TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 12 gennaio 2019

Ma le donne capiscono di politica? Madame de Staël e la rivoluzione francese



Madame de Staël è ricordata soprattutto per la bellezza, la vita anticonformista e le opere letterarie. In realtà fu anche una acuta osservatrice della politica del suo tempo a partire dalla rivoluzione francese di cui esplorò con grande lucidità le cause della degenerazione nel Terrore. Anche nel suo caso di donna comunque di successo il pregiudizio maschilista, che negava alle donne ogni interesse o competenza per la politica, fu implacabile.

Alberto Mingardi

Madame de Staël, il legno storto della Révolution

Se la politica è l’arte del possibile, una faccenda empirica, quando si ragiona di istituzioni bisognerebbe anzitutto guardarsi attorno. L’esperienza altrui potrebbe essere maestra. Eppure molto spesso si preferisce la creatività a tutti i costi anziché adottare un modello sviluppato altrove: nel nostro Paese, è il caso dei frequenti cambi di legge elettorale.

In Francia, nel 1789, l’assemblea costituente sceglie di non seguire l’esempio della costituzione inglese, che pure aveva «conciliato le istituzioni di una repubblica con l’esistenza di una democrazia» e che dai tempi di Montesquieu era un punto di riferimento per i liberali francesi. «Una mania di vanità quasi letteraria ispirava ai francesi il bisogno di innovare in questo senso. Temevano, quasi come fa uno scrittore, di assumere i caratteri e le situazioni di un’opera già esistente. Ora nel campo dell’immaginazione si ha ragione di cercare l’originalità, ma nel campo delle istituzioni reali è una vera fortuna che l’esperienza le abbia garantite».

Bisogna esser grati ad Aragno per aver ripubblicato le Considerazioni sui principali avvenimenti della Rivoluzione francese di Madame de Staël (1766-1817), nella traduzione di Eva Omodeo e con densa prefazione di Francesco Perfetti (pp. XXXVI-606, € 35). «Ci sono tre grandi potenze in Europa», come osservò Madame de Chastenay: «l’Inghilterra, la Russia e Madame de Staël»: la biografia della figlia di Jacques Necker è un turbine di avventure, complotti, amori. Per i (molti) nemici, confondeva la libertà col suo diritto ad abitare in rue de Bac. Regina di uno dei più importanti salotti, frequentò i grandi dell’epoca e tenne vivo lo spirito dei Lumi. Seppe realizzare un capolavoro politico convincendo Bernadotte a aderire alla sesta alleanza contro Napoleone. L’imperatore, al quale pure aveva inizialmente guardato con speranza, la osteggiava e la voleva il più lontano possibile, e non soltanto perché la Madame de Staël cercava di farsi restituire l’enorme prestito accordato dal padre al Tesoro francese.


Una vita da romanzo. Proprio per questo, succede che la donna metta in ombra il pensatore. Al punto che la raccolta di Opere pubblicata quest’anno dalla Pléiade non comprende gli scritti politici. Chiunque legga le Considerazioni si accorgerà subito che si tratta di un’ingiustizia. De Staël, moglie dell’ambasciatore svedese a Parigi, poteva assistere ai dibattiti dell’assemblea. Le Considerazioni non sono però soltanto una cronaca, e neppure una difesa appassionata dell’operato di Jacques Necker (tema che pure è centrale nelle preoccupazioni dell’autrice). Sono soprattutto un’acuta ricerca di «quel che è andato storto». Come ricorda Perfetti, il libro è un apripista di quella storiografia liberale che aveva il problema di «dissociare 1789 e 1793»: di scindere una rivoluzione «buona» dall’esito del Terrore.

Le cause della rivoluzione sono esplorate con rigore dall’autrice, che mette egual passione nell’identificare le contingenze e i fattori di lungo periodo. Terribili furono le conseguenze dell’egemonia di Parigi sul resto della Francia, dell’accentramento della Corte, della «creazione» di nobili da parte del sovrano. «Nessuna potenza umana può fare un vero nobile, sarebbe come disporre del passato (…) ma in Francia nulla era così facile come divenire un privilegiato». Ciò significava «entrare in una casta a parte e acquistare, per dir così, il diritto di nuocere al resto della nazione, aumentando il numero di quelli che non sopportavano i pesi dello Stato e che si attribuivano diritti particolari in proprio favore». Quando l’opinione pubblica, morsa dalla fame e allertata dai Lumi, decreta intollerabili i vecchi privilegi, l’edificio inizia a crepare. Ma come si passa dalla denuncia del privilegio alla ghigliottina?

Le Considerazioni descrivono come tutta una serie di avvenimenti, nessuno dei quali «inevitabile», finiscano col mettere in moto quel meccanismo. La fazione «costituzionale» è debole, la figura che avrebbe potuto assumerne la leadership, Mirabeau, è molto chiacchierata e lascia presto questa terra, nel 1791, i giacobini si rafforzano a ogni passo, un po’ per incapacità altrui e un po’ perché «un popolo in insurrezione di solito è inaccessibile ai ragionamenti, e non è possibile agire su di esso se non per sensazioni rapide come scariche elettriche».

Gli scontri politici sono sovrastati da una fondamentale questione istituzionale: cioè, come ha spiegato Biancamaria Fontana nel suo Germaine de Staël: A Political Portrait (2016), l’incapacità di fare i conti con il potere esecutivo. Nella convinzione che l’esecutivo fosse necessariamente «un nemico della libertà», e pensando fosse impossibile «farne una delle sue salvaguardie», l’assemblea ha «combinato una costituzione come avrebbe combinato un piano di attacco». Le Considerazioni sono un grande libro della storia del pensiero politico. Anche chi per la storia ha poco interesse può trovarci intuizioni profonde, che hanno qualcosa da dire sulla natura della democrazia, pure nell’Italia del 2018.

La Stampa – 11 aprile 2018