giovedì 26 aprile 2012

mercoledì 25 aprile 2012

Guido Seborga, Nuova Resistenza











Umberto Mastroianni, Cuneo Monumento alla Resistenza

Per noi il 25 Aprile è la festa della Libertà. Cosa allora può esserci più libero dei versi di un poeta che quei giorni visse da combattente per poi trasformarli in un'etica di vita che sostanziò la sua opera letteraria e il suo impegno civile. Ringraziamo Laura Hess Seborga per averci permesso la pubblicazione di questo inedito del 1962.

Guido Seborga

Nuova Resistenza


Non sempre mi riesce d'indugiare

Tra palma e palma
E il forte movimento delle foglie scarne

Piene di vento.

Non sempre la luce calda del mare
Mi avvolge per farmi tacere nel senso
Antico dell'ozio.

Come splende il sole nell'alba
Incantevole d'oriente

Illumina la mia forza vitale
Felicità della lotta.

Non sempre mi riesce d'indugiare calmo
Nei ricordi ma avanza il tempo

L'ora si frantuma ed i popoli d'Africa
Urlano alla vita il loro dolore

E soffre la grande Spagna e l'inquieto Portogallo.

Questi popoli me li porta la sabbia rossa
Che con lo scirocco giunge a granuli

Sino al giardino di casa e rivivo

Ore lontane che i giovani raccolgono
Nella nuova resistenza dei popoli.

Veglio sino al mattino coi giovani
Che mi fanno raccontare storie partigiane
Che avevo dimenticato e pensavo

Di non più narrare ma giovani fieri
Dal loro corpo agile e tenere fanciulle

Dagli occhi neri che abbagliano.

Li guardo stupito di essere amato

Da loro ogni mio vecchio sacrificio
Acquista un senso che credevo perduto.
..

Penso ai compagni morti a Renato

A Beppe a Franco e racconto la storia
Dei loro amori e mentre il vento caldo

Passa attraversa le foglie lacerate delle palme
Devo ancora narrare dell'ora triste della morte.

Risposta della Libreria Ubik agli attacchi della Destra savonese



Riceviamo e volentieri pubblichiamo la risposta della Libreria Ubik agli attacchi ricevuti dalla Destra savonese. A Stefano Milano e alla Ubik tutta la nostra solidarietà.


E' sconfortante la mistificazione della realtà che viene fatta in questi giorni sul 25 aprile da alcuni esponenti della Destra savonese. I vetusti concetti riportati dalla Destra hanno vivacizzato gli ambienti della       paleontologia e del modernariato, e hanno avuto vasta eco anche eBay, su Secondamano, fra i rigattieri e nei mercati delle pulci, dove ancora si può trovare qualche busto flaccido del Duce. 

Solo perché noi della Ubik ci siamo ‘permessi’ di riportare le frasi ingiuriose e inquietanti (‘porci dell’Anpi’,‘infami’…ecc) di alcuni simpatizzanti della destra (minuscolo), la Destra savonese (maiuscolo,       cioè il partito) ci ha attaccati diverse volte, anche nella pagina personale di Facebook, minacciandoci di querele, dimenticandosi però (a volte, la distrazione…) di stigmatizzare le stesse frasi, cosa che per       esempio ha subito fatto un esponente del centrodestra come Gian Genta, che le ha definite “ignobili”. A loro diciamo: querelateci pure, la querela è un utile strumento giuridico nato proprio in seno al diritto       antifascista.

Ci hanno più volte accusato anche di non organizzare in libreria incontri con i loro esponenti. La Ubik ha scelto di invitare solo esponenti che condividano i valori della nostra Repubblica antifascista. Se ne facciano       una ragione, non siamo un ente pubblico che deve dare uguale accesso a tutti, siamo un’attività privata, invitiamo chi ci pare.       

Sui  temi della Resistenza, ancora una volta bisogna però tornare alla memoria storica per dare ordine e giusto peso ai fatti, e la memoria e il sentire di quei tempi oscuri possono riprendere vita e dignità usando in prestito le parole e i libri (già, i libri...) scritti da grandi del pensiero del Novecento che hanno vissuto sulla pelle quei tempi. Con le parole di Quasimodo: “...con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti       abbandonati nelle piazze, sull’erba dura di ghiaccio, al lamento, d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al       figlio, crocifisso sul palo del telegrafo...”; con le parole di  Brecht: “...voi che sarete emersi dai gorghi, dove fummo travolti, pensate, quando parlate delle nostre debolezze, anche ai tempi bui, cui voi siete scampati, andammo noi più spesso cambiando paese che scarpe, attraverso le guerre di classe disperati, quando solo ingiustizia c'era e nessuna rivolta, eppure lo sappiamo, anche l'odio contro la bassezza,  stravolge il viso. Anche l'ira per l'ingiustizia, fa roca la voce. Oh noi, che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili, ma voi quando sarà venuta l'ora, che all'uomo un aiuto sia  l'uomo, pensate a noi con indulgenza..”

E  in questo clima di 70 anni fa, nell’apice di vent’anni di soprusi, omicidi di massa, deportazioni che in Italia e in Europa hanno portato alla morte  55 milioni di persone, qualcuno 'con il viso stravolto', non potè 'essere       gentile'. Atti ovviamente da condannare, come quello della Ghersi, ma mai,  ripetiamo mai, fuori dal contesto storico, fatto che rischierebbe di appiattire le responsabilità e i diversi valori delle parti. Mai       dimenticando che da una parte si combatteva per la libertà, e dall'altra per la dittatura. Mai dimenticando che per ogni caso Ghersi ci sono stati migliaia di soprusi e fucilazioni sommarie di giovani democratici.

Il fatto invece più eclatante che spesso si dimentica è che alla fine della  guerra la stragrande maggioranza dei fascisti non pagò il conto con la giustizia. Solo a Genova, dei 313 imputati, 266 furono condannati ma       con l'amnistia Togliatti uscirono di galera. Come si evince dal libro "La beffa dei vinti"  (già, di  nuovo i libri, che insidioso ostacolo al revisionismo...) "…a Genova brigatisti neri responsabili di retate e spedizioni punitive, picchiatori della Guardia nazionale repubblicana, spie, cacciatori di ebrei, torturatori di partigiani, civili al soldo della Gestapo, nomi di spicco della polizia, della politica e dell'amministrazione pubblica durante la Repubblica di Salò, furono tutti liberati. Una beffa per chi aveva lottato per la libertà soffrendo persecuzioni, deportazioni e piangendo parenti e amici uccisi..." 

Ma l’ANPI e l’antifascismo democratico savonese vuole anche quest’anno celebrare il 25 Aprile senza rancore, ma tenendo ferme le diverse ragioni dei vincitori e dei vinti. Una grande festa per tutti quelli che si       riconoscono nei valori della democrazia, una giornata al Priamar con concerti, spettacoli, dibattiti, esposizioni e proiezioni.

Per  ricordarci che tutti quelli che hanno dato la vita per la nostra libertà non sono morti invano.

