TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 28 luglio 2018

Eiger, 1938.



80 anni fa, tra il 21 e il 24 luglio, due tedeschi e due austriaci raggiunsero i 3.970 metri della vetta dell’Eiger, nell’Oberland Bernese, scalando la parete Nord fino ad allora inviolata. L'impresa sarà occasione di un'intensa campagna propagandistica nazista.


Enrico Martinet

Eiger, 1938. Quando Hitler si impossessò della conquista delle cime



L’Eiger è diventato il simbolo di tutto ciò che l’alpinismo può offrire in fatto di tragedie e avvenimenti sensazionali». Heinrich Harrer scriveva queste righe nel 1953, 25 anni dopo aver compiuto una delle più grandi imprese alpinistiche, la salita della parete Nord dell’Eiger. Oltre la retorica e l’eroismo cercato anche sui monti negli Anni 30 quelle parole rappresentano l’Eiger più di molte altre. 

80 anni fa, tra il 21 e il 24 luglio, due tedeschi e due austriaci raggiunsero i 3.970 metri della vetta dell’Eiger, nell’Oberland Bernese, seguendo la linea più logica nell’immensa parete Nord, quasi due chilometri di altezza. Cadeva uno degli «impossibili» di quella stagione alpinistica. E in quell’anno, qualche giorno dopo ne cadde un altro sulla Nord delle Grandes Jorasses, con Riccardo Cassin che saputo del tentativo di Harrer lasciò Grindelwald per risolvere l’altro enigma sullo Sperone Walker.

La storia dell’alpinismo subì una svolta in anni in cui il mondo intero svoltò. La politica hitleriana cavalcò l’eroismo evocato dalle montagne, territorio ostile dove l’uomo sfidava la morte. E l’impresa sulla Nord dell’Eiger fu l’apoteosi di una propaganda pronta a inseguire l’idea di guerra come un nuovo orizzonte. Hitler premiò i quattro alpinisti con la medaglia d’oro in una cerimonia a Breslau, la polacca Breslavia. I tedeschi Anderl Heckmair e Ludwig Wiggerl Vörg, e gli austriaci Heinrich Harrer e Fritz Kasparek. Harrer diventò famoso e già da prima di quel ’38, quando le truppe tedesche entrarono in Austria, si era arruolato, nonostante il divieto austriaco, nelle Sa, primo gruppo paramilitare nazista.



Le Olimpiadi del 1936

L’Eiger dopo le Olimpiadi di Berlino del 1936, l’apoteosi dello sport e dell’ardimento legato al nazismo. Harrer partecipò in quell’anno come sciatore alle Olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen. E nel 1939, già arruolato nelle SS, partecipò a una delle spedizioni organizzate da Himmler fra le più alte montagne del pianeta. Finì in Kashmir dove fu arrestato dagli inglesi che governavano la regione. Campo di concentramento ai piedi dell’Himalaya, poi la fuga oltre confine, in Tibet. L’incontro con il Dalai Lama (ne divenne precettore) quindi quel libro Sette anni in Tibet poi diventato film di successo firmato da Jean-Jacques Annaud con Brad Pitt nel ruolo di Harrer. L’Himalaya per Hitler era la terra degli antichi Ariani. E fu coincidenza tra folle idea della razza pura e il leggendario Regno di Agarthi. Politica, guerra e esoterismo. Harrer cavalcò tutto ciò, se ne pentì, fece pubblica confessione: «Fu un’aberrazione della mia vita, ma ero estremamente ambizioso e colsi l’occasione».

Sull’Eiger Harrer e Kasparek incontrarono per caso il già famoso alpinista Heckmair e Vörg che l’anno prima aveva trovato la chiave per salire la Nord dopo cento ore in parete. Erano bravi e attrezzati, potevano contare sui nuovissimi ramponi a 12 punte, mentre Kasparek li aveva a dieci e Harrer aveva deciso di non prenderli «per risparmiare il peso», affidandosi a scarponi chiodati. Un errore che li rallentò. I quattro si ritrovarono insieme in parete: temporali, grandine, valanghe, imprevisti, cadute da cui i quattro escono feriti ma vincitori. Da brivido perfino l’arrivo in vetta con una bufera di nubi nevose che per poco non scaraventa nel baratro Heckmair e Vörg.



Il Ragno bianco

In quei quattro giorni di scalata che resero popolare l’alpinismo una slavina travolse Harrer e Kasparek in uno dei punti più celebrati e misteriosi della parete, il «Ragno bianco», nevaio perenne infilato in una depressione raggiunta da quella che è stata battezzata la «Traversata degli dei». In quell’imbuto i due austriaci si salvano attaccandosi a un chiodo piantato nel ghiaccio, ma le pietre trascinate dalla neve feriscono una mano di Kasparek. Gliela «scorticano», scrive Harrer. Il giorno dopo sarà Heckmair a cadere nel canale oltre il «Ragno» e un suo rampone trapasserà la mano di Vörg, che lo aveva abbracciato per salvarlo. 

Scrive Harrer: «Le valanghe del Ragno non sono riuscite a strapparci alla parete, ma hanno spazzato le ultime briciole di vanità personale e di egoistica ambizione». Dei quattro, proprio Harrer e Heckmair invecchieranno, mentre la guerra ucciderà Wiggerl Vörg e il crollo di una cornice di ghiaccio nelle Ande seppellirà nel 1954 Fritz Kasparek.

La Stampa – 22 luglio 2018