TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 9 agosto 2018

Primi amori e dolori del giovane Goethe



Einaudi ripropone «Dalla mia vita», l’autobiografia dello scrittore.

Giorgio Montefoschi

Primi amori e dolori del giovane Goethe.


Prima del trasferimento da Francoforte sul Meno (la città nella quale era nato, alle 12 in punto del 28 agosto 1749) in Alsazia, dove, per volontà del padre, dottore in legge e consigliere imperiale, avrebbe dovuto proseguire nei suoi studi di giurisprudenza, Goethe si era già innamorato un paio di volte. Francoforte, con i suoi vecchi edifici in legno, le strade strette, i pochi monumenti che rimandavano all’antico, era una città severa. Severa, per non dire cupa, era anche la vita che si svolgeva nella famiglia del dottore in legge e consigliere imperiale, Johann Kaspar, padre di Johann Wolfgang.

Il dovere, lo studio, l’attenzione ai rapporti sociali, l’austera etica protestante, il principio che ogni cosa cominciata (la lettura di un libro dopo cena, per esempio) dovesse essere conclusa, erano — come leggiamo in Dalla mia vita. Poesia e verità (a cura di Enrico Ganni, introduzione di Klaus-Detlef Müller e traduzione di Enrico Ganni, Einaudi): la lunga autobiografia in cui viene narrata la giovinezza del poeta — regole assolutamente invalicabili.


Regole alle quali Wolfgang aggiungeva, da parte sua, uno smisurato amore per l’apprendimento, la profonda attrazione per il «passato», la propensione a indagare l’Altrove (motivo per il quale aveva iniziato, precocissimo, a studiare l’ebraico, in modo da poter leggere l’Antico Testamento nella versione originale, e non in quella di Lutero, e poi il Nuovo), la straordinaria capacità mnemonica che gli consentiva di mandare a memoria interi brani dei classici oppure di mettere sulla pagina, al ritorno dalla funzione religiosa, tutta intera l’omelia pronunciata dal pastore Johann Jacob Plitt, infine una capacità metamorfica di scrittura che gli consentiva di approcciare, in prosa e in versi, qualsiasi argomento.

Ma Francoforte — la città che presto avrebbe accolto dignitari delle varie ragioni per la solenne incoronazione di Giuseppe II a Imperatore del Sacro Romano Impero — non era solo etica e studio, dovere e chiesa. C’erano le locande bellissime, appena fuori porta, con il giardinetto davanti e i tigli, le ragazze bellissime e pudiche con le trecce bionde tenute da uno spillo, le gioiose feste della vendemmia, le gite in barcone sul fiume. E Goethe, che nel cuore sentiva riflettersi tutte le meraviglie della natura e, insieme, provava già il misterioso, impellente desiderio di esprimerle, non aveva alcuna remora a lasciarsi trascinare dalla bellezza, dall’allegria, dal divertimento e dal gioco.

Di queste sue doti lievi, un giorno, pensò di profittare una compagnia di giovani «scapestrati» che amavano fare burle. L’ultima che avevano immaginato era una burla d’amore: scrivere una finta lettera di un innamorato a una innamorata e godersi, da screanzati, le rispettive reazioni. Chi altro poteva comporre la lettera iniziale, se non il «genietto» della scrittura, Johann Wolfgang Goethe? Lui si prestò di buon grado e, così, entrò a far parte del gruppo. Finché, in una di queste riunioni conviviali con schiamazzi e risate, essendo finito il vino e avendo i commensali richiesto che venisse la cameriera a rifonderlo, apparve «una fanciulla di indicibile e, vista nel suo ambiente, straordinaria bellezza». Si chiamava Gretchen. La cameriera era malata; il vino sarebbe andato a prenderlo lei, parente povera dei proprietari della locanda.

«Le prime esperienze d’amore di un giovane incorrotto — scrive Goethe — virano sempre verso lo spirituale. Sembra quasi che la natura voglia che un sesso percepisca nell’altro l’immagine tangibile e della bellezza». Non ci furono carezze né tantomeno baci, infatti, soltanto una timida mano appoggiata sulla spalla e due volti teneramente vicini, in questo amore breve, interrotto da uno dei tanti «allontanamenti» della vita di Goethe, voluti dal destino o dal caso o da un viaggio o da una sotterranea volontà di fuga, che tanto ci rimandano al Wilhelm Meister. Ma l’attrazione dei corpi era profonda: la medesima che, più ancora che nel Werther, avvertiamo, perché sempre pronta a rendersi palese, anche nei capitoli più cerebrali di quel romanzo seducente e poderoso.

