TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 5 luglio 2018

Di folletti, di boschi e di Langa.




Ancora oggi il bosco con le sue ombre e fruscii è un luogo misterioso che un po' ci attrae e un po' ci spaventa anche se da tempo ormai i Servan (folletti) hanno smesso di manifestarsi.

Guido Araldo

Servan

Si diceva che i servan fossero gli spiriti dei boschi, sovente dispettosi, qualcosa di simile ai folletti delle tradizioni nordiche. Ai tempi dei romani antichi i servan erano i custodi del “genius loci”. Probabilmente il nome originario era selvan, da selva, sinonimo di omino della selva, dei boschi, della foresta, divenuto in seguito servan per un tipico caso di rotacismo linguistico, poiché sovente nella parlata corrente la l tende a diventare r. Un tempo si diceva: “avej in servan a-col = aver un servan addosso”. Frase che lascia supporre una sorta di possessione.

Si favoleggiava di “grandi ombre minacciose” che comparivano e sparivano nei boschi, all’improvviso, generando un incontrollato terrore in chi aveva la sensazione di scorgerli. Un residuo, forse, dell’ancestrale culto della foresta e delle presenze misteriose che vi si aggirano.

Per la verità, sia i servan che le feye, le scintille dei falò in notti ritenute magiche, denotavano remote reminiscenze dionisiache: di forze della natura misteriose e primordiali, che non dovevano essere necessariamente malefiche.

Le caratteristiche dei servan in Piemonte, nelle Valli Occitane, nel Monregalese e sulle Langhe li rendevano simili a folletti, con la capacità d’improvvisare dispetti o autentiche birichinate. In un simile conteso, restò famosa la birichinata del servan ‘d Bumbarché.

Questa storia mi fu riferita da mia madre Olga, nata alla Macula di Mombarcaro l’11 luglio 1914, in seguito confermata da mägna Maria (zia Maria), all’età di cent’anni, quando andavo a trovarla in cima alla collina più alta delle Langhe. Una storia antica, ripetuta forse da secoli nelle sere d’inverno attorno al camino o alla stufa.

Un vecchio pastore noto come Fredu d’ra Lünëta (la Lunetta era a quei tempi la principale borgata di Mombarcaro) possedeva un bel sctròp ‘d fè (un gregge di pecore) che, però, percuoteva sadico, a volte senza una motivazione. E così, una notte, dal grande bosco della Pallareja sul versante opposto della Val Belbo, venne un servan e all’alba Fredu d’ra Lünëta ebbe una brutta sorpresa, quando andò nella stalla con il sole che si affacciava da dietro al castello di Prunetto: non c’erano più le pecore e neppure le capre!
“Oh, povra mi!” disse Fredu e cominciò ad urlare disperato “e-son ruvinâ!”.

Tutta la borgata, all’epoca popolatissima, più di trecento persone, accorse a vedere ciò che era successo e nessuno sospettò che si trattasse di un furto. A quei tempi c’erano sì furti di conigli e galline, ma era inimmaginabile che qualcuno, per quanto malintenzionato, potesse rubare capre e pecore; addirittura un intero gregge. Non era una faccenda che potesse riguardare i gendarmi, lontani nelle caserme di Monesiglio e Saliceto. Tutti convenivano che si trattasse di un maleficio.

Qualcuno parlò di masche, facendo rabbrividire i presenti. Qualcuno, peggio ancora, ipotizzò la presenza d’er maschon (del mascone), che aveva ër libr d’ër cumand (il libro del comando), in grado di trasferire cose, besctye (bestie) e anche uomini da un posto all’altro, facendo venire i granét (la pelle d’oca) a molti. Era convinzione che chi detenesse il libro del comando potesse far grandinare pietre. Nessuno aveva la minima idea dove andare a cercare. Le masche non lasciavano mica impronte nella neve e quella era una fredda, freddissima mattina di gennaio, con tutte le colline, le montagne lontane a Occidente ammantate di neve.