Stefano  Milano – UBIK


lunedì 23 aprile 2012

La liberazione di Savona e la cosiddetta "stagione del sangue"




Giorgio Amico

La liberazione di Savona e la cosiddetta «stagione del sangue»

Il 23 aprile le unità partigiane della 2^ Zona Liguria ed in particolare la Divisione Garibaldi "Gin Bevilacqua" si attestano alla periferia di Savona. Alle ore 15 del giorno 24 dal comando di zona, sito in via Crosa lunga, parte l'ordine di attaccare con ogni mezzo a disposizione tedeschi e fascisti. Il 25 aprile la città è liberata dopo duri combattimenti. Non cessano però le morti, da una parte e dall’altra. Qualcuno anni fa ha sollevato il problema delle uccisioni «al di fuori della logica dello scontro armato» con argomentazioni largamente riprese poi in modo totalmente acritico da Giampaolo Pansa nel suo ultimo lavoro Il sangue dei vinti.

Non condividiamo il taglio di queste opere che ci paiono storicamente molto approssimative, ma non comprendiamo neppure il silenzio imbararazzato o i distinguo incerti di chi si è affannato a dichiarare che tutto questo con la Resistenza non c’entra e che al massimo si è trattato di deviazioni. Le cose non stanno proprio così: l’insurrezione non è stata per nulla una festa, ma giornate di aspra battaglia per le strade, di feroce caccia alle spie e ai cecchini che ancora due giorni dopo sparavano dai tetti, di vendette a lungo covate, di rabbia popolare contro chi incarnava fisicamente venti mesi di paura e di oppressione.

Nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile a Savona come in tutto il Nord si continua a morire. È il destino di tutte le guerre civili. La resa dei conti inevitabile e sanguinosa, alimentata dalla rabbia popolare, dall’ebbrezza della vittoria, dal ricordo delle sofferenze patite, che si trasforma da atto di giustizia in vendetta sui vinti. L’attribuzione di tali azioni ai soli comunisti, proposta nell’immediato dopoguerra dai neofascisti e ripresa oggi da un revisionismo senza più pudori, non ha in realtà alcuna consistenza storica perché, come riconosce uno studioso non schierato, “le esecuzioni sono state fatte da tutte le componenti del movimento resistenziale”i. Certo a Savona, dove largamente predominano i partigiani comunisti, si fucila molto. La provincia con 311 morti è ai primi posti della lugubre statistica stilata nel novembre 1946 dal ministero dell’ Interno. Ma prima di Savona vengono città come Treviso (630), Cuneo (426), Udine (391) dove il movimento partigiano è egemonizzato dai cattolici, dagli azionisti, addirittura dai monarchici.


Volendo si può anche tentare una più precisa definizione dell’accaduto che vada al di là delle banalità o dei luoghi comuni sulla ferocia dei comunisti. Molto va ascritto alla confusione del momento, al fatto che quando il regime nazifascista collassa un gran numero di persone raggiunge il movimento partigiano. Elementi che si sono arruolati nelle formazioni all’ultimo momento, che non hanno appreso la dura disciplina della montagna o della lotta clandestina nelle città. Sono proprio questi neofiti della lotta armata i più spietati nella repressione dei fascisti.

Molto deriva dall’accanita resistenza di fascisti irriducibili che non cedono le armi e continuano disperatamente a combattere. Dal verbale della seduta del 3 maggio del CLN ligure risulta come nell’entroterra ci siano ancora consistenti sacche di resistenza da parte di fascisti e tedeschi, concentrate soprattutto nel Sassellese , nella zona del Turchino, nella Val d’Aveto e nel Chiavarese, tanto consistenti da dover richiedere col consenso delle autorità militari alleate l’invio in queste zone di distaccamenti partigiani (1600 uomini) per condurre operazioni di rastrellamento e disarmo.



La moralità della Resistenza



Una pagina di certo non esaltante, ma che comunque è parte della Resistenza, così come parte integrante della Resistenza sono gli scioperi «selvaggi» non sempre patriottici degli operai. Pagine di cui per troppo tempo non si è parlato da parte chi voleva far dimenticare la natura rivoluzionaria di quegli eventi e trasformare la storia di una guerra civile lunga e feroce, che è stata al contempo guerra di liberazione nazionale, ma anche aspra guerra di classe, nel mito fondante di una repubblica per molti aspetti in diretta continuità con quel passato che pure si dichiarava radicalmente e per sempre cancellato. Pagine di cui oggi si parla troppo e male da parte chi vorrebbe riscrivere la storia di quei venti mesi come una «stagione del sangue», combattuta da minoranze ideologizzate sulla pelle della grande maggioranza del popolo italiano.

Proprio per questo in un momento di così grande confusione come l’attuale, dove tutto pare rimesso in discussione e nulla pare più sicuro, di una cosa sola dobbiamo essere serenamente certi: che nulla va mai veramente perduto. In questo sta la lezione di moralità che la Resistenza ancora ci offre, come ha scritto Italo Calvino, nel passo forse più bello di quel libro straordinario che è Il sentiero dei nidi di ragno dove con con estremo rigore è definitivamente chiarita la diversità fra «noi» e «loro», fra i partigiani e le brigate e nere. Diversità, sia chiaro, che non consiste nell’essere più o meno compiutamente uomini come pensava Vittorini, chè l’umanità di fondo di entrambe le parti è comune nelle atrocità come negli eroismi. No. Calvino rimanda ad una alterità di fondo, che trascende il singolo, per investire il piano grande e terribile della storia. Se la morte rende tutti uguali, la differenza allora consiste nel perché si muore, ma questo rimanda immediatamente al senso profondo che attribuiamo alla vita degli uomini. Scrive Calvino:



[…] Quindi , lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa? - La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… - Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finche dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utlizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l‘uomo contro l’uomo.

(Da: Giorgio Amico, Operai e comunisti, Milano 2005)

Agosto 1922: Livorno si oppone al fascismo




1922- 2012

AGOSTO1922 LIVORNO SI OPPONE AL FASCISMO

IL RUOLO DEL MOVIMENTO ANARCHICO

la memoria degli antifascisti e degli arditi del popolo a 90 anni dagli scioperi e dalle lotte che contrastarono l'avvento del fascismo


Nell'estate del 1922 il paese è attraversato da un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio e singoli militanti; si contano decine di morti fra gli antifascisti.

Su iniziativa del Sindacato Ferrovieri Italiano è stata costituta l'Alleanza del Lavoro, a cui partecipano le principali organizzazioni del movimento operaio, con l'appoggio dell'Unione Anarchica e del Partito Socialista.

L'Alleanza del Lavoro indice uno sciopero generale ad oltranza per fermare le violenze fasciste a partire dalla mezzanotte del 31 luglio.

I fascisti finanziati da agrari e industriali, armati da Carabinieri ed Esercito, protetti dalla monarchia e dalla chiesa, aggrediscono le roccaforti operaie.

In molte città, fra cui Piombino, Ancona, Parma, Civitavecchia i fascisti vengono respinti anche grazie all'azione degli Arditi del Popolo. Nel momento in cui la resistenza operaia cresce, CGL e PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta. Il Governo potè così aprire la strada ai fascisti mandando Esercito e Carabinieri a disarmare gli oppositori.

Livorno è uno dei centri dello scontro. Tra il 1° e il 2 Agosto 1922 squadre fasciste provenienti da tutta la Toscana lanciano la caccia agli antifascisti livornesi, facendo irruzione nei quartieri popolari che resistono all'invasione.