    Francoforte. Casa di Goethe

Poi Gretchen sparisce. Goethe va a Lipsia a proseguire gli studi di diritto e lì riversa la sua passione amorosa per Annette Schönkopf: una giovane «attraente, vivace, affettuosa e tanto gradevole da meritare senza dubbio di essere collocata alla stregua di una piccola santa». Non è, propriamente, il ritratto del grande amore. Ma, per lei, Goethe scrive i suoi primi Lieder. Dopo molte riflessioni e esami di coscienza, Wolfgang ha capito una cosa fondamentale, riguardo alla poesia. E cioè che la vera base del sentimento poetico sta in una ricerca profonda della verità racchiusa nel seno del poeta ma l’occasione per rappresentarlo, questo sentimento, è offerta dall’oggetto, dall’esterno, dall’incontro. Annnette, che per altro lui tortura con scenate di gelosia, fa così il casuale ingresso nella carriera poetica del giovane studente di legge che, quando pensava a sé stesso nel futuro, si vedeva non chino sui codici, bensì cinto di una corona d’alloro. Quindi, anche Annette si dilegua e, nel 1770, appena ventenne, Goethe arriva in Alsazia, a Strasburgo.

Strasburgo, con la sua imponente e luminosa cattedrale, le belle strade, le incantevoli sponde del Reno, è una città nella quale, a differenza di Francoforte, si respira una prepotente voglia di vivere e di divertirsi. I suoi abitanti si godono il fiume e le sue locande, organizzano feste campestri e ballano, soprattutto il valzer, sia nei giorni feriali che in quelli festivi, quasi ovunque: nelle locande, nei palazzi di città, nelle dimore di campagna. Goethe, che da ragazzo, per interessamento stesso del padre, ha avuto qualche lezione di ballo, sente che le sue membra hanno come un risveglio, un nuovo desiderio «fisico» di vita. L’inquietudine che nasce dall’abissale inadeguatezza che avverte fra sé e il mondo, fra sé e l’Essere supremo, a volte presente in ogni respiro della natura, a volte inarrivabile o nascosto, continua a opprimergli il petto ma questa idea del ballo lo attrae, gli piace molto. E quando un amico gli consiglia un maestro di ballo, il migliore di Strasburgo, immediatamente ci si reca e comincia le lezioni.

Succede, però, un fatto molto spiacevole, a un certo punto. Il maestro, infatti, ha due figlie, entrambe belle: una aperta e gioviale, l’altra, la minore, introversa e chiusa. A farla breve: fra una lezione di minuetto e una di contraddanza, scoppia, nel cuore delle due sorelle, una passione intrattenibile. Insomma, Wolfgang è conteso. Finché un giorno, Lucinde, l’introversa, si scaglia contro la sorella con una violenza inaudita: l’accusa di averle rubato sempre i suoi amori, e adesso anche quest’ultimo. Dopodiché si getta come un’invasata su Wolfgang, lo bacia appassionatamente sulla bocca e, quasi fosse una strega, lo congeda con una maledizione: «Sventura, eterna sventura su colei che prima o dopo bacerà queste labbra! E voi, signore, andatevene, andatevene in fretta!».

    Strasburgo

Terrorizzato, il poeta scappa. Non ha in mente solo balli e feste. Ha appena letto un romanzo inglese moderno, Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith, pubblicato nel 1766, nel quale si racconta come l’idillica esistenza che si svolge nella casa di un curato venga sconvolta da una serie di sciagure, per risolversi, «idilliacamente», a buon fine, per la gioia e la felicità di tutti. Quando un amico, al quale ha confidato il trasporto che ha provato per questo romanzo e il mondo che rappresenta, lo informa che, a mezz’ora di cavallo dalla città, c’è un anziano curato con moglie, figli e figlie, la cui vita quieta assomiglia tanto a quella di Wakefield, Wolfgang monta a cavallo e presto riesce a entrare nel cuore di una delle figlie: Friedricke, che nello stesso istante in cui è apparsa sulla porta, in quel «cielo rurale», gli è sembrata una stella.

Friedricke è snella, bionda, ha il nasino all’insù, due bellissimi occhi azzurri e si muove agilmente come se non avesse peso. Tra i due si sviluppa un accordo appagante, una passione intensa che sembra non debba abbandonarli mai. Le passeggiate nei campi e lungo il fiume, il bosco nel quale a volte gli alberi conchiudono lo spazio circolare della perfezione, i tramonti, le notti di luna: la natura, i boschi, i campi, i cuori sono colmi d’amore. Ma c’è la maledizione della strega. E quando i ragazzi, ai quali i due si uniscono, organizzano i giuochi con le penitenze, la penitenza che a quell’età è quella più somministrata, Wolfgang è costretto a evitarla, ricorrendo alle più banali scuse.

Poi, un giorno — il bacio c’è stato: commovente — Wolfgang, come è successo finora, e succederà in seguito, sarà costretto a partire. Quel cavallo che lo ha condotto alla casa felice del curato lo condurrà lontano: a Wetzlar. Dove riceverà una lettera d’addio che gli lacererà il cuore e conoscerà Johann Christian Kestner e la sua fidanzata Charlotte Bluff ai quali si ispirerà per il racconto di un altro amore tanto grande quanto impossibile, tragico: I dolori del giovane Werther, con il quale diventerà famosissimo.


Il Corriere della sera – 8 agosto 2018