TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 7 luglio 2018

Il tempo lungo (e il bilancio) del ’68


Una riflessione a più voci sulle ragioni della rivolta del '68 e sulla sua attualità.

Mario Ricciardi

Il tempo lungo (e il bilancio) del ’68



Nella copiosa letteratura che ha accompagnato il cinquantesimo anniversario del Maggio Francese il libro curato da David Bidussa si distingue per due caratteristiche. La prima è che si tratta di una raccolta di testi che, mettendo a disposizione del lettore brani di diversa natura e provenienza, gli consente di avere accesso diretto a pensieri e parole di alcuni protagonisti della protesta, e di diversi autori che, in vario modo, l’hanno ispirata e accompagnata.

La seconda è che la selezione di testi fatta da Bidussa assume sullo sfondo una doppia prospettiva interpretativa, che tiene conto sia del “tempo corto” sia del “tempo lungo” del Sessantotto.
L’effetto di questa doppia prospettiva temporale, che si muove tra partecipazione e riflessione, è molto interessante perché permette, grazie all’ordine cronologico dei brani, di ricostruire il filo di un clima di opinione che ha origine diversi anni prima rispetto all’insurrezione francese, e prosegue con una certa intensità almeno fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Se, come hanno osservato diversi storici, da Eric Hobsbawm a Paolo Pombeni, il Sessantotto può essere a buon titolo considerato una “rivoluzione degli intellettuali” (per riprendere l’espressione coniata da Lewis Namier per descrivere le rivoluzioni del 1848), la lettura di questi testi è effettivamente utile per mettere insieme i diversi motivi che si intrecciano nel discorso della rivolta.

Gli scritti di don Lorenzo Milani (sulla disobbedienza civile), di Ernesto Che Guevara (sul Vietnam), di Martin Luther King (sul valore e la forza dell’utopia, il notissimo discorso di «I Have a Dream») e di Nelson Mandela (sul significato e l’importanza delle libertà civili) fanno emergere in maniera limpida le ragioni della rivolta e le contraddizioni che finiranno per metterla in crisi. In maniera molto sommaria, possiamo individuare alcuni nuclei. La critica dell’autoritarismo della società borghese tradizionale, l’esigenza di fare i conti con le diseguaglianze sociali, rese più stridenti da una fase di sviluppo economico (c’è, in questo, un interessante parallelo con il 1848), il rapporto difficile con la democrazia parlamentare.

Da un lato, in Milani, in Mandela e in King, c’è forte l’istanza di una critica morale delle istituzioni politiche e legali, che si manifesta però in forme - la disobbedienza civile - che non mettono in discussione il fondamento della democrazia parlamentare, ma cercano di renderla più aperta al cambiamento. Lo scontro, in un certo senso, è sulla migliore interpretazione dei principi di giustizia su cui si regge una democrazia. Un tema che, non a caso, viene messo a fuoco, proprio in seguito alle proteste degli anni Sessanta, da due grandi filosofi della politica, Hannah Arendt e John Rawls.

Dall’altro lato, c’è la spinta rivoluzionaria, di vaga ispirazione marxista, che pone in modo molto chiaro il tema della violenza come strumento del cambiamento. Guevara è un combattente, e il suo è un richiamo alla battaglia. In un Paese come il nostro, che ha conosciuto, proprio dopo il Sessantotto, una lunga stagione di violenza motivata politicamente, la versione rivoluzionaria del discorso della rivolta acquista inevitabilmente un tono inquietante, che non si può sottovalutare.
Sarebbe sbagliato, tuttavia, vedere nella violenza politica un esito necessario della rivolta sessantottina.


Di grande interesse, sotto questo profilo, è il brano di Guido Viale sul ruolo dell’università. Per quanto molte delle proposte del movimento fossero ingenue e velleitarie, non c’è dubbio che gli orizzonti della ricerca, specie nelle scienze umane, furono arricchiti dalla pressione del movimento. L’attenzione per temi che erano estranei alla visione “olimpica” della cultura occidentale, la spinta critica che emerge con forza in settori come la psichiatria (di cui c’è testimonianza nel bel testo di Franco Basaglia), hanno lasciato il segno e, a distanza di anni, e con l’affievolirsi degli eccessi iniziali, si sono dimostrate fertili sul piano della ricerca e della pratica.

A cinquanta anni di distanza è difficile evitare la richiesta di un bilancio politico. Nell’antologia ciò avviene principalmente attraverso due brani, uno di Alex Langer e l’altro di Giorgio Gaber, che indicano due vie d’uscita dal Sessantotto. La prima, da sinistra, che apre la strada ai temi, che diventeranno importanti negli anni Ottanta, della sostenibilità ambientale. La seconda, da destra, di uno scetticismo individualista che si allontana dall’impegno.

L’impressione che se ne trae è che, come aveva intuito sin dall’inizio Eric Hobsbawm, il Sessantotto, nonostante l’uso di un linguaggio fortemente politico, non avesse scopi politici definiti. Che la rivolta, non trovando sbocco in una rivoluzione, si sia presto trasformata in una ricerca di «cambiamento senza un contenuto definito» (come scrive lo stesso Bidussa nell’introduzione). Distruggere senza costruire. La politica, verrebbe da dire, è altro. Richiede istituzione per sopravvivere al movimento.


Il Sole 24Ore – 1 luglio 2018

The Time is Now
a cura di David Bidussa
Chiarelettere, Milano,
13