TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 22 giugno 2018

Antonio Gramsci e Piero Sraffa nella bufera del Novecento




Un libro ricostruisce la storia della lunga amicizia che legò Antonio Gramsci e Piero Sraffa.

Maria Luisa Righi

L’intenso lessico familiare di un saldo sodalizio intellettule

Anziché subire la sorte del comunismo, la fortuna di Gramsci non conosce eclissi, anzi sono molti a contendersene le spoglie. Le dispute non riguardano solo l’interpretazione dei suoi scritti, ma coinvolgono anche la sua biografia, i cui contorni sono ben lontani dall’essere pienamente definiti. Anche per replicare a quella che chiama la «“filologia” avventuristica» – che ha dipinto Sraffa come spia dei sovietici, manovrato dal diabolico Togliatti, e, in ogni caso, fedele al partito, tradendo la fiducia di Gramsci – Giancarlo De Vivo (Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica, Castelvecchi, 2017, pp. 190, € 22.00) ci offre una lettura dell’amicizia che legò i due grandi intellettuali del novecento.

Sino alla pubblicazione delle Lettere dal carcere nel 1965 era pressoché ignoto il ruolo che Sraffa aveva avuto nel sostenere economicamente gli studi dell’amico in carcere, nonché quello di tramite col partito al quale faceva pervenire le lettere di Gramsci che la cognata Tatiana Schucht trascriveva per lui. Anche in seguito Sraffa non si lasciò tentare dalla memorialistica e solo nel 1967 accolse l’invito di Paolo Spriano a concedere una testimonianza per il settimanale del Pci Rinascita.

Da allora diversi studi sono stati dedicati alla loro amicizia: sono state pubblicate le lettere che Sraffa scriveva a Tania per Gramsci (e si attende a breve la pubblicazione dell’intero carteggio a cura di Nerio Naldi ed Eleonora Lattanzi per l’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci), sono state esaminate le reciproche influenze intellettuali, ma scarso rilievo è stato dato al contesto storico e alla tensione politica che animava i due giovani.

Vuole colmare la lacuna questo volume, che da un lato cerca di ricostruire l’attività di Sraffa come custode delle volontà di Gramsci, dall’altra il loro dialogo politico-intellettuale, dedicando ai due aspetti altrettanti capitoli. Nel primo l’autore propone una lettura basata sulla stratificazione delle carte “gramsciane” conservate nell’archivio Sraffa al Trinity College, e ai carteggi successivi da cui emergono le difficoltà a cedere gli originali all’allora Istituto Gramsci, dove andavano confluendo tutti gli autografi di Gramsci. La direzione dell’Istituto si rivolse più volte a Sraffa per sapere se avesse lettere di Gramsci.

A parte qualche missiva inviatagli da Ustica, l’economista conservava solo trascrizioni di lettere della fine del 1932 e del 1933. De Vivo si pone una domanda che nessuno si era ancora posto: perché quelle lettere si trovavano ancora tra le sue carte e non le precedenti? Perché, è la risposta dell’autore, Sraffa fu fedele alla volontà di Gramsci di non comunicare al partito quanto veniva scrivendo a Tania e all’amico.

Da quel momento Sraffa decise che sui passi da compiere per ottenere la libertà del prigioniero non avrebbe più coinvolto il Pcd’I, essendo cresciuta in lui «una vera e propria sfiducia (se non sospetto)» negli “amici di Parigi”. Secondo De Vivo tale sfiducia emerge anche da quella sorta di “gioco al gatto e al topo” per non consegnare, sino al 1974, le lettere di quel periodo.

La ricostruzione è suggestiva, ma non dà ragione di passaggi importanti: Sraffa non interruppe, né nel 1932-33 né in seguito, i rapporti col partito, a cui anzi diede la relazione medica del prof. Arcangeli (che, per un “grossolano errore” – come ebbe ad ammettere Togliatti – fu pubblicata sull’Humanité), né sembrò dare credito alle possibilità di uno “scambio” di prigionieri di cui, al contrario, fu sempre convinto Gramsci, e diede una lettura minimizzante della “famigerata” lettera di Grieco del 1928, a cui Gramsci attribuiva il fallimento del primo tentativo di liberazione.

Nella seconda parte del libro si ricostruisce il rapporto intellettuale tra i due protagonisti, Sraffa non era «conosciuto per le sue opinioni comuniste che da un piccolo cerchio di conoscenti», ma aveva fornito «all’“Ordine Nuovo” molto materiale su quistioni riservate». Recatosi in Inghilterra, Sraffa continuò a collaborare con l’Ordine nuovo inviando tre articoli (riprodotti in appendice). La ricostruzione si sofferma su questi e altri momenti di frequentazione, nonché sui temi di comune interesse: il materialismo storico, le questioni di economia politica, il diverso rapporto con il pensiero di Benedetto Croce, le questioni della transizione e dell’assemblea costituente.

La riservatezza di Sraffa, il linguaggio “esopico” delle lettere dal carcere, quello allusivo della corrispondenza degli altri personaggi del dramma, la lacunosità della documentazione giunta sino a noi, rendono difficile collocare i pezzi del puzzle in un quadro completamente coerente. Il libro di De Vivo contribuisce certamente a definire una parte del puzzle e ci spinge a interrogarci se altre parti non vadano invece ripensate.

Il manifesto – 6 giugno 2018