TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 27 maggio 2018

La Reyno Jano



Come la storia si trasforma in mito: la leggenda della Reyno Jano

Guido Araldo

La Reyno Jano

Nelle Alpi Occidentali ancora permane il ricordo della Reyno Jano (la regina Giovanna di Napoli, che era anche contessa della Provenza e del Piemonte subalpino cuneese): ora identificata in una specie di fata buona, dispensatrice di benessere e ricchezze; ora come saggia governante che aveva a cuore le sorti del suo popolo. Seppure in maniera sempre più flebile, il nome della Reyno Jano continua ad affiorare sulle labbra dei partecipanti alle veglie serali. Un nome indelebile nella toponomastica, nonostante i secoli trascorsi.

In Val Stura c’è “la rocho de la Reyno Jano” (la rocca della Regina Giovanna).

In Val Gesso ci sono “le gorge de la Reyno Jano” (le gole della Regina Giovanna), non lontane dalla borgata Tetti Violin a metri 1.141 sul livello del mare, all’interno del Parco delle Alpi Marittime. La leggenda vuole che la bella sovrana abbia rifiutato le profferte amorose del figlio del re di Francia, forse per la diversità di età che li divideva. L’astioso figlio del re decise allora di muoverle guerra e attraversò le Alpi al colle dell’Argentera con l’intenzione di averla per sposa con la forza. La Reyno Jano cercò riparo nel piccolo paese di Roaschia, dotato di un solido ricetto. Allora il principe fece salire i suoi soldati sul monte Lausa, per poter dominare meglio la valle e sferrare un attacco dall’alto. Ma questa azione prepotente fu punita dall’ira divina e l’intera armata francese sprofondò nell’abisso della gorgia che si aprì sotto i piedi dei soldati.

    Gorge de la Reyno Jano

In Val Grana la “cima de la Reyno Jano” domina il Santuario di Castelmagno, sul costone che sale verso la cima del Sibolet.

Sulle falde della Bisalta, di fronte a Cuneo, “lo garb de la Reyno Jano” (il buco della Regina Giovanna): un profondo anfratto sotto il Bech Berciassa (m. 962) sullo spartiacque tra la Val Vermenagna e la Val Colla dove, secondo la leggenda, la regina trovò riparo durante una violenta grandinata.

Infine “lu giardin de la Reyno Jano”; un fazzoletto di terra con un pino sospeso tra rocce altissime, verticali note come le Barricate dell’Alta Valle Stura. Bastavano pochi uomini per impedire il passaggio di un esercito in quell’impressionante strettoia e, probabilmente, non c’è “giardino” più poetico, semplice, spettacolare al mondo.

Anche sull’Alta Langa, terra carrettesca, erano diffuse leggende sulla bella e buona “regéna Giuväna” narrate attorno al focolare nelle lunghe sere invernali; ora dimenticate.

Resta nel vento la canzone provenzale che così inizia:

“L’aigla tournaivo subra la montagno,
sus li passaivo nostro Reyno Jano…
(l’aquila volteggiava sopra la montagna
e sotto passava nostra regina Giovanna…)
E in merito al giardino:
“lu liri blau, trait a la montagno,
dans lu giardin de la Reyno Jano”
(il giglio blu, colto sulla montagna).

    La “pietra di Cuneo”, con l’aquila imperiale sveva tra la stella a otto punte, e il “fiore della vita”, simbolo solare     diffuso in tutte le Alpi.

In un documento del 10 dicembre 1377, in cui i Cuneesi si affidano al “Conte Verde” di casa Savoia per la loro difesa, sta scritto a chiare lettere:

Notum sit contis: Cuneum caput est Pedemontis!” “Sia chiaro al conte: Cuneo è la capitale del Piemonte!”

Come a precisare: noi ci affidiamo a te per la nostra difesa, ma sia chiaro che Cuneo è la capitale del Piemonte angioino, appartenuto alla regina Giovanna che garantì i nostri liberi statuti e i nostri proficui commerci. Ignoravano i Cuneesi che ben presto sarebbero stati fagocitati dalla Contea di Savoia, protesa inarrestabile verso il mare di Nizza: per Cuneo finiva la sua stagione di città aperta, libera e mercantile sulla strada che univa la Lombardia alla Provenza, alla Linguadoca e alla Catalogna. Sarebbe diventata una città fortezza lungo quella strada irrimediabilmente interrotta: all’asse Est – Ovest subentrava l’asse Nord – Sud, non più continentale ma regionale (Savoia – Nizza). Il “Borgatto”, andato distrutto in quegli anni, non sarebbe stato più ricostruito per 440 anni, fin dopo il turbine napoleonico. E Cuneo si trovò misero borgo, invece di una ricca città. Ai Cuneesi e agli abitanti delle valli occitane circostanti non restava che piangere l’amata “Reyno Jano”.

(Da: Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)