TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 29 giugno 2018

Emily Dickinson vita di versi e diversa



Libera, spregiudicata, misteriosa, anomala La storia di Emily Dickinson, poetessa, nel film "A quiet passion". [In programmazione fino a lunedì 2 agosto al Nuovo FilmStudio di Savona]


Natalia Aspesi

Emily Dickinson vita di versi e diversa

In tempi grami per il grande cinema (oltre che per tutto il resto), si farà a pugni per vedere A quiet passion di Terence Davies, un film elegante, commovente, ironico, molto bello, definito da qualche critico un capolavoro?

Sarebbe meraviglioso, soprattutto per gli spettatori, per la lancinante grazia visiva e le parole sublimi che arrivano al cuore. Ma è estate, dura più di due ore senza mostri ed avatar; e a raccontarne la trama lo si umilia, trattandosi della vita senza eventi di una poetessa americana di metà Ottocento, oggi venerata anche in Italia ma ai suoi tempi ignorata ovunque in quanto donna cioè niente: di quel misterioso "mito" come qualcuno però già la definiva, si conoscono da qualche decennio passioni fiammeggianti ma solo epistolari, e ardori di pensieri e versi soprattutto su Dio, la morte e l'aldilà; che a un certo punto non uscì più dalla grande bella casa di famiglia, per poi sbarrarsi nella sua camera, vestita sempre di un bianco abituccio monacale, non mostrandosi più agli estranei.

Emily Dickinson, Amherst 1830-1886. Nella scena in cui un fotografo ritrae uno a uno i Dickinson, i volti sfumano dalla giovinezza alla maturità cambiando interpreti, e per Emily dalla trentenne Emma Bell alla cinquantenne Cynthia Nixon. Incantevole avvocata Miranda dai capelli rossi in Sex and the city, ogni minuto libero a letto con una serie infinita di bei giovanotti, nel film si rivela come la luminosa, aggressiva, disubbidiente, sottomessa, appassionata, meravigliosa poetessa che visse nei suoi versi allora anomali, e scelse la solitudine per sottrarsi alla desolata condizione femminile nel bigotto Massachusetts dell'epoca.



Emily giovinetta in collegio rifiuta di dichiararsi cristiana piegata al terrore di Dio, la sua fede sarà sempre libera e spregiudicata: ama moltissimo la sua facoltosa famiglia, chiede al padre Edward, avvocato dal rigido colletto bianco (Keith Carradine) il permesso di scrivere di notte, mentre di giorno con la dolce sorella Vinnie (Jennifer Ehle, Elizabeth nella fiction tratta da Orgoglio e pregiudizio) fanno i mestieri di casa, perché avere servitori è peccato.

A tavola si prega, ogni sera il padre legge alla famiglia la Bibbia, Satana è ovunque, anche nella limonata o nel thè che infatti la virtuosa moglie del pastore rifiuta: quel pastore con cui Emily dialoga di fede e di cui forse è innamorata.

"Sono piccola come lo scricciolo, ho i capelli arditi come il riccio della castagna / e i miei occhi hanno il colore dello sherry / che l'ospite lascia nel bicchiere".

Così lei si descrive in una delle sue lettere. È molto legata a Susan (Jodhi May), la moglie del fratello Austin (Duncan Duff), a cui quando erano ragazze scriveva lettere cariche di passione: "E ora quanto manca al momento in cui ti riavrò, ti stringerò tra le braccia…" (giugno 1852).

Davies sfiorerà in un dialogo tra le due donne gli orrori del dovere coniugale rispetto alle meraviglie dello zitellaggio, e poi ci mostrerà Emily oltraggiata dall'adulterio di Austin con una signora sposata, quindi in preda al demonio (Mabel Loomis Todd): colei che poi per prima riuscì a far pubblicare le quasi duemila poesie e poi le tante lettere della Dickinson.

Gli esperti dicono che il film racconta la vita della poetessa con l'attendibilità consentita da una monumentale bibliografia anche italiana, dei suoi scritti e sue biografie, come l'appassionante Nei sobborghi di un segreto di Marisa Bulgheroni. Infatti anche da noi è molto amata, naturalmente da chi ha l'abitudine di leggere molto.


Il regista di film stupendi ma di pubblico scarso come La casa della gioia, 2000, e Voci lontane… sempre presenti, 1988, racconta questa vita senza storia e in un'epoca precisa, quella di Lincoln e della guerra civile, di cui si vedono solo famose fotografie; notti illuminate da candele, giardini fioriti, in cui passeggiare, stanze buie per troppo tendaggi, carri funebri a cavalli, crinoline, cuffiette mortificanti, ombrellini sotto cui celarsi, sguardi pii di donne e imperiosi di uomini, letture edificanti e ipocrisia sociale e sessuale.

Davies incarica la Nixon di rivivere il suo personaggio attraverso le sue poesie e le sue lettere: la voce è incantevole e io ho avuto la fortuna di vedere il film in originale con sottotitoli italiani. Nei nostri cinema arriva ovviamente doppiato, i dialoghi ricavati da diverse traduzioni, con la voce di Alessandra Korompay che si spera altrettanto coinvolgente. Si consiglia al ministro della famiglia Lorenzo Fontana di non andare a vedere A quiet passion: non solo il suo regista è gay (non so se accasato e padre), ma la protagonista, Cynthia Nixon, ha una famiglia massimamente innaturale: sposata a un uomo da cui ha avuto due figli, si è risposata con una donna che le ha dato un figlio. In più è militante per i diritti dei gay e né trumpiana né putiniana, essendo candidata all'elezione del rappresentante democratico per il governatore dello stato di New York.

La Repubblica – 11 giugno 2018