Molti furono gli assassinati, tra popolani e militanti comunisti,anarchici, repubblicani e socialisti, tra i quali Gemignani, Catarsi ed i fratelli Gigli.

Negli scontri in periferia viene ucciso il giovane anarchico Filippo Filippetti.

Nel novantesimo anniversario dei fatti dell'agosto 1922, la Federazione Anarchica Livornese e il Collettivo Anarchico Libertario hanno programmato un ciclo di iniziative per la valorizzazione della memoria antifascista e degli arditi del popolo. Le iniziative si concluderanno nel mese di settembre e troveranno uno dei momenti più significativi all'inizio di agosto, con la giornata in memoria di Filippo Filippetti.


Il programma sarà inaugurato martedì 24 aprile con il seguente incontro:

24APRILE: ore 18 presso la Federazione Anarchica Livornese via degli Asili 33

presentazione della riedizione del libro

“LA CONTRORIVOLUZIONE PREVENTIVA” di Luigi Fabbri.

Saranno presenti i compagni di Bologna del Nodo Sociale Antifascista.

Ore21: cena sociale.



Luigi Fabbri

Nel 1922 Luigi Fabbri compiva quarantacinque anni, era maestro elementare a Bologna e militante anarchico da oltre vent'anni. Aveva subìto per questo intimidazioni e bastonature e la sua riflessione sul fascismo è anzitutto quella di un testimone che ha visto una città «rossa» come Bologna diventare in pochi mesi la «culla» della reazione antiproletaria.

Dinanzi a un fenomeno nuovo e difficile da interpretare, la Controrivoluzione preventiva delinea il formarsi di una cultura reazionaria di massa promossa dallo Stato e dalla borghesia «con la triplice azione combinata della violenza illegale fascista, della repressione legale governativa e della pressione economica derivante dalla disoccupazione». Per Fabbri le violenze fasciste non sono un evento isolato, ma una funzione primaria della«controrivoluzione preventiva» attraverso cui la borghesia aggrediva le conquiste operaie e le libertà sociali.

La tesi di quel saggio, riproposto ora a cura dell'Assemblea Antifascista Permanente (ora Nodo Sociale Antifascista) di Bologna, ebbe fin da subito larga risonanza e contribuì al formarsi di una coscienza antifascista rivoluzionaria: il concetto di «controrivoluzione preventiva» attraversa infatti per intero la storia intellettuale del Novecento fino a Marcuse e Debord e può fornirci ancora oggi una chiave di lettura degli avvenimenti attuali.

domenica 22 aprile 2012

"Forse non è arte, ma certo è puro cotone": la pittura industriale di Pinot Gallizio



"Non garantiamo che sia arte, ma certo si tratta di puro cotone", così Pinot Gallizio presentava la sua pittura industriale, tentativo utopico, che resta grandissimo nonostante ne fosse fin da subito evidente il fallimento, di depurare l'opera d'arte da ogni valore di scambio rendendola esclusivamente valore d'uso, cioè puro godimento e libero gioco. Oggi una mostra ad Alba ricorda quel tentativo.

Pinot Gallizio ad Alba

Riscuote un grande successo la mostra "Senza Titolo" di Pinot Gallizio, a cura di Liliana Dematteis e dell'Archivio Gallizio, nella chiesa di San Domenico ad Alba. Un'occasione unica per vedere esposto per la prima volta nella sua interezza il rotolo di pittura industriale lungo 74 metri realizzato nel 1958. La mostra dedicata alla pittura industriale è stata inaugurata con un grande successo e alla presenza di oltre 400 persone sabato 31 marzo e resterà aperta fino al 10 giugno nella splendida chiesa medievale di San Domenico, nel centro storico di Alba. Oltre 2700 persone hanno visitato l'installazione in San Domenico e nel vicino Teatro Sociale nei soli primi 10 giorni con picchi raggiunti soprattutto nelle giornate di Pasqua e Pasquetta, con una media di circa 600 visitatori giornalieri.


Si possono ammirare i lavori di Gallizio non soltanto nella Chiesa di San Domenico, ma anche negli spazi del vicino Teatro Sociale G.Busca nel quale, fino al 13 maggio, sono esposti gli esiti di un fruttuoso incontro tra l'arte di Pinot Gallizio e la moda che, nel corso del workshop "Elena Mirò Art & Fashion" ha dato vita a dodici abiti inediti e originali che traggono ispirazione dal segno dell'artista. Nei locali del Teatro Sociale si possono inoltre ammirare i due dipinti intitolati Le fabbriche del vento che furono esposti nella sala personale dedicata a Gallizio alla XXXII Biennale di Venezia nel 1964, pochi mesi dopo la sua improvvisa morte.



Una mostra "diffusa" che rende omaggio al grande artista albese ripercorrendo le molteplici sfaccettature della sua ricerca artistica anche grazie al sostegno del Gruppo Miroglio, leader italiano nel settore tessile e abbigliamento i cui tessuti Gallizio utilizzò più di cinquanta anni fa per alcuni suoi importanti lavori.



Le prossime inaugurazioni saranno il 12 maggio quando nei locali al secondo piano del Centro Studi Beppe Fenoglio, sarà aperto lo Spazio Gallizio, nel quale viene presentata l'installazione L'Anticamera della morte, donata dall'Archivio Gallizio alla città di Alba, insieme a immagini e materiali di documentazione che raccontano la vita e il lavoro dell'artista nella cornice di quella che fu la biblioteca di casa Gallizio. Lo stesso giorno, in occasione della Notte Bianca delle Librerie, nella chiesa di San Domenico sarà la volta della lettura del "Manifesto della pittura industriale" di Gallizio, letto da Luca Occelli accompagnato dai frammenti sonori di Walter Olmo del 1956/58. Nello Spazio Gallizio, inoltre, in collaborazione con la Fondazione Ferrero, sarà proiettato il film "Dérive Gallizio" ed Edoardo Borra parlerà dell'uomo e della città.



Infine, sabato 19 maggio, nella chiesa di San Domenico, si affiancheranno al grande rotolo di pittura industriale di Gallizio opere di Anna Scalfi e di Cesare Pietroiusti che, secondo nuove e differenti prospettive riflettono sui concetti di valore, produzione, unicità e serialità che furono anche alla base della pittura industriale. L'evento, nel quale saranno allestiti il Grande disegno di Anna Scalfi, una pezza di pashmina di 30 metri, e centinaia di disegni su carta realizzati per l'occasione da Cesare Pietroiusti, è a cura di Francesca Comisso e dell'Archivio Gallizio di Torino.



Un'occasione irripetibile non solo per avvicinarsi alla produzione di un grande ed eclettico protagonista della ricerca artistica europea tra gli anni cinquanta e sessanta, ma anche per conoscere l'altra anima di Alba, la capitale delle Langhe spesso associata all'enogastronomia, che fu la culla ai tempi di Gallizio di un'intensa attività culturale internazionale.




