TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 1 agosto 2018

La vecchiaia non si addice ai poeti. Gli ultimi anni di Ugo Foscolo, esule a Londra




Un romanzo ricostruisce gli ultimi anni di vita di Ugo Foscolo a Londra.Forse come gli eroi, i poeti dovrebbero morire “giovani e belli”.

Paolo Di Paolo

Inguaiato, irato, disilluso. Mr Foscolo, I suppose

Intanto, è uno che perde di continuo la calma. Diventa paonazzo, serra i denti. Preda di una “spaventosa spirale” di irrequietezza e malinconia, è costretto a placarsi attraverso bagni tiepidi. È considerato un pericoloso sovversivo, un sobillatore, una testa calda, ma il signor Niccolò Ugo Foscolo pare avere, per nemico principale, sé stesso.

Se avete idea che i poeti romantici studiati a scuola splendenti, eroici, pensosi facessero la bella vita, è ora di rivedere il quadro. Luigi Guarnieri, che da anni fa luce su zone in ombra della storia e di vite ingegnose e “scriteriate”, ne offre l’occasione con l’ultimo romanzo, Forsennatamente Mr Foscolo (La Nave di Teseo).

L’autore dei Sepolcri ci appare nell’estremo soggiorno londinese, tappa finale del lungo esilio dopo la caduta di Napoleone. Non ha un istante di pace: o è assalito dai dolori, o attraversa crisi depressive, o ancora, è oppresso da problemi finanziari e sentimentali. Si dispera, il titanico Ugo: «Se chi lo crede ricco e beato sapesse che spesso non riesce nemmeno a provvedere al proprio mantenimento giornaliero, e che vive terrorizzato al pensiero della vecchiaia e delle infermità…».

Lo invidiano, i malevoli: ma che cosa c’è da invidiare? Non che voglia smantellare le apparenze, ma la verità lo pressa: gli tocca lavorare sedici ore al giorno per editori e traduttori incapaci, vede stampati i suoi articoli con errori indecenti, modificati e sconciati a capriccio. Le file dei creditori, in tutto questo, non si assottigliano mai.

Il ritratto romanzesco è incredibilmente vivido, pietoso e spietato insieme; Guarnieri ricostruisce le giornate inglesi di Foscolo quasi in presa diretta – il tempo presente che sceglie per raccontare dà alle pagine un ritmo nervoso e sottilmente ironico. Dell’avverbio del titolo forsennatamente – Guarnieri mostra il rovescio, o lo sforzo che Foscolo fa per tenerlo in piedi, per vivere fino all’ultimo una vita all’altezza dell’immagine che ha costruito. Eccolo, rockstar della letteratura, il celebrato «autore di un patetico romanzo di successo su un amore infelice», agghindato a festa «nel suo soprabito azzurro coi bottoni dorati, il cappello di pelo di castoro, i guanti gialli di capretto, gli stivali alla Wellington». Come si sopravvive al mito di se stessi?

Svolgimento: fra problemi di minzione, lettere d’amore infuocate che non vanno a bersaglio, conversari a distanza con Silvio Pellico, memorie di elettriche ma ormai remote infatuazioni. La vita che si scrive, la vita che si vive: che fatica farle coincidere; e comunque, finché può, Ugo continua a provarci, insiste, resiste, anche quando ha gli sceriffi alle calcagna, come in un romanzo del quasi coevo Dickens. E perfino quando sta per andarsene via dal mondo, e i denti gli cadono a manciate.

Il passaggio dall’esistenza a ciò che sarà dopo è delicato: d’altra parte, osserva malizioso Guarnieri, i poeti non cominciano a vivere se non quando muoiono. Per questo, l’autore ci accompagna ancora per un tratto di strada – quello occupato dai primi posteri, gli apologeti, i detrattori, gli eredi di memoria corta, e quelli di memoria lunga. Guarnieri, come i grandi ritrattisti, firma in un angolo della tela: l’ultimo capitolo, quello in cui si mostra nei panni di pellegrino sui luoghi del poeta. “Celeste dote”, la chiamerebbe Foscolo stesso, di chi fra sepolcri, lapidi, “lastre di pietra soffocate dal muschio”, trova una ragione per raccontare qualcosa di vivo.

La Repubblica – 26 aprile 2018