Tutti si davano un gran daffare a cercare le capre e le pecore del povero Fredu. Chi giù, verso il Belbo, chi su verso San Bernardo; chi in direzione della Cusctalonga (Costalunga) …Niente di niente! Tutta fatica inutile! U sctrop u-r’era scentâ (il gregge era sparito.).

All’improvviso arrivò trafelato Guscten d’ San Louis che riferì ansante: “ër fé e-son är Cian du Drâ.”. Le pecore si trovavano al Pian del Drago, sul versante opposto di Mombarcaro, a metà collina, giusto sopra la pieve dell’Acquadolce, nel fondovalle della Bormida. Immediatamente una processione s’incamminò dietro a Fredu che a lunghi passi, quasi correndo, andò riprendersi il suo gregge. Chi poteva aver portato quel gregge tanto lontano? E per quale motivo?

Al Pian del Drago: un luogo misterioso dove si era verificata un’esplosione simile ai vulcanelli siciliani, e per questo nota con quel nome, una sorpresa li attendeva. Un evento invero straordinario: pecore e capre, strette tra loro, forse per non disperdere il poco calore, stavano immobili e non c’era verso di smuoverle. E mizivru, anche! (Il significato più affine all’italiano è “un belare collettivo affannoso”). Niente da fare. Sembravano “masckunâ” (soggette a un sortilegio).

Il sacriscta (il sacrestano) Bertu di Vignòt corse a perdifiato fino alla canonica in cima alla collina, nel punto più alto di tutte le Langhe. Piegato in due per la milza dolorante, informò il parroco Don Bertòla che, dopo un sonoro “Sacramentùne.”, non perse tempo: infilata la stola, prelevato l’aspersorio con l’acqua benedetta, scese rapidamente per il sentiero che dalla Villa portava dritto al Pian del Drago, facendo attenzione a non scivolare sul ghiaccio, in molti punti insidioso. Ma aveva gli scarponi con i chiodi nelle suole.

Fu così che capre e pecore, ricevuta la benedizione, si mossero e andarono docili dietro al parroco, che sembrava davvero un buon pastore. Si formò così una straordinaria processione nella quale era coinvolta quasi tutta la gente di Mombarcaro. Nel frattempo erano accorsi curiosi da San Benedetto, dalla Villa di Camerana, dalla Niella... Insomma, una processione lunghissima si snodò dal Pian del Drago alla Lunetta: in primis il parroco con a fianco il sacriscta (sacrestano) che suonava la campanella, poi le pecore e le capre, quindi la popolazione; sicuramente più di mille devoti che cantavano il Dies Irae. Una processione memorabile.

In seguito, su consiglio del buon parroco, Fredu non maltrattò più le sue capre e le sue pecore; anzi, prese a trattarle come ospiti di riguardo e dal bosco della Pallaréja non venne più il servan. Pare che dopo questa brutta esperienza prese l’abitudine di tenere nella stalla un bëck, un caprone non castrato, notoriamente puzzolentissimo, poiché si credeva che il suo odore avesse la proprietà di tenere lontano il servan. Forse vale la pena ricordare il diavolo assumeva le sembianze del bëck (il caprone) durante il sabba con le streghe.



Altre birichinate dei servan, molto più antiche, riguardano i dispetti nei mulini di Saliceto, dove non soltanto si macinava il grano, ma si batteva la canapa: per secoli l’industria più importante nella zona. Mulini antichissimi, poiché una pergamena del 30 settembre 1207 ne attestava la proprietà del marchese, in usufrutto ai frati del monastero di San Martino della Lignera. Quei mulini disponevano di martinetti, con i quali veniva battuta la canapa, azionati da ruote mosse dall’acqua delle bialere: piccoli canali derivati dal fiume Bormida. Le chiuse regolavano il flusso dell’acqua in questi canali: venivano serrate di sera, per interrompere il movimento delle ruote, e poi riaperte di buon mattino. Accadeva dunque che di notte i servan aprissero le chiuse e mettessero in movimento le ruote e i martinetti, con conseguente fracasso… Probabilmente qualche buontempone del paese rideva nascosto chissà dove; ma in tutto il paese si favoleggiava di servan, folletti dispettosi.