SENZA TITOLO o Rotolo di pittura industriale
a cura di Liliana Dematteis e l'Archivio Gallizio
Chiesa di San Domenico, Via Calissano - ALBA (Cn)
Orari: Lunedì - Venerdì 14.30/18.30 Sabato e Domenica 10.00/19.00



LE FABBRICHE DEL VENTO. Pinot Gallizio e la moda
Teatro Sociale "Giorgio Busca", Piazza Vittorio Veneto, 3 - ALBA (Cn)
Fino al 13 maggio con orario: martedì-venerdì 14,30/18,30; sabato e festivi 10.00/19.00



SPAZIO GALLIZIO. L'anticamera della morte
Inaugurazione 12 maggio con presentazione di Francesca Comisso
Centro Studi Beppe Fenoglio, Piazza Rossetti 2 (terzo piano) - ALBA (Cn)
Orari: mar-ven 9/12-15/18, sab-dom 10-13/15-199.00/12.00
(Nel solo mese di aprile anche il sabato pomeriggio, dalle 15 alle 18,
e le domeniche 1, 15, 22, 29 dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18)



LA NOTTE BIANCA DELLE LIBRERIE. 12 maggio 2011
"Pinot Gallizio: Il manifesto della pittura industriale". Lettura di Luca Occelli e frammenti sonori di Walter Olmo 1956/58 recuperati da Marco Buccolo nel 2012
Chiesa di San Domenico, Via Calissano - ALBA (Cn), ore 19 e ore 23

"Gallizio ad Alba zona libera dell'antimondo", una conferenza di Edoardo Borra e
"Dérive Gallizio" un film di Monica Repetto e Pietro Balla, courtesy Fondazione Ferrero
Spazio Gallizio, Piazza Rossetti 2 (terzo piano) - Alba, ore 21



CESARE PIETROIUSTI, ANNA SCALFI: in dialogo con Pinot Gallizio
a cura di Francesca Comisso e l'Archivio Gallizio
inaugurazione: 19 maggio 2012, ore 17,00
Chiesa di San Domenico, Via Calissano - ALBA (Cn)
Orari: Lunedì - Venerdì 14.30/18.30 Sabato e Domenica 10.00/19.00


mercoledì 18 aprile 2012

Parola e arte. Ricordo di Martino Oberto


Sandro Ricaldone

Martino Oberto

“Pensare a pensare senza (un) fine”: con questo programma all’inizio degli anni ’50 Martino Oberto dava avvio ad un percorso che tra scrittura visuale e filosofia, istanze anarchiche e cultura off, ne ha fatto per sessant’anni uno dei protagonisti della scena culturale, oltre i confini nazionali.

Dopo essersi accostato al gruppo genovese del Movimento Arte Concreta, ispirato da Munari e Dorfles, con cui espone nel 1953 a Milano, e allo Spazialismo diLucio Fontana, in una mostra tenuta nel ’56 a Genova, alla GalleriaSan Matteo, influenzato dall’incontro con la filosofia di Wittgenstein e dalla frequentazione con Ezra Pound, perviene ad elaborare un genere di scrittura che si propone come forma possibile del pensiero, una sorta di “linguaggio fuori dal linguaggio” in cui l’idea e l’espressione vengono portati a coincidere. Di questo approccio, che ne fa uno dei capostipiti dell’area di ricerca verbovisiva, diviene palestra la rivista “Ana eccetera”, fondata nel 1958 con Anna Oberto e Gabriele Stocchi, nel cui ambito esordiscono altre personalità di grande interesse come Ugo Carrega, Corrado D’Ottavi, Rodolfo Vitone, Vincenzo Accame, e che ospita, fra l’altro, il suo “Journal anaphilosophicus”. “La linea di ricerca di Ana Eccetera – scriveva in una dichiarazione del 1973 – ha indicato un “atteggiamento ‘anti’ in cultura e politica culturale” dove il prefisso ‘anti’ è da leggere anche come “avanti, che anticipa qualcosa”.

Caratterizzata da un ampio ventaglio d’interessi (che abbracciavano la semantica generale di Korzybsky, l’Interlengua di Peano, le ricerche di cibernetica applicata al linguaggio di Silvio Ceccato), nei suoi dieci numeri, apparsi fra il 1959 ed il 1971, la rivista si è proposta come acuto strumento di esplorazione di orizzonti inediti per la cultura del nostro paese. Ma il dinamismo di Martino Oberto non è rimasto confinato nell’ambito artistico, in cui ha mantenuto un’attiva presenza sino alla sua scomparsa nel maggio 2011, partecipando a importanti rassegne quali “Italian

Visual Poetry” curata nel 1973 da Luigi Ballerini al Finch College di New York alla Biennale di Venezia del 1993, alla grande rassegna “La parola nell’arte” allestita al MART di Rovereto nel 2007. Ad essi si è unito l’impegno nella dimensione teorica, condensato nel libro-opera “Anaphilosophia” del 1977, e in campo cinematografico, con il documentario “A proposito di Ezra Pound” del 1955 e con il film concettuale “O botteto” (1968), premiato al Festival di San Sebastian dell’anno successivo, in cui l’artista dopo lunghi minuti d’attesa compie il suo “salto sul mondo”, identificando l’arte come “trans form azione di qua e di là della forma”.



Martino Oberto e il restauro

Accanto all’impegno creativo, ma tenuta rigorosamente separata da essa, Martino Oberto ha svolto dai primi anni ’50 sino alla scomparsa un’intensa e autorevole attività professionale nell’ambito del restauro di opere d’arte.

Instradato in quest’ambito dal Soprintendente Pasquale Rotondi, fra i primissimi lavori esegue negli anni 54-57, sotto la direzione di Gian Vittorio Castelnovi, il restauro dei dipinti della Collezione Rambaldi (sono tuttora conservate negli Archivi le ricevute di pagamento), su alcuni dei quali (la Madonna con il Bambino storicamente attribuita a Lorenzo di Credi e Le tentazioni di S. Antonio di Salvator Rosa) interverrà anche in occasione del trasferimento, nel 2006, della raccolta nella nuova sede di Villa Luca.

Altri importanti restauri nell’imperiese hanno riguardato (1958), La Sacra Famiglia di Anton Van Dyck, a Moltedo (1979), la Madonna del Rosario di Ludovico Brea e l’Adorazione dei Magi del Parmigianino nella Chiesa di San Domenico a Taggia (1982), sino al dipinto di Giulio Benso, La vergine che intercede presso la SS. Trinità di Pieve di Teco (2005). La grande perizia, la precoce acquisizione delle tecnologie analitiche più aggiornate, gli hannoconsentito di operare con incarichi prestigiosi in sedi diverse da Genova, sua città natale, e dalla Liguria: a lungo, nel primo scorcio degli anni ’70 ha operato nelle Marche e in particolare ad Urbino, dove con Anna Oberto ha firmato – sotto la direzione di Piero Torriti - il restauro di un quadro-sintesi della civiltà rinascimentale, La città ideale (variamente attribuito a Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, Lorenzo Laurana e Francesco di Giorgio Martini), cui in questi giorni la Galleria Nazionale delle Marche dedica una mostra celebrativa; degli Uomini illustri di Giusto di Gand, già allocati nello Studiolo di Federico da Montefeltro e di altri capolavori di Lorenzo Lotto, Tiziano, Luca Signorelli, Federico Barocci, Carlo Crivelli.

Altra tappa fondamentale nel suo percorso è rappresentata dagli interventi eseguiti a Siena su dipinti di Ambrogio Lorenzetti (la Madonna col Bambino della Pinacoteca Nazionale) e di Duccio (La Madonna dei Francescani).

