TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 12 agosto 2018

Mozart, il Requiem dei misteri



Il Requiem, l'ultima opera (incompiuta) di Mozart non cessa di suscitare domande: quanto era realmente di Mozart e quanto invece fu aggiunto dopo la sua morte? E poi, la fine del grande musicista fu davvero così terribile come vuole la leggenda: nessun funerale e il corpo gettato in una fossa comune?

Vittorio Sabadin

Mozart, il Requiem dei misteri


Nessun capolavoro incompiuto è più affascinante del Requiem di Mozart. Crediamo ormai di saperne tutto, ma molte delle cose che crediamo di sapere sono frutto di leggende e di bugie belle e buone, la cui principale divulgatrice è stata la stessa vedova del compositore, Constanze. L’aura di mistero che avvolge il Requiem è stata alimentata anche dal successo del film Amadeus di Milos Forman, che tanto ha meritevolmente contribuito a fare conoscere Mozart nel mondo quanto ha confuso le idee sui suoi ultimi giorni.

Il messaggero misterioso, la sensazione di scrivere la messa funebre per se stesso, la convinzione che Mozart, ormai vinto dalla malattia, abbia lasciato cadere la penna all’ottava battuta del Lacrimosa, persino il funerale da quattro soldi senza che nessuno seguisse la bara: sono tutti espedienti buoni per una commedia, ma non corrispondono a verità. Inoltre, anche se molto lavoro è stato fatto, ancora non sappiamo con certezza quanta parte del Requiem sia di Mozart e quanto sia dovuto invece agli interventi degli allievi Eybler, Freystadtler e Sussmayr, ai quali la vedova chiese di completare il lavoro per venderlo come se il marito l’avesse terminato.

Il conte Franz von Walsegg trascorreva giorni oziosi nel suo castello a Stuppach, isolato dal mondo, dilettandosi con la musica che faceva comporre da altri ed eseguire come se ne fosse lui l’autore. Sua moglie Anna morì a vent’anni nel febbraio del 1791. Sei mesi dopo, nessun committente mascherato e lugubremente vestito di nero si presentò alla porta di Mozart per chiedergli di comporre un requiem. La richiesta arrivò, ma con una lettera sigillata spedita dallo studio dell’avvocato di Walsegg a Vienna, Johann Sortschan. Sussmayr confermò di avere visto la lettera e anche la vedova descrive in una corrispondenza il sigillo che la chiudeva. Il conte aveva fatto erigere alla moglie un monumento funebre spendendo 3000 fiorini. Ora, desiderando restare del tutto anonimo, ne offriva 225 a Mozart per un requiem che avrebbe fatto eseguire, ancora una volta come se fosse suo, in memoria dell’adorata Anna.



Mozart aveva molto altro da fare: il Flauto magico per il teatro di Emanuel Schikaneder, la Clemenza di Tito per l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo a Praga. Quando nella notte del 5 dicembre 1791 morì, i fogli della partitura del Requiem erano ancora pieni di spazi bianchi, sui quali si potevano tessere le trame di molte leggende. La lettera a Lorenzo Da Ponte, arguto librettista delle sue opere «italiane», nella quale Mozart afferma di essere ossessionato dall’immagine dello Sconosciuto, di percepire che era giunta la sua ultima ora e di voler a tutti i costi terminare il proprio «canto funebre» si è rivelata palesemente contraffatta.

La prima biografia del compositore, scritta da Franz Xaver Niemetschek sulla base della testimonianza della vedova, ci racconta che un giorno a Vienna, nei giardini del Prater, Mozart parlò a Constanze della morte che presagiva imminente, e le disse che stava componendo il Requiem per se stesso. Prima di spirare, si era fatto portare la partitura, per aggiungervi gli ultimi angosciati ritocchi. Sappiamo per certo invece che la musica che Mozart chiese di sentire prima di morire fu un’aria di Papageno dal Flauto magico, una composizione che deve averlo ossessionato, per la complessità dei suoi significati, molto più del Requiem.

Completata in gran parte da Sussmayr, la Messa funebre fu consegnata mesi dopo all’anonimo committente. Walsegg la fece eseguire il 14 dicembre 1793, su una copia scritta a mano da lui stesso e firmata C(ompte) de Walsegg. Ma non è vero, come molti credono, che quella fu la prima volta che si udirono le note del Requiem. La prima esecuzione completa era avvenuta mesi prima alla Jahn-Saal di Vienna per iniziativa del barone von Sweiten, a beneficio di Constanze e dei due figli. Cinque giorni dopo la morte di Mozart l’amico Schikaneder, per conto della corte viennese, aveva organizzato una messa nella quale era stato sicuramente eseguito l’Introito del Requiem, già completato, il Kyrie e probabilmente anche le porzioni a quattro parti della Sequenza e dell’Offertorio.


Il funerale non fu dimesso e modesto. Lo pagò il barone von Sweiten e fu conforme alle rigide disposizioni dell’imperatore Giuseppe II, ancora in vigore per le esequie funebri. Si trattò di una cerimonia intima, consona alle leggi e adeguata alla posizione che Mozart aveva nella società. Il tributo di Vienna ci fu e gli amici lo commemorarono con il suo Requiem.

La partitura che Constanze consegnò al committente aveva parti meravigliose, intense e toccanti. Altre erano piene di imperfezioni, rattoppi e magagne, come nel Sanctus, nel Benedictus e nell’Agnus Dei che erano interamente opera di Sussmayr. Completato l’Introito, Mozart com’era sua abitudine aveva scritto le parti delle voci e del basso dei brani seguenti, annotando particolari temi dell’accompagnamento orchestrale solo quando era necessario. L’orchestrazione è opera di Sussmayr, non sappiamo fino a che punto su indicazioni verbali del suo Maestro. Mozart si era poi fermato all’ottava battuta del Lacrimosa non perché le forze gli erano venute meno, ma perché quello era un punto importante sul quale voleva ancora riflettere: appunti ritrovati dimostrano che voleva chiudere il brano con una fuga sulla parola «amen», che Sussmayr ha rozzamente liquidato con una cadenza di due battute, peraltro plagiata.

Chi conosce e ama l’ultimo lavoro di Mozart dovrebbe leggere, se non l’ha già fatto, l’illuminante libro Il Requiem di Mozart di Christoph Wolff (Astrolabio, 2006), nelle cui pagine è stata ricostruita la partitura incompiuta che fu consegnata agli allievi perché la completassero. Scorrerla mette a tacere tante interpretazioni malevole, come quella del musicologo Jacob Weber che parlò in un libro di «gorgheggiamenti» non degni di Mozart nel Kyrie: «Oh tu arcisomaro», «Oh tu doppio somaro», aveva appuntato Beethoven di fianco a questa osservazione. In fondo, per capire che cosa nel Requiem è di Mozart e che cosa non lo è, c’è un sistema infallibile: basta ascoltarlo.

La Stampa – 10 agosto 2018