!)

Sono indubbiamente notevoli, in questo canto, le analogie con il Cantè i’öv (cantar le uova) del periodo quaresimale; ma nel cantè mägg c’è una differenza sostanziale: è lo “spirito celtico - pagano degli alberi” che vaga tra le case a portare il suo auspicio di una buona annata, dagli ottimi raccolti. Identico al Cantè i’öv (cantar le uova) è il saluto agli abitanti della casa, con la richiesta di un omaggio, i ringraziamenti o gli improperi. Dapprima la presentazione della “sposa”:

Vardè che béla scpusa e che bel ané är di.
Ër fiö chu la scpusa u sära cuntente ‘n dì.

(Ammirate che bella sposa e che bell'anello al dito.
Il giovane che la sposa, sarà un giorno contento.)
A questo punto la richiesta:



Béla padròn-a, sa vô dène charchòs …
niäci e-suma in viäge, es-riposuma ‘n pòch.

(Bella padrona, se gradisce darci qualcosa …
noi siamo in viaggio, ci riposiamo un poco).

Ricevuto “il dono”, seguiva il ringraziamento:

Sciùra padròn-a, cha pija ‘r nosctr bael buchét
e chu piàscia a Nosctr-Scgnù cha i’hägia di bei chuchét.

(Signora padrona, prenda il nostro bel mazzolino
e piaccia a Dio che abbia dei bei bozzoli “bachi da seta”).

Infine il commiato:

Ringraziùma sciùra padròn-a cha i’hà da-scì-ben dunâ
e che Nosctr-Scgnù e ra Madòna la tenu in sanitâ.

(Ringraziamo la signora padrona che ha così ben donato,
e che Dio e la Madonna la mantengano in buona salute).

(Da: Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)