Dal 1982 al 1991 si divide fra l’Italia (dove si avvale, come anche in precedenza, della preziosa collaborazione della sorella, Adele Oberto) e gli Stati Uniti, dove apre un secondo studio, a New York, nel quale opera con Carla Campomenosi, restaurando dipinti di Tintoretto, del Domenichino, di Salvator Rosa ma anche opere del Novecento (Modigliani, Utrillo, Soutine, Rauschenberg ecc.). Aquesto periodo appartengono prestigiosi interventi su dipinti di collocazione genovese: Il Polittico di San Pancrazio, attribuito a Adrien Isenbrant (1985-1991), la Crocifissione di Simon Vouet nella Chiesa del Gesù (1988), L’Annunciazione di Orazio Gentileschi nella Chiesa di San Siro (1989). Dopo il rientro in Italia, cura il restauro del della grande tela di Rubens, Sant’Ignazio guarisce un’ossessa, al Gesù (1992) e riprende il Trittico cinquecentesco di Joos van Cleve, raffigurante L’Adorazione dei Magi (1996), sul quale aveva già operato nel 1974, a seguito di un furto che lo aveva gravemente danneggiato. Per ciò che riguarda il contemporaneo l’intervento più celebre è probabilmente quello condotto su un’opera di Duchamp (11 Rue Larrey, 1927) una porta progettata per il suo alloggio parigino dell’epoca che, esposta alla Biennale di Venezia del 1978, era stata riverniciata per errore dagli operai incaricati dell’allestimento.

La morte lo coglie nel maggio dello scorso anno mentre veniva ultimato il restauro di un lavoro di Andrea Semino, L’Albero di Jesse, appartenente al Santuario genovese della Madonna del Monte.

In occasione dell’incontro “Martino Oberto e il restauro” al Museo Civico di Sanremo (21/4/2012, ore 16,00), vengono qui esposti diversi materiali - documenti, progetti, relazioni, fotografie, pubblicazioni - relativi alla Raccolta Rambaldi, all’allestimento curato da Gian Vittorio Castelnovi ed ai restauri condotti in vari tempi dallo Studio Oberto sui dipinti ivi riuniti. Vengono inoltre esposti, a titolo esemplificativo, materiali concernenti gli interventi condotti su La città ideale della Pinacoteca Nazionale delle Marche, i restauri svolti nel Senese, sul Polittico di San Pancrazio e una sequenza fotografica attinente al ripristino di 11 Rue Larrey di Marcel Duchamp.


Museo Civico di Sanremo - Palazzo Borea d'Olmo
Via Matteotti 146 – 18038 Sanremo
(tel. 0184 531942)
XIV Settimana della Cultura 14 - 22 aprile 2012
Sabato 21 aprile 2012, ore 16.00
MARTINO OBERTO E IL RESTAURO
Incontro – conferenza
Introduce:
Loretta Marchi, Responsabile musei civici sanremesi
Relatori:
Gianni Casale, Fulvio Cervini, Sandro Ricaldone, Giovanna Rotondi Terminiello

Museo di Villa Luca - Pinacoteca Rambaldi
Coldirodi - Sanremo
(tel. 0184 670398)
XIV Settimana della Cultura 14 - 22 aprile 2012
MARTINO OBERTO E IL RESTAURO
rassegna documentaria
in occasione dell’omonimo incontro
di sabato 21 aprile 2012, ore 16,00
al Museo Civico di Sanremo


a cura del Comitato promotore delle manifestazioni in ricordo di Martino Oberto in collaborazione con l’Associazione Amici di Palazzo Ducale e dei Musei Liguri con il Servizio Museo del Comune di Sanremo

martedì 17 aprile 2012

Conoscere la storia per comprendere il presente. Le radici profonde della crisi greca



Giorgio Amico

Conoscere la storia per comprendere il presente.
A proposito di "Breve storia della Grecia moderna" di Mauro Faroldi

Accade spesso che le cose studiate a scuola siano in realtà le meno conosciute. Si tratta di un meccanismo psicologico elementare: il fatto di averle a suo tempo studiate fa pensare di conoscerle già a sufficienza e ciò determina una mancanza di interesse ad approfondirle.

E' quello che sta succedendo con la Grecia, da più di un anno al centro dell'attenzione per il precipitare di una crisi che è economica e politica al tempo stesso, ma dove, a parte gli articoli di cronaca sulle manifestazioni più eclatanti della protesta popolare, l'interesse ad approfondire davvero ragioni profonde e dinamiche politiche da parte dei media è apparso minimo.

Ed in effetti, a conferma della regola enunciata in apertura, nonostante il gran parlare che se ne continua a fare, la Grecia resta uno dei paesi meno conosciuti dagli italiani. In confronto a ciò che, anche a livello di semplice informazione giornalistica, si sa su altri paesi a noi vicini, come Francia o Spagna, della situazione politica greca non si conosce quasi nulla.

Lo stesso vale per la storia della Grecia. A parte le nozioni imparate a scuola sul mondo classico (che comunque si fermano ad Alessandro Magno, tanto che la conoscenza del mondo bizantino è praticamente affare riservato ai soli studiosi della materia), l'unica incursione nella modernità è limitata a qualche vago ricordo dei legami fra la lotta di indipendenza ellenica e il nostro Risorgimento e, per i più politicizzati (e anziani) alla dittatura dei colonnelli. La storia della Grecia moderna e in particolare degli ultimi due secoli resta un buco nero e ciò rende difficile, tanto per tornare all'attualità, comprendere davvero ciò che sta accadendo oggi nelle sue specificità che sono diverse da quelle italiane o spagnole.

Del resto basta pensare a come sarebbe difficile capire la crisi italiana non considerando il modo come il nostro Stato si è costruito nei decenni dopo l'unità e ricostruito poi nel dopoguerra. Senza una conoscenza anche minima della storia repubblicana e dell'evolversi dei suoi equilibri politici e sociali, le specificità del caso italiano si ridurrebbero alle banalità (comunque assai diffuse) sul "carattere" degli italiani o alle tirate moralistiche sulla decadenza della politica.

Il fatto è che, se da un lato è ovvio che l'attuale crisi sia prima di tutto il portato di un ciclo economico che ha dimensioni e sviluppi globali, il modo concreto in cui essa si manifesta nei singoli paesi e le conseguenze che determina a livello politico e sociale, sono comprensibili solo a partire dalla realtà di ogni paese coinvolto.

In mancanza di questa comprensione più profonda, il "bisognerebbe fare come fanno in Grecia" che spesso si sente ripetere, rischia di restare mero sfogo verbale, dove il massimalismo delle parole serve a coprire l'impotenza ad agire in modo organizzato e strategico, sapendo cioè dove si vuole arrivare.

Giunge quindi a proposito questo libro di Mauro Faroldi, giornalista freelance che da anni vive e lavora ad Atene, che ricostruisce con taglio veloce, non privo comunque di profondità, la storia della Grecia moderna, dalla lotta di liberazione antiturca, alla dimensione "europea" di oggi, soffermandosi con grande attenzione su alcuni snodi centrali, quali la guerra civile del 1947-49 e il regime dei colonnelli del 1967-74.

