TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 6 luglio 2018

Max Stirner ribelle senza causa




Ritorna “L'Unico e la sua proprietà” di Max Stirner. Generazioni di anarchici si sono formati sulle sue pagine.


Il ritorno di Stirner, ribelle prima di Nietzsche 

Può sembrare un paradosso che colui che ha esaltato l’Egoista, l’interesse personale senza limiti né leggi, abbia vissuto la sua vita come un miserabile. La nuova edizione del classico dell’anarchismo individualista, L’Unico e la sua proprietà, scritto da Max Stirner nel 1845, pubblicata da Bompiani con testo tedesco a fronte (ben tradotto da Sossio Giametta ma purtroppo minato da molti refusi), permette di ripercorrere la vicenda di un filosofo maledetto, fonte d’ispirazione per Black Bloc e insurrezionalisti di varia risma. 


Personaggio misterioso, di lui esiste solo un ritratto tratteggiato da Friedrich Engels dopo la sua morte. Lo raffigura come il tipico intellettuale con gli occhialini tondi e l’immancabile sigaretta da cui esce il fumo a forma di punto interrogativo. Ma Stirner non era un topo da biblioteca. Restio ad ogni regola e costrizione, dopo gli studi intraprende una breve carriera di insegnante in un istituto privato berlinese.

La sua attività didattica si interrompe bruscamente dopo la pubblicazione de L’Unico che causa subito scandalo nei circoli intellettuali dell’epoca, egemonizzati dagli hegeliani di destra e di sinistra. E non deve stupire visto che il primo capitolo s’intitola, significativamente «Io ho fondato la mia causa sul nulla». In questa voluminosa disanima della società ottocentesca, non priva di sarcasmo, butta a mare Dio, Stato, società e financo l’umanità, considerata da lui una vuota chimera. 
Scrive: «Io, egoista, non ho a cuore il bene di questa ‘società umana’, non le sacrifico niente, me ne servo soltanto».

Gli onesti e i moralisti gli fanno ribrezzo. Gli illuministi lo disgustano: «I nostri atei sono gente devota». La democrazia è un obbrobrio per l’egoista: «Che me ne importa a me di quello che vale per il popolo?». Dalle rovine del vecchio mondo borghese si erge «L’Unico», «la mia potenza», «Il godimento di me stesso», a fare da apripista al superuomo nietzchiano. 
Il libro viene considerato talmente radicale nelle sue tesi, così assurdo, che i rigidi censori prussiani non ritengono opportuno sequestralo. Ai dirigenti della sua scuola però non sfuggono le conseguenze dirompenti del suo discorso e viene licenziato in tronco.

Ridotto all’indigenza, Stirner tenta di aprire una latteria, ma il negozio fallisce ancor prima di aprire. Inseguito dai debitori, costretto a vivere in una stamberga, finisce due volte in prigione per insolvenza. Negli ultimi anni sbarca il lunario come rappresentante di commercio. Muore a 50 anni per la puntura di un insetto.

Questa la fine dell’Unico che rifiutò sempre di essere ingabbiato, addomesticato in schemi ideologici. È facile immaginarselo, questo filosofo solitario, che guarda con disprezzo i rivoluzionari che nei moti del ’48 pensano di poter migliorare la società, rendere il mondo migliore e più giusto.

La Stampa – 30 giugno 2018