TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 17 giugno 2018

Le masche




Streghe, guaritrici, erbarie nel folklore delle terre di Langa.

Guido Araldo

Le masche

Le masche, tipiche della cultura piemontese, ligure e provenzale, non andrebbero semplicisticamente identificate con le streghe. Erano principalmente donne della medicina: conoscitrici di piante, erbe, radici medicamentose; abili nel curare i malanni, nel “segnare” i vermi ai bambini, “la biscéra” che gonfiava i volti, il fuoco di sant’Antonio… Ma la fantasia popolare e soprattutto l’attenzione degli inquisitori le sospettavano, anche, partecipi a riunioni notturne nel ruolo di adoratrici di antiche divinità femminili: Diana, Selene, Demetra… e, per questo motivo, erano associate alle streghe.

Si tratta di una parola, masca, che più di altre è entrata a far parte dei dialetti alpini, subalpini e liguri, acquisendo uno spazio semantico ampio e indefinito, su tradizioni leggendarie pertinenti a superstizioni e irrazionalità. Una parola che ha indubbie origini ataviche e che appare chiaramente al tramonto della civiltà latina con l’irruzione della cultura germanica nel bacino del Mediterraneo.

La sua prima comparsa documentata si trova nelle Loi des Lombardos, l’editto del re longobardo Rotari del 963, dove “la masca” viene equiparata a stria o striga, ovvero strega: “nullus praesumat haldian alienam aut ancillam quasi strigam, quam dicunt mascam, occidere”. (Che nessuno presumi di uccidere qualche estranea o ragazza additata come strega, chiamata masca). Una difesa straordinaria verso povere donne frettolosamente eliminate con l’accusa di essere masche. Già allora la parola “masca” è al femminile.

Altrettanto interessante la testimonianza di Gervasio di Tilbury, risalente tra gli anni 1203 e 1208: “I fisici dicono che le lamie, dette volgarmente masche o in lingua gallica strie, sono delle visioni notturne che turbano le anime dei dormienti e provocano oppressione”. In questo caso streghe e masche sono accumunate, ridotte sostanzialmente a spettrali apparizioni notturne.

Un’ipotesi sull’origine della parola masca la fa risalire al greco baskein: ovvero un evento riconducibile alla magia, riferibile a baskanos, colui che strega, a baskanoin, ovvero amuleto, e a baskanio, corrispondente a maleficio. Non a caso il latino fascinum significa maleficio. Nel dialetto piemontese esiste il verbo maschunè che significa abbagliare con un sortilegio, sedurre con un’arte magica, irretire con fascino.

Connessa a masca, ma meno nota, è la talamasca: le mascherate organizzate in occasione dell’ultimo giorno del mese di ottobre in rievocazione dei defunti, l’attuale Halloween, come attestato da Incmaro da Reims (882) “Non permettete che si facciano turpi giochi con l’orso, ma si consenta che vengano portate davanti alle cattedrali quelle larve di demoni, che volgarmente si chiamano talamasche” (Capitula presbyteris). Incmaro da Reims si riferiva a processioni suggestive e paurose di persone sinistramente mascherate.


Né può essere trascurata un’origine provenzale della parola masca, derivante semplicemente da maschera; poiché pare che nelle riunioni notturne di donne adoratrici d’antiche divinità femminili: Diana, Selene e Demetra, le partecipanti fossero solite munirsi di maschere come nella tradizione del teatro greco. Anche la parola francese di mascotte deriverebbe da masca...

È inequivocabile che nell’Alto Medioevo persistettero usanze femminili, probabilmente collegate al culto della dea lunare Diana, caratterizzate da festosi raduni notturni che i vescovi cercarono di debellare in ogni modo e non tardarono a identificarli in festini orgiastici e demoniaci. Il fenomeno, per quanto represso, persistette e finì per innescare i famosi processi per stregoneria tra i secoli XV e XVIII. Proprio un papa del Rinascimento, Innocenzo VIII, decise di correre a estremi ripari con la bolla Sumnis desiderantes del 5 dicembre 1484, includendo tra gli obiettivi della santa inquisizione la magia e le streghe da perseguire in Germania, dove queste reminiscenze pagane erano più radicate; in seguito, ben presto, l’attività inquisitrice si estese a tutta l’Europa.

Ancora recentemente nel mondo contadino erano attribuiti alle masche fenomeni inspiegabili, come una malattia anomala, un aborto, un decesso improvviso, morie di animali o, semplicemente, “affascinazioni” notturne.

In Piemonte la masca più famosa e leggendaria fu “ra mäsca Micilina”, che la tradizione vuole sia stata bruciata viva a Pocapaglia, località prossima alla cittadina di Bra, in Piemonte. Più impressionante ancora la mitica fumra biscia = donna biscia di Alba, che di giorno era moglie affettuosa e di notte si trasformava in grossa biscia strisciante, per poi riacquisire bellissime sembianze femminili al primo canto del gallo.