Dal libro emerge il paradosso di un paese alla ricerca costante di una reale indipendenza dalle potenze "protettrici" (prima Inghilterra e poi Stati Uniti) che pensa di aver trovato la soluzione a questo problema secolare abdicando largamente alla propria sovranità nazionale e aderendo all'Unione Europea. Una dimensione, quella europea, considerata l'unica possibile a sciogliere l'altro grande nodo della storia della Grecia moderna, quello sociale, garantendo con lo sviluppo economico l'integrazione nel sistema delle classi subalterne grazie alla diffusione dei consumi e alla costruzione di un moderno Stato sociale di tipo europeo.

Una scelta trasversale agli schieramenti politici, condivisa da destra e sinistra, che oggi viene radicalmente rimessa in discussione assieme ai livelli di vita di gran parte della popolazione proprio dalle dimensioni continentali di una crisi finanziaria che nella Grecia ha trovato il suo primo anello debole.

Mauro Faroldi
Breve storia della Grecia moderna
Edizioni Quadrifoglio, Livorno 2006





sabato 14 aprile 2012

Franco Astengo, Lega Nord



Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione di Franco Astengo

Franco Astengo


Lega Nord: vizi e virtù di una bruttissima vicenda



Diciamolo subito con grande chiarezza: la gran parte delle reazioni politiche e delle analisi giornalistiche riguardanti le davvero bruttissime vicende in cui si è incagliata la Lega Nord, risultano ben al di sotto di quanto sarebbe richiesto in un frangente di questo genere.

Le reazioni politiche poi risentono davvero di quell’idea del “partito di cartello” che, in realtà (vedi legge elettorale) agisce da tempo nel sistema politico italiano e, di conseguenza, usando incongruenti formule tipo “onore delle armi” o “comprensione per il dolore dei militanti” si cerca di nascondere il timore che il crollo della Lega coincida con il crollo dell’intera impalcatura: con effetti ancora più traumatici rispetto a quelli verificatisi all’epoca di Tangentopoli.

L’esito della storia della Lega Nord non potrà essere ridotto a una faida familiare imperniata sulla sottrazione di denaro pubblico (come emerge dagli atti della magistratura): la Lega Nord è chiamata a rispondere, tutta quanta, dei guasti gravissimi instillati nel corpo sociale del nostro Paese.

Questo perché il dato più grave emerso in questi giorni è, non solo e non tanto quello dei soldi, ma quello relativo alle dichiarazioni del “rifondatore leghista” Maroni, quando ha ammesso tranquillamente che siccome “l’ondata razzista” tirava elettoralmente è stato utile, da parte dei “lumbard” cavalcarla.

La Lega Nord è stata coccolata, a destra come a sinistra (ricordate la dichiarazione sulla “costola della sinistra”) perché sostanzialmente funzionale al sistema, anche quando i suoi slogan violavano apertamente la Costituzione Repubblicana; è stata incautamente inseguita sul suo terreno attraverso incongrue azioni legislative e amministrative di tipo “federalista” che, nel migliore dei casi, non hanno fornito esito alcuno, ma, nella gran parte, hanno addirittura danneggiato il sistema delle Autonomie Locali.

Soprattutto, però, la Lega Nord ha seminato il vento dell’odio e del razzismo, raschiando il barile degli umori peggiori di una società nella quale agiva progressivamente il terribile spettro della crisi, esaltando egoismi e chiusure.

L’ auspicabile uscita di scena della Lega Nord, così come di altri soggetti politici che saranno costretti, dall’esplodere dei fatti di corruzione interna e dall’irrompere sulla scena del soggetto politico rappresentato dal nuovo Governo, a riallinearsi seccamente, lascerà sul campo un altro cumulo di macerie, dal punto di vista del qualunquismo, della disaffezione, dell’allontanamento di una qualche seria idea dell’ “agire politico”.

Nello stesso tempo, però, la natura delle questioni che stanno occupando la Lega Nord ha consentito, assieme all’altra brutta vicenda relativa al tesoriere dell’ex-Margherita apparentemente appropriatosi della cassa, di svelare fino in fondo un tema che sta, davvero, avvelenando completamente il rapporto tra la società civile, gli elettori, i partiti.

Ancora una volta l’odore è quello dei soldi.

Il nocciolo della vicenda sta in due punti che possono essere spiegati con grande sinteticità: il primo riguarda l’inganno di “rimborsi elettorali” che invece hanno funzionato da finanziamento ai partiti, in modo da aggirare l’esito referendario del 1993. Fin qui penso che tutti siamo d’accordo. Il secondo dato è quello delle modalità con le quali sono state stabilite le cifre (del tutto sproporzionate, dal punto di vista delle esigenze dello stesso mercato politico). Difatti, stando alle tabelle pubblicate dal “Corriere della Sera”, si tratta di cifre molto superiori a quelle spese effettivamente per le competizioni elettorali. Cifre incomprensibili nella loro entità di vero e proprio “schiaffo alla miseria” verso cittadini cui si propongono sacrifici, tagliando servizi e innalzando le tasse. Cifre accordate attraverso modalità ignote, decisioni prese non si sa dove e quando, privilegi assurdi (somme elargite a partiti che non esistono, oppure a soggetti che non hanno avuto accesso al Parlamento, come nel caso dell’Arcobaleno i cui dirigenti sono stati premiati con qualche milione di euro, invece di rispondere politicamente delle scelte sciagurate che hanno portato la sinistra fuori dal Parlamento, privando il movimento operaio di uno degli strumenti decisivi, sul piano istituzionale, per portare avanti le proprie lotte. E di lotte dure, in corso, ce ne sono abbastanza, mi pare.) In questo senso non vale, ovviamente, la scappatoia dei bilanci certificati: è la natura stessa del tipo di finanziamento che va rivista alla radice, proprio partendo da quell’esito referendario e dall’esito nefasto della trovata relativa ai “rimborsi elettorali”.

Se non si risolve in fretta questo problema, il timore (o la speranza?) è quello di un corto circuito generale che potrebbe travolgere le stesse istituzioni democratiche.

Alla causa di tutto ciò accennavo all’inizio e vi ritorno in chiusura: la genesi di tutto questo è l’assenza di una competizione aperta sul piano della dinamica politica e della formazione – appunto – di un vero e proprio “partito di cartello” simile a quello delle società petrolifere; un “partito di cartello” costruito dalle diverse formazioni allo scopo di impedire ad altri soggetti di entrare nell’arena e dividere prebende e privilegi, del tutto staccati dalla realtà quotidiana di vita e di lavoro delle persone comune.

La legge elettorale del 2005 aveva questo preciso scopo, se andiamo a rileggerla per intero e accuratamente: alle liste bloccate si accompagna un sapiente dosaggio delle soglie di sbarramento (addirittura con il recupero del primo escluso, se presente in coalizione); mentre la scelta della base regionale per il Senato è stata inserita per favorire, al Nord come al Sud, i rappresentanti d’interessi localistici.

Che, alla fine, come abbiamo visto nel caso della Lega Nord, erano davvero “localistici”, molto ristretti anche dal punto di vista della dimensione geografica, compresi tra il salotto e la cucina.



