TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 17 luglio 2018

I populismi spiegati da Shakespeare


Genio universale e dunque senza tempo, Shakespeare presenta nelle sue opere personaggi assetati di potere e privi di scrupoli che per la loro capacità di ingannare le masse ci ricordano molto da vicino alcuni dei protagonisti della nostra vita politica.


Siegmund Ginzberg

I populismi spiegati da Shakespeare



Un esponente di primissimo piano dei “poteri forti”, inventa un suo partito. Lo fonda nel corso di una disputa in giardino su assurdi e incomprensibili cavilli legali. Coglie una rosa bianca e invita i convenuti che vogliano stare dalla sua parte a fare lo stesso. Un potente suo rivale gli risponde invitando i propri partigiani a cogliere invece una rosa rossa. Le rose fungono da tessere d’iscrizione. È la nascita dei partiti politici secondo Shakespeare.

Nell’Enrico VI, parte prima, i partiti litigano e si insultano senza costrutto. Il re è troppo debole per mediare. Il Lord protettore che cerca di porre freno al caos viene impallinato in Parlamento con false accuse di corruzione. Le cose vanno di male in peggio finché il duca di York, capo della Rosa bianca, mette in atto un’idea cinica quanto assolutamente geniale per scalzare i rivali e impadronirsi di tutto il potere: fomentare malcontento e risentimenti popolari contro le élite (di cui lui fa parte), contro la corruzione (che pratica al pari degli altri), contro ingiustizie e privilegi (lui è un ultra privilegiato), contro chi svende l’Inghilterra ai diktat stranieri (la Francia, non c’era ancora l’Europa). Non lo fa in prima persona ma da dietro le quinte, da gran burattinaio.

Ingaggia un prestanome, un demagogo coi fiocchi che sappia parlare alla pancia del popolo ( Enrico VI, parte seconda). Il lanaiolo Jack Cade, il prescelto, è uno che sa mantenere il segreto su chi lo muove e lo finanzia in modo occulto. Sa promettere mare e monti e pure la luna. Promette «riforme coraggiose»: che, quando governerà lui «in Inghilterra si venderanno per un soldo sette pagnotte da un soldo», che «il boccale da tre decilitri conterrà un litro intero, e sarà reato bere birre piccole». Che «non ci sarà più bisogno del denaro, tutti mangeranno e berranno sul suo conto». Promette che non ci saranno più tasse, né vagabondi, o immigrati a dare fastidio. Che ci penserà lui a fare le leggi: «Bruciate tutti i registri del Regno. D’ora in poi sarà la mia bocca il Parlamento d’Inghilterra».

Non lo turba per nulla dire qualcosa e contraddirsi l’istante dopo. Oratore formidabile, sa bene come eccitare la sua audience. Attenzione: non è fatta di diseredati, mendicanti e migranti; ma di artigiani, lavoratori, gente operosa, dissanguata dalle tasse: l’equivalente medievale del popolo delle partite Iva. Tra i suoi luogotenenti ci sono un macellaio, un tessitore, un taglialegna, e un tamburino. Sono arrabbiatissimi.


Ce l’hanno con i nobili che li stanno spellando vivi a suon di gabelle, con le guardie, ma soprattutto gli intellettuali spocchiosi e i giudici. «Per prima cosa ammazziamo gli avvocati», gli grida uno dalla folla. «È esattamente quel che intendo fare», coglie al balzo lui. «Grazie buon popolo», il modo in cui risponde agli applausi. Nella sua marcia sulla capitale (Londra, non Roma) fa impiccare il primo che confessa di sapere leggere e scrivere. Promette di far pulizia a fondo, di tagliare la testa ai politici che avrebbero svenduto l’Inghilterra ai francesi (oggi si direbbe all’Europa). A cominciare dal Tesoriere d’Inghilterra (il ministro delle Finanze) che «sa parlare francese, quindi è un traditore».

Quando esagera e porta il paese nel caos, i suoi committenti, che hanno già raggiunto i propri fini, lo abbandonano. Viene ammazzato quando in fuga, affamato, si introduce in un orto per rubare dell’insalata. Quel che non sappiamo è che parti prendessero gli spettatori, se compiangevano il ribelle o applaudivano l’assassino. Un altro protagonista dei drammi storici di Shakespeare è molto più cinico e crudele. Nel Riccardo III il duca di Gloucester è uno proprio “cattivo dentro”. Non si arresta di fronte al alcuna nefandezza. Fa ammazzare tutti i possibili concorrenti, compresi il re suo padre, suo fratello e gli innocenti nipotini rimasti orfani.

La trovata profetica del drammaturgo è però che al potere questo tipaccio ci arriva non con la forza, come sarebbe stato più che normale a quei tempi, ma attraverso una regolare elezione. Grazie a una campagna politica a suon di menzogne, di diffusione capillare di fake news, di calunnie che distruggono la reputazione degli avversari, di promesse e prebende, di ostentazione di pietà religiosa, di sistematica esagerazione di supposte minacce alla sicurezza nazionale. Riccardo è un mostro. Un mostro che riesce a farsi temere. Ma al tempo stesso a sedurre.

C’è un curioso episodio raccontato da un contemporaneo di Shakespeare. Il più famoso degli interpreti era Richard Burbage, che compariva in scena con una mostruosa finta gobba. Affascinava al punto che una signora lo invitò a presentarsi a casa sua quella notte facendosi annunciare come “Riccardo Terzo”. Shakespeare che aveva origliato l’invito, precedette Burbage. Si stava divertendo con la Signora quando vennero a dire che era arrivato il Signor Riccardo Terzo. Ditegli che lo ha preceduto Guglielmo il Conquistatore, suggerì Shakespeare.

Sono assaggi. Solo un paio della caterva di populisti e aspiranti tiranni che popolano il gustoso ed erudito The Tyrant. Shakespeare on Power, di Stephen Greenblatt. In italiano non è stato ancora tradotto. Per le citazioni abbiamo fatto ricorso, con pochi ritocchi, alla monumentale edizione bilingue de I drammi storici di Shakespeare ( Tutte le opere, volume III) appena pubblicato da Bompiani. Qualcuno ha rimproverato Greenblatt, che è uno dei più prestigiosi studiosi di Shakespeare al mondo, di eccesso di attualizzazione. Ma cosa possiamo farci se i populisti storici, o di pura invenzione, di Shakespeare ci evocano Trump, Putin, Erdogan e qualche imitatore nostrano? Censurarlo?

La Repubblica – 17 luglio 2018