TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 3 agosto 2018

Di gangsters e di anarchia. Leo Malet, Il cadavere ingombrante




Léo Malet, ovvero quando la letteratura poliziesca incontra l'anarchia.

Benedetto Vecchi

Leo Malet e la doppia vita criminale dell’ingegnere in cerca di profitti


1958, il ricordo della Seconda guerra mondiale è sempre più esile in Francia; il capitalismo concorrenziale non ha ancora ceduto il passo alle concentrazioni monopoliste e il panorama sociale non ha subito grosse trasformazioni. La divisione in classe della società è sempre la stessa. C’è la classe operaia, un ceto medio che sgomita per salire i gradini della piramide sociale; la borghesia si è confinata in quartieri esclusivi. Ci sono infine gli ultimi residui della aristocrazia, ma vivono prigionieri dei ricordi dei fasti del passato. Esili, a Parigi, sono però anche gli echi della disfatta francese in Indocina e della crescente insurrezione in Algeria. Nessun grande cambiamento anche per la criminalità: i marsigliesi e i corsi dominano la scena.

Nei gialli di quel decennio, Leo Malet registra l’immobilismo della Francia. Le sue preferenze vanno agli outsider sociali, agli anticonformisti, ma registra il fatto che i «rispettabili» amano la trasgressione; per questo conducono una doppia vita: la prima è all’insegna dei codici morali borghesi, l’altra invece predilige altre linee di condotta. Nei romanzi che scrive si concentra sempre su questa commistione notturna tra rispettabilità borghese e trasgressione metropolitana, scandita da amanti, mantenute, pornografia light e piccoli traffici tra rispettabili professionisti e criminali. E questo il filo rosso de Il cadavere ingombrante (pp. 207, euro 15), romanzo pubblicato da Fazi editore nel meritorio progetto di stampare tutta l’opera di Malet, sia quella già edita che quella ancora inedita in Italia.

Il romanzo segue fedelmente lo stile di Malet. C’è l’investigatore privato Nestor Burma, una polizia investigativa arcigna e ruvida verso chi, uomo o donna, può potenzialmente violare la legge, visto che ha come mission la difesa dell’ordine costituito. I giornali si comportano come mastini che una volta addentata una notizia non la mollano, inseguendo tuttavia il sogno di trasformare un articolo in una pagina di un romanzo di Balzac, Hugo, Maupassant o di un altro grande scrittore ottocentesco.



Il cadavere ingombrante non si riesce mai a capire quale sia fino all’ultimo, perchè di morti ce ne sono molti in questo romanzo. Forse è l’ingegnere che si è suicidato dopo aver ucciso la moglie. Oppure un altro ingegnere, occupato come il primo in una impresa automobilistica. Entrambi perseguono l’obiettivo di inventare che può rivoluzionare la produzione di automobili, rendendoli così ricchi e famosi. Ma poi ci sono luogotenenti di capi della malavita marsigliese morti in circostanze misteriose, mentre i loro boss erano in prigione. Donne che passano da posare per riviste semipornografiche e il talamo di chi le mantiene per finire infine gettate nella Senna dopo essere state seviziate.

Leo Malet è acido, disincantato. Quasi non ci sia via d’uscita da una società marcia dove i «cattivi» spesso non sono malviventi, ma persone rispettabili. Su questo scrittore è stato scritto molto, indicandolo come il grande vecchio del polar e del noir francese anche se offuscato dalla icona mediatica del Maigret di Simenon. Tutto vero, ma quel che emerge è la forza e potenza delle sue descrizione di quella Parigi ai confini della città. Ancora metropoli e già periferia. Città sfavillante e mondana e i suoi sobborghi scanditi dal lavoro artigiano in via di sparizione. Un cantore in un mondo in perenne transizione tra antico e moderno, dove prevale una attuale ipermodernità che parla anche del presente.

Il manifesto – 5 luglio 2018