Franco Astengo, politogo e storico della sinistra, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. E' autore di numerosissimi saggi apparsi su giornali e riviste.

venerdì 13 aprile 2012

L'urlo di Mélenchon il Santerre di sinistra che sfida Sarkozy


Finalmente la stampa italiana si accorge che in Francia non esistono solo Sarkozy o Hollande, ma anche candidati come Jean-Luc Mélenchon, di cui per completezza di informazione non si dovrebbe però tacere (visto che sulla stampa d'oltralpe se ne parla molto, come mostra anche la vignetta che pubblichiamo più sotto) l'appartenenza, comune a molti trotskisti ed ex-trotskisti francesi, al Grande Oriente di Francia.


Bernardo Valli

L'urlo di Mélenchon il Santerre di sinistra che sfida Sarkozy


A vent'anni, Jean-Luc Mélenchon scelse come pseudonimo "Santerre". I militanti trotskisti, e lui si era appena iscritto all'Oci (Organizzazione comunista internazionale), dovevano averne unoe lui prese il nome di Antoine Joseph Santerre, un ricco birraio del faubourg Saint-Antoine che il 14 luglio 1789 partecipò alla presa della Bastiglia; e che quattro anni dopo, il 21 gennaio 1793, nella veste di capo della guardia nazionale, accompagnò Luigi XVI alla ghigliottina. A sessant'anni lo stesso Mélenchon, capo del Fronte di Sinistra ( Front de Gauche) e candidato alla presidenza della Quinta Repubblica, si definisce «l'urlo e il furore», e ancora «il tumulto e il fracasso». Nonostante siano passati alcuni decenni, il personaggio continua a identificarsi in immagini forti. E non si limita ad evocarle. Le anima. Le rende viventi. Le interpreta nei lunghi, appassionati e spesso provocatori soliloqui che pronuncia, appunto con furore e fracasso, nei comizi: sulla piazza della Bastiglia a Parigi, sulla piazza del Capitol a Tolosa, sulla piazza del Prado a Marsiglia, dove raccoglie folle pari a quelle di Hollande e Sarkozy, i due principali candidati. A volte più folte. Senz'altro più entusiaste. Esaltate.

All'età in cui un uomo, politico o non politico, ha di solito imparato a dosare i giudizi, e in generale le parole, il più che maturo "Santerre" lascia esplodere la collera. Una collera rimasta imbrigliata a lungo, dopo l'inconcludente esperienza trotskista, negli stretti abiti socialisti, indossati si direbbe con rassegnazione, come militante, ministro, senatore ed eurodeputato. Spretatosi, Mélenchon ha creato nel 2008 la sua fronda, la sua eresia: il Parti de Gauche, ispirato dal Die Linke tedesco di Oskar Lafontaine, uscito dalla Spd come Mélenchon dal Partito socialista.

E adesso infine si sfoga, dicono gli psicologi specializzati in leader politici. Ha un temperamento che si incendia facile. E' nato in Marocco, a Tangeri, e ha ascendenze siciliane e spagnole. Si sfoga sul serio. Si pensi a come parla dei giornalisti della sinistra liberale, quelli del Nouvel Observateur: dice che «devono essere rimandati come i topi nella fogna a colpi di ramazza». E il direttore del settimanale, Laurent Joffrin, risponde ricordando che Mélenchon persevera in una lunga tradizione: i comunisti dicevano di Sartre che era «una iena dattilografa». Il capo del Front de Gauche ha riacceso la polemica tra le due sinistre, quella riformista e quella estrema, radicale. L'ha riesumata nel momento politico più propizio per attirare l'attenzione, definendo il candidato François Hollande un leader di sinistra inutile, come può esserlo un socialdemocratico. La campagna presidenziale è la principale consultazione nella Quinta Repubblica. Durante la gara per il primo turno (22 aprile), gli attuali dieci candidati alla massima carica dello Stato offrono agli elettori l'occasione di sbizzarrirsi, di scegliere liberamente, per le idee o la simpatia, il loro campione; la vera decisione sarà presa più tardi, dopo una pausa di due settimane, al ballottaggio (6 maggio), quando in campo saranno rimasti soltanto due dei dieci candidati iniziali. Stando alle quotidiane indagini d'opinione, Mélenchon non può arrivare al finale. Il pronosticato 15% non basta.

Ma il suo attuale successo si riverbererà sulle elezioni di giugno, quelle legislative, che seguiranno le presidenziali. Di solito le legislative premiano il capo dello Stato appena insediato. Ma nel caso quest'ultimo ottenesse una maggioranza risicata, destinata a lasciare metà del paese insoddisfatto, e con la voglia di negare al neoeletto l'appoggio del Parlamento, ci potrebbero essere delle sorprese. Il presidente, senza il sostegno dell'Assemblea nazionale, la camera bassa, potrebbe essere subito dimezzato nei suoi poteri.

Questa improbabile ipotesi va prospettata per sottolineare che la gara per il primo scrutinio può comunque lasciare delle tracce, oltre ad offrire la possibilità di apparire sulla ribalta nazionale. Mélenchon che ha sognato in gioventù di essere "Santerre", un personaggio simbolico della grande rivoluzione, e che adesso si sente «l'urlo e il furore» del popolo di Francia, occupa con grande successo quella ribalta. L'oscillante 15% dei consensi virtuali attribuitigli possono essere determinanti.



Possono essere positivi o negativi per la sinistra. Nonostante la polemica con i riformisti, i voti raccolti da Mélenchon al primo turno dovrebbero riversarsi al ballottaggio su François Hollande, leader della sinistra, e favorire, anzi consentire la sua vittoria su Nicolas Sarkozy. Questo il fattore positivo.

Quello negativo è che l'effetto «urlo e furore» di Mélenchon possa allontanare gli indispensabili elettori centristi o gollisti più sensibili. Già adesso Nicolas Sarkozy insiste sull'estremismo di Mélenchon. Il quale potrà influire, a suo avviso, sulla politica di François Hollande, e quindi spaventare i mercati finanziari, nel caso quest'ultimo venisse eletto presidente. Sarkozy non nasconde tuttavia un debole molto personale per il candidato dell'estrema sinistra. Si dichiara sensibile, sul piano umano, al fatto che sia un ammiratore di sua moglie Carla Bruni. Mélenchon dice infatti di amare le sue canzoni. Le ascolta spesso. Lo fanno sognare, sostengono con perfidia i suoi avversari.

Il successo della campagna elettorale di Mélenchon è senz'altro dovuto alla sua capacità di esaltare la folla, alle sue doti di tribuno. Ma ha contato e conta anche la dinamica propria del Front de Gauche, che ha creato una forza politica consistente, qualcosa di simile a un fronte popolare, alla sinistra del Partito socialista. La coalizione è nata nel 2009 da quel che era rimasto del Partito comunista (1,93 % alle elezioni del 2007), dal Partito di Sinistra di Mélenchon, da altre piccole formazioni e da trotskisti e verdi senza ancoraggio, in libera uscita. Su questa base, grazie alla sua abilità di tribuno, Jean-Luc Mélenchon ha «rimesso alla moda il rosso «.

Il suo discorso si basa sulla crisi del sistema capitalistico. Condanna il mondialismo. Gira le spalle all'Europa. Auspica la nascita di una Sesta Repubblica in cui il popolo conti sul serio. A fondarla dovrebbe essere una « révolution citoyenne », cioé una volontà espressa da un voto democratico. I richiami alla Cuba di Fidel Castro e al Venezuela di Hugo Chavez restano nel sottofondo, e non sono tanto l'espressione di un'affiliazione ideologica quanto un pretesto per manifestare l'ostilità nei confronti degli Stati Uniti.

