TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 8 agosto 2018

Socrate tradito da Platone




Il tragico destino di Socrate, condannato a morte per le sue idee avverse alla maggioranza, dimostra che gli uomini rifiutano gli argomenti razionali. Platone, impressionato dalla sorte del maestro teorizzò l’uso delle emozioni e dei miti in campo politico.Insomma per ottenere il consenso delle masse, l'appello alla ragione non solo non serve, ma è pure controproducente. In questo, secondo l'articolo che proponiamo, consisterebbe il tradimento di Platone. La tesi di un Platone machiavellico ci sconcerta un po', ma l'articolo merita comunque di essere letto.

Mauro Bonazzi

Socrate tradito da Platone


Socrate: il filosofo, l’unico e irripetibile esempio di quello che è e deve essere un filosofo. Fu anche l’uomo più giusto; addirittura l’unico vero uomo politico che Atene abbia mai avuto. Così scrive Platone, sempre pronto a esaltare la memoria del maestro. Quasi a mo’ di contrappunto, però, i suoi dialoghi sono attraversati anche da un altro motivo, più discreto ma assillante, e probabilmente più interessante, almeno di questi tempi.

Socrate è stato un maestro del pensiero; e non meno importante è stato il suo impegno politico nella vita di Atene. Fu il migliore. Ma il risultato fu un fallimento clamoroso, culminato nella condanna a morte. Solo colpa del popolo? O non è forse arrivato il momento di riconoscere che anche lui ha avuto la sua parte di responsabilità? È la domanda che non smise di tormentare Platone. Socrate aveva ragione: su questo non si discute. La sua verità, però, è rimasta sterile: e anche questo è un fatto. Quale è il valore di una parola che nessuno ascolta? E soprattutto, perché la sua parola è rimasta muta? Domande inquietanti, e non meno inquietante è la risposta che alla fine si diede Platone, dopo molti tormenti. Non poteva che essere così, i problemi erano troppo importanti.

Che cosa sia la filosofia per Socrate, e a che cosa serva, è raccontato ora da Pietro Del Soldà nel libro Non solo di cose d’amore (Marsilio): è un invito a usare la propria intelligenza per costruire una vita buona, per sé e per gli altri — una vita felice cioè, che valga la pena di essere vissuta insieme, in una città giusta. Non è facile, certo, ma la sfida è appassionante, e il premio vale l’impegno. La filosofia è un esercizio razionale, un dialogo in cui ognuno deve rendere conto delle opinioni su cui fonda la propria vita. È un confronto serrato, ma con regole chiare, a partire dalla convinzione che siamo esseri razionali capaci di affrontare razionalmente i problemi della nostra vita. Davvero?

Tutti sono convinti di fondare le proprie scelte su motivazioni razionali. Che non sia così, però, non c’è quasi bisogno di ricordarlo, come ben sanno i pubblicitari. Un dialogo socratico può funzionare tra due persone, prendendosi il tempo e la pazienza necessari. Ma è un modello destinato a soccombere quando la discussione si allarga al gruppo e altri fattori — le abitudini, i pregiudizi, e soprattutto le passioni — intervengono ad agitare le acque.

Così successe il giorno del processo. Ancora una volta, per l’ultima volta, Socrate scelse di rimanere coerente con sé stesso, rispondendo ordinatamente alle accuse. Decise di mantenere il discorso su un piano esclusivamente razionale, rinunciando alle pratiche consuete dei tribunali — la ricerca di un’intesa con i giurati o l’appello alle emozioni. Tenne un discorso grandioso, che lo ha proiettato nei secoli: Socrate, l’eroe pronto a sfidare la morte nella sua battaglia per la giustizia e la verità. Così facendo, però, perse l’occasione — l’ultima occasione — di parlare con i suoi concittadini, e magari di aiutarli. E quindi?



Quel giorno, al processo, era presente anche Platone. Si racconta che salì sulla pedana degli oratori e cercò di prendere la parola nel tentativo disperato di difendere il maestro — un maestro che da solo non sapeva difendersi. Sommerso dai fischi, fu subito fatto scendere. Difficile che l’aneddoto sia vero. Ma è vero che quell’evento lo segnò profondamente, mettendolo di fronte alla potenza delle passioni irrazionali. La sua filosofia politica nasce qui, nel clima infuocato dei tribunali e delle assemblee, come ha spiegato magistralmente Mario Vegetti in tanti lavori. Il suo ultimo libro s’intitola Il potere della verità (Carocci): quale è il potere della verità, quando la verità è muta? In politica non basta stare dalla parte giusta; bisogna anche risultare efficaci se si vuole davvero essere utili. E allora, se la filosofia vuole farsi politica, se vuole conseguire dei risultati concreti, deve avere il coraggio di immergersi anche nel mondo delle passioni, un mondo ben diverso dai cieli puri del discorso razionale. Nella caverna platonica le cose vanno diversamente. Gli uomini sono più contorti di quello che pensava Socrate.

Platone e l’irrazionale: mentre in Europa infuriava la barbarie nazista, esule nella lontanissima Nuova Zelanda, Karl Popper scagliò parole di fuoco contro Platone, reo di aver tradito il suo maestro. Al netto di alcune forzature, c’è del vero in queste accuse. Quando teorizzava l’opportunità della menzogna o insisteva sulla necessità, per una comunità politica, di ritrovarsi intorno ad alcuni miti fondatori, Platone si allontanava consapevolmente dal sentiero tutto razionale che aveva percorso Socrate. Lo sapeva lui per primo, come testimoniano le continue giustificazioni che lascia cadere nei suoi scritti. «Non vorrei che il discorso rimanesse solo uno pio desiderio»; è amaro combattere da soli «in nome della giustizia», morendo «prima di aver giovato a sé e agli amici, risultando inutile a sé e agli altri».

Platone non teorizzava la necessità dell’inganno, si poneva il problema di come realizzare concretamente quelle idee che Socrate non era stato capace di spiegare alla città. La storia del suo maestro insegnava che i ragionamenti ben condotti non bastano a difendere la giustizia. Come affrontare, educare, la nostra parte irrazionale? Platone sapeva meglio di tanti altri che si corrono rischi gravi quando la verità inizia a essere nascosta, anche se il fine è la giustizia. Ma quali erano, e sono, le alternative? Che valore ha un’idea che rimane solo sulla carta, che non è capace di incidere sulla realtà?

O il fallimento di Socrate o il tradimento di Platone, insomma. Da una parte c’è la rivendicazione del valore della testimonianza; il coraggio di tenere accesa la fiammella mentre il buio sembra avvolgere tutto; e la convinzione che i tempi oscuri non sono destinati a durare per sempre, la fiducia nella capacità degli uomini di parlarsi e ascoltare. Dall’altra la presa d’atto che una testimonianza, da sola, per quanto nobile, non può cambiare la realtà delle cose, perché troppo grande è il disordine nel mondo degli uomini; e la decisione di immergersi in questo disordine per cercare di controllarlo, anche a costo di sbagliare.

«Chi cavalca la tigre non può smontare», recita un proverbio cinese: meglio rinunciare fin da subito, rimanendo coerenti con i propri princìpi, o rischiare? Difficile dire quale delle due posizioni sia la migliore — o la meno peggio. Ma altre non ce ne sono, e ognuno di noi si trova davanti a quello stesso bivio che Platone fu il primo a vedere. Oggi non meno di ieri

il Corriere della sera/La Lettura – 10 giugno 2018