TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 10 febbraio 2019

Hannah Arendt



La Germania nazista, l’abisso dell’amore per Heidegger, Scholem e il difficile rapporto con la tradizione ebraica, la vocazione metafisica, lo studio del totalitarismo. Ritratto della donna che voleva "romantizzare il mondo".

Pietro Citati

Hannah Arendt e la banalità del (nor)male


Hannah Arendt (1906-1975) era, secondo Hans Jonas, «una passeggera sulla nave del XX secolo». Era una bellissima donna, una bellissima ebrea, qualcosa di unico e di indefinibile: aveva una straordinaria intelligenza e una volontà tenacissima, che si alternava a una grande vulnerabilità. Sentiva la determinazione ad essere se stessa, e la perseguiva con forza uguale alla volontà. Possedeva un’intensità, una direttiva interiore, una ricerca della qualità inquieta dell’essere, un modo di andare al fondo delle cose, che diffondevano un’aura magica intorno a lei. Studiò Agostino, sotto la direzione di Karl Jaspers, di cui sarebbe rimasta amica; e si innamorò di Heidegger, del quale subì il terribile fascino: una religione amorosa e passiva, a volte angosciosa e disperata. Leggeva con estrema raffinatezza Kant, mentre aveva dimenticato la tradizione cabalistica ebraica del XVI secolo, cara a Scholem. Se il rapporto con Kant la lasciò pacifica, quello con Heidegger, che amò, la sconvolse per tutta la vita, senza riuscire a trovare una quiete intellettuale.

Sullo sfondo della sua giovinezza accadevano cose terribili: i tedeschi distrussero il ghetto di Varsavia. Intorno a lei c’erano angosce e suicidi. Hannah Arendt lasciò la Germania, abbandonando Heidegger, che aveva amato più di tutti. Andò a Parigi e poi negli Stati Uniti. Presto imparò a scrivere benissimo: alternando frivolezza e austerità, procurandosi un’intensità letteraria. Ma non le bastava scrivere stupendamente: volle agire, partendo per gli Stati Uniti, dove diresse il bollettino di studi ebraici della comunità ebraica tedesco-americana, sebbene sostenesse con pervicacia di non comprendere la storia, come del resto tutti gli ebrei. Fu amica di Gershom Scholem, il grande studioso di origine tedesca con cui discorreva a lungo: egli la accusò duramente, di non capire il popolo ebraico, poiché ne ignorava l’immenso passato.

Negli Stati Uniti, curò un’opera fondamentale della sua vita -  I Diari di Kafka -che forse non intese perfettamente, perché mancava della forza metafisica necessaria. La passione politica non la abbandonò mai, e talora abolì, in lei, la sua stessa tensione metafisica. Rinunciò a parte della sua cultura tedesca; e presto, anche per via di amicizie, si adattò alla cultura democratica americana. Diventò amica di Mary McCarthy - autrice di un libro famosissimo, Il gruppo — anche se possedeva più sottigliezza, inquietudine, passione, tenebra, in confronto a lei. Era costante, ironica: piena di angosce e di dubbi.



Nel fondale della sua cultura stavano Poe e l’antica tradizione ebraica del Cinque-seicento e del Settecento. Era piena di volontà e di ardore; anche dalle discussioni con Scholem dovette acuminarsi la sua idea di principio: quella del male radicale o del male assoluto, su cui la Arendt costruì la sua profonda natura. Quasi tutto, in lei, discendeva da Sant’Agostino: slancio, espansione, forza, sottigliezza, squisitezza, sopratutto armonia.

Le origini del totalitarismo sono un vero e proprio capolavoro. Il celebre La banalità del male - la stupenda polemica con cui distrusse un nazista, Eichmann, un servo di Hitler, nel processo a Gerusalemme - non raggiunge quella straordinaria altezza.

Quando era andata prima a Parigi e poi negli Stati Uniti, aveva scoperto se stessa con un’ironia acutissima. Quale espressione! Quale slancio! Amava gli antichi romantici e le romantiche tedesche. Adorava Novalis. Amica di Jaspers, la sua mente era ossessionata dall’idea di Dio: forse un Dio ebraico, forse un Dio cristiano nascosto in lei. Il mondo a cui si opponeva era quello della Putrefazione.

Detestava il nazismo e il filosofo geniale e perverso che aveva amato come pochi - Heidegger. Temeva il turbinio della morte e dietro questo turbine c’erano i campi di concentramento e le camere a gas di Auschwitz. Pur non abbandonandolo, l’interesse politico era, per lei, specialmente giunta negli Stati Uniti, molto meno importante rispetto all’interesse morale.

Ormai l’antica teologia o filosofia classica-ebraica del Sedicesimo secolo l’aveva influenzata intimamente, insieme all’antica teologia della sua terra. Andava sempre più indietro: sempre più lontano; e probabilmente la sua vera forza consisteva nei secoli dell’ebraismo classico. Nel momento in cui rinunciò a qualcosa della sua cultura tedesca, cancellò almeno in parte anche il suo ebraismo, e negli ultimi anni si sentì una specie di libera "europea". Ma non dimenticò di avvertire la presenza, nel mondo, del male assoluto. Diventò quasi una italiana.



Aveva esaurito il romanticismo tedesco, che portava nel sangue. La sua prosa diventò festosa e lieta. Alla fine, sembrò liberarsi di tutto, come se avesse dimenticato sia il suo liberalismo, sia il suo conservatorismo. Diventò incredibilmente libera e leggera: sempre più dolce, sempre più quieta, sempre più mite. Ma non riusciva a cancellare il terrore della storia.

Parlò molto spesso della politica di Stalin, che era morto nel 1953, quando il comunismo non sembrava completamente esaurito - il comunismo che si trasformava in Berja, Malenkov, Krusciov, Breznev e gli altri, fino, forse, al recentissimo Putin, nel quale il male radicale continua probabilmente ad essere vivo. Discorreva a lungo di esperimenti politici, ma, in realtà, la sua vera passione era morale, sentita con un profondissimo ardore. Non dimenticò mai la storia del Diciottesimo e del Diciannovesimo secolo — e più remotamente la mistica medievale come la studiò mirabilmente Moshe Idel. Aveva un’ideale: «Il vero popolo divino dei tempi moderni». Come diceva Novalis: «Bisogna romantizzare il mondo»; e lei non rinunciò mai a questo proposito. Andava sempre più indietro, sempre più lontano, appunto, fino all’Antico Testamento, ai secoli prima di Cristo e alle ispirazioni ereticali.

La Repubblica – 5 febbraio 2019