Definito dai critici surrealista, il programma del Front de Gauche, disegna un orizzonte per ora irraggiungibile. Esige tra l'altro il salario minimo a 1.700 euro; il rimborso al 100% delle spese sanitarie; fissa il reddito massimo di un cittadino a 360 mila euro all'anno; chiede il riesame del codice del lavoro al fine di vietare la precarietà; si propone di creare uno statuto sociale per tutti i giovani al fine di garantire la loro autonomia economica. Per ritrovare un avvenire, dice Mélenchon, bisogna affrontaree sconfiggere il capitale finanziario. Il successo di Mélenchon non è dovuto a quel che promette, ma a quel che denuncia. E al modo diretto, brutale, con cui lo fa. Molti virtuali elettori socialisti accorrono ai suoi comizi per «ingelosire» e incitare François Hollande ad assumere posizioni più di sinistra.

Le provocazioni di Mélenchon, il suo linguaggio spesso crudo, attirano molti « bobo» parigini (i bourgeois-bohème ), discendenti dei «gauscisti» di un tempo, delusi dalla pallida sinistra di Hollande.

Seduce in Mélenchon la schietta denuncia della corruzione che regna nel mondo. E' il candidato prediletto dagli autori di romanzi polizieschi. Uno di loro, Jérome Leroy, scrive che al di là della sua abilità di tribuno, Mélenchon piace perché è il solo a denunciare, con parole che fanno male, una realtà francese trascurata da tutti.

In questo senso il suo comportamento è simile a quello di un autore di noirs. Come un romanzo poliziesco lui, Mélanchon, è urlo e furore, tumulto e fracasso.

(Da: La Repubblica del 13 aprile 2012)

Torino: Musica e lettura da "Il figlio di Caino" di Guido Seborga


SABATO 21 APRILE ORE 21
VINERIA ROSSO DI SERA
VIA GERMANASCA 37 TORINO
PER LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

MUSICA E LETTURA DA "IL FIGLIO DI CAINO" DI GUIDO SEBORGA

CON GIOVANNA MAIS E STEFANO GIACCONE

Ho aperto la finestra di sole del mattino
E nella luce rossa dell'orizzonte
Ho visto delinearsi i miei paesi lontani
Storie umane che sempre inquietano il mio cuore.

(Guido Seborga da «Amori Capitali» Canzoni 1950)

giovedì 12 aprile 2012

Luigi Vassallo, Quando le parole ci ammalano, le parole possono guarirci. Appunti per una pratica filosofica come terapia


Pubblichiamo la parte conclusiva del saggio di Luigi Vassallo. Anche noi pensiamo che, come ogni strumento, anche le parole tendano ad usurarsi e a perdere di senso e l'attuale situazione politica ne è un buon esempio. Forse davvero la pratica filosofica può rappresentare una efficace terapia per il male oscuro della nostra polis.


Luigi Vassallo

Quando le parole ci ammalano, le parole possono guarirci
Appunti per una pratica filosofica come terapia




Niente troppo significa riconoscere il valore del limite. Il limite è un vincolo, perché non mi consente di fare ciò che proibisce. Ma il limite è anche una risorsa, che mi consente di fare quello che posso fare. Kant, per spiegare che la conoscenza umana non può andare oltre i limiti delle proprie possibilità, ricorre alla bella immagine della colomba che, mentre vola, si illude che, se le sue ali non incontrassero l’attrito dell’aria, potrebbe volare più liberamente e più facilmente; e invece, se non ci fosse l’attrito dell’aria, non potrebbe volare affatto.

Quindi, mentre l’animale non si pone domande sul senso della vita né deve preoccuparsi di capire quali siano i suoi limiti e quale debba essere il suo progetto di vita, dal momento che tutto è inscritto nel suo dna e nel suo corredo di istinti, l’essere umano, proprio perché potenzialmente è fuori (oltre) ogni limite prestabilito dalla natura, il limite se lo deve dare da solo. Limite per l’essere umano è riconoscersi nella propria storia individuale.

Questa storia, con tutte le sue varianti, è inscritta nello spazio temporale tra la nascita e la morte. Questo spazio temporale viene a volte o spesso rimosso dalla nostra coscienza: ad esempio quando si tenta di “rendere eterna” la giovinezza, a dispetto della propria età, scimmiottando abbigliamento, costumi, modi di parlare, comportamenti tipici dei giovani; oppure quando si cerca di allontanare il termine naturale della vita, esorcizzando le modificazioni del corpo dovute all’età con rifacimenti estetici o con cure ossessive delle malattie. Oppure quando si affastellano ansiosamente esperienze le più varie, per saggiare tutte le possibilità della propria esistenza, ignorando che fare esperienza del possibile non è la stessa cosa che collezionare i tanti possibili. Fare esperienza del possibile significa riconoscere valore al possibile dentro il proprio progetto di vita che è unico e irripetibile e si costruisce sulla memoria ovvero sul confronto critico e consapevole tra quello che posso fare e quello che faccio. Affastellare esperienze disparate solo perché ho i mezzi tecnici per farlo significa frantumare l”io” in una pluralità di soggetti.



Hanno senso ancora questi discorsi sul limite (come vincolo e risorsa) nel mondo contemporaneo occidentale, nel quale la tecnica da strumento governato dall’uomo è progressivamente diventata il fine che fonda il nuovo ordine del mondo, sulla base del principio che tutto quello che tecnicamente si può fare si fa? E’ questo principio a giustificare, ad esempio, l’accumulo di nuove armi di distruzione di massa, anche se quelle che già esistono bastano a distruggere più volte il pianeta terra; oppure la produzione e la messa in consumo di nuove applicazioni tecnologiche, anche se usiamo quelle che già abbiamo per una percentuale minima delle loro capacità (come usare una Ferrari solo per andare a fare la spesa a un kilometro da casa).

Come applicare la massima greca Niente troppo in un mondo caratterizzato da un dominio “smisurato” da parte della tecnica, un dominio senza misura? E’ un dominio che alla domanda Cosa possiamo fare con la tecnica? sostituisce la domanda Cosa sta facendo (o ha già fatto) la tecnica di noi?



Se la pratica filosofica ai suoi inizi ha assolto il compito di liberare gli uomini dal terrore dell’imprevedibilità, offrendo loro una visione ordinata del mondo secondo principi unificatori, la pratica filosofica oggi, per avere ancora un senso, deve liberare gli uomini dal convincimento che l’ordine imposto dalla tecnica al mondo sia l’unico ordine possibile. Alla filosofia oggi, come terapia della rassegnazione, spetta il compito di indicare che ogni ordinamento, anche quello attuale che sembra indiscutibile e immodificabile, ha i suoi limiti e di riaffermare che l’humanitas si realizza nell’apertura allo spazio del possibile, alla “navigazione verso l’isola che non c’è”. Perché uomo si diventa.



Star bene con gli altri, stare a proprio agio con gli altri. Ma chi sono gli altri? Solo alcuni o tutti? I “miei” altri sono quelli che pensano come me, che mangiano come me, che si comportano come me o anche quelli che non fanno e non pensano come me?

Riconoscere gli altri, per star bene con loro, significa tollerare che conservino