Una “masca” un tempo famosa, negli anni in cui c’era ancora la Contea di Tenda, fu un’anziana vedova senza prole, di nome Clotilde Revelli, originaria di Pavia, potentissima, in possesso del mitico “libro del comando”; in grado, pertanto, di compiere prodigi. A metà del 1400 si susseguirono violente grandinate in tutta la contea: di qua, in Val Roia, e al di là dei monti, nell’Alta Valle Vermenagna. La colpa di quelle devastanti grandinate fu attribuita a lei e la masca, accusata di aver provocato simili disastri per avere in odio il genere umano. Invece d’essere bruciata viva, poiché il conte era restio a simili supplizi, fu esiliata sui monti. Una processione di montanari oranti la condusse in una valle aspra e solitaria che portava al monte Bego e che in seguito prese il nome di “valle della Masca”, ora Valmasque.

Lassù, dove non andavano neppure i malgari, abbandonata con due capre e l’ingiunzione di non scendere a valle, pena la morte. Ma il “libro del comando” non fu trovato. Allora sette monaci andarono a cercarla sui monti, per interrogarla e indurla a svelare dove avesse nascosto la misteriosa pergamena che si reputava fosse opera di Lucifero. Dopo la loro partenza ci fu una tremenda tempesta lassù, verso il monte Bego, con fulmini devastanti, di una violenza tale che non c’era ricordo a memoria d’uomo. I monaci non tornarono e la “masca della Briga” non fu più trovata; neppure le capre furono rinvenute. Corse voce, allora, che i sette monaci e la masca avessero combattuto una straordinaria battaglia, a colpi di fulmini, che finì per annientarli tutti.


Nelle Alte Terre Langasche era convinzione diffusa che le “masche” si spostassero volando nei boschi, soprattutto nelle notti di novilunio o plenilunio; ma i pareri, a riguardo, erano discordi. Per alcuni, esse privilegiano la luna piena, per altri la luna nuova, per altri ancora l’ultimo quarto: quello del “corno di Afrodite”. Ma tutti convenivano nell’asserire che quelle megere si divertissero a spaventare a morte i viandanti; ballavano allegre attorno a noci maestosi e lanciavano il malocchio che attecchiva tra i cristiani come rovi in un vigneto.
Ce n’erano di “malefiziati”, su quelle colline!

Bambini che crescevano malaticci, se non storpi o dementi per colpa di quelle maledette donnacce invidiose. Ed era un problema togliergli la fattura. Alle processioni nei santuari mariani du Zert” (del Deserto), du Tuduc (del Todocco) e ‘d Vj (di Vicoforte)” quei poveretti stavano in prima fila, dietro alla statua della Vergine. Ma l’ostensorio e l’acqua benedetta potevano ben poco contro la gramigna delle “spose del diavolo”. Rarissimi, infatti, i miracolati.

Pinotu du Ciatlau aveva la faccia tutta chiazzata, colore del vino, a causa della fattura di Carulina d'ra ca d’ Caväl (Carolina della Casa Cavallo), invidiosa della felicità di sua mamma quando era nato. Quella brutta macchia se la sarebbe portata nella tomba.

Gepòt dei Monti era cresciuto tutto sciancato dopo che Beppina d’ra Costa gli aveva fatto la fattura, quando l’aveva derisa mentre tornava dal bosco delle Lavine con un grosso fascio di sterpi sulle spalle. Lo sapevano tutti che Beppina era una masca; ma tutti avevano una gran paura a mormorare quella “verità” addirittura tra le mura domestiche. Non si sa mai. Le masche avevano orecchie finissime… In paese si diceva che conoscesse il mascone di Cravanzana, depositario del “bastone del comando”. Beppina era vecchia e decrepita; ma non poteva morire, poiché prima doveva trovare la sostituta alla quale trasferire i suoi poteri magici. Ecco perché, a novant’anni, si aggirava gobba nelle vie paesane, quasi strisciando per l’artrosi, lucida e senza altri malanni. Si mormorava che, se non avesse trovato un’erede, sarebbe morta in piedi, rinsecchendo come una pianta, aggrappata alla sua «ramazza» (scopa). Ma si sussurrava, con grande spavento, di cose ancora peggiori. Gespot ‘d Tamaräz un giorno, ubriaco, l’aveva irrisa e il giorno dopo, al risveglio, si era trovato i testicoli, il suo vanto, non più grossi di nocciole.

Ancora recentemente nelle Alte Terre Langasche era consuetudine cambiare nome ai bambini e alle bambine, oppure rendere quei nomi impossibili da identificare come Nino, Nina; Lino, Lina … Ricordo un signore che per tutta la vita fu chiamato Armando, quando il suo vero nome era Luigi. Si trattava di una strategia diffusissima, per ingannare le masche, alle quali era indispensabile conoscere il vero nome di battesimo, per effettuare una “fattura”. Era convinzione diffusa che le masche possedessero il potere arcano di trasformarsi in gatte nere, se non addirittura in capre con le corna.

Quando mio nonno Serafen andava a trovare nel borgo di Priero la sua “morosa” Teresa, che poi sarebbe diventata mia nonna, e attraversava la vasta foresta del Belbo, a volte al chiaro di luna, si portava dietro lo schioppo (un vecchio fucile napoleonico ad avancarica) caricato con grossi pallettoni che di nascosto immergeva nell’acquasantiera in chiesa, poiché soltanto se venivano a contatto con l’acqua benedetta, i pallettoni potevano essere efficaci contro le masch

(Da: Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)