A Savigliano era noto il cùleis: un folletto particolarmente dispettoso, ma innocuo, che si limitava a disturbare le galline e le oche nei pollai e a far abbaiare furiosamente i canti per tutta la notte.

Il servan, per la verità, presenta anche un’altra connotazione, assai più misteriosa, remota e complessa, che lo collega al dio Fauno della tradizione romana e al Satiro della tradizione greca, legato ai culti dionisiaci. Troviamo rielaborazioni cristiane in antiche chiese romaniche, come in un capitello della Sacra di San Michele, all’imbocco della Valle Susa in Piemonte o nel pulpito ottagonale, romanico della chiesa di Saliceto: solitamente un mascherone, dalla cui bocca (o dalle orecchie) fuoriescono elementi floreali. Allusione alla potenza della natura, predominante sulla civiltà umana anche quando Madre Natura sembra sconfitta, quasi resa inoffensiva, come nel caso della società contemporanea fortemente antropizzata.

Folte foreste un tempo caratterizzavano il paesaggio europeo, dove il clima continentale o atlantico subentrava a quello mediterraneo; soprattutto foreste di querce e faggi, di fronte alle quali le tecnologie deboli del medioevo avevano difficoltà ad aprirsi dei varchi. Luoghi di silenzi e oscurità, dominati da misteriose presenze che sebbene fossero appena intuite, erano percepite come reali. Il bosco era il regno di animali selvaggi come l’orso, l’uro, il cervo, il cinghiale e soprattutto il lupo: l’eroe negativo di racconti paurosi accanto al fuoco, con gli ululati che riempivano la notte. Racconti che non spaventavano soltanto i bambini.

La selva, però, non era soltanto feroce, ostile; ma anche un luogo incantato, fatato, popolato da strane presenze, a volte amiche altre volte inquietanti, a metà strada tra la fiaba e una religione ancestrale mai dissoltasi del tutto: folletti, fate, orchi, gnomi, ninfe, servan…

Il bosco era inoltre un luogo sacro, oggetto di un culto proprio; mentre per gli antichi evangelizzatori cristiani questo rispetto denotava soltanto un demoniaco feticismo maligno.

Per certi versi, il massiccio assalto portato alle foreste europee a partire dal IX e X secolo fu il risultato di una progressiva desacralizzazione del bosco operata dalla religione cristiana, ormai affermatasi capillarmente.

Per la verità, l’opera della desacralizzazione del bosco fu iniziata non tanto dai cacciatori o dai predicatori, quanto da uomini paurosi quanto il lupo e gli orchi: i carbonai, specializzati nella fabbricazione del carbone di legna, fabbri consunti dal fumo e dal fuoco, per metà maghi e per metà esperti di un’arta misteriosa e preziosa. Con loro agivano i guardiani di porci, resi anch’essi selvatici dalla “troppa dimestichezza” con animali, paludi e foreste (com’ebbe a scrivere Vito Fumagalli).

Il rispetto religioso verso il bosco, soprattutto verso gli alberi maestosi, aveva un fondamento concreto: nel bosco vi si addentrava per cacciare e pescare, per procurarsi frutti selvatici, per raccogliere funghi ed erbe medicamentose o commestibili. Il bosco era un elemento essenziale alla sopravvivenza umana, soprattutto nei momenti di carestia. I porci che vi pascolavano costituirono per millenni la più importante riserva alimentare di proteine. Inoltre la legna del bosco era usata per costruire case, ponti, chiese, attrezzi artigianali e come combustibile prezioso per proteggersi dai lunghi inverni, faceva bollire l’acqua e dava vita alla bottega del fabbro.

Un misto di amore e terrore caratterizzava il rapporto degli uomini con il bosco e da questo substrato culturale sgorgavano le leggende, le favole, le fiabe, le epopee popolari e anche i servan (o servantus) che per secoli hanno alimentato l’immaginario collettivo europeo.

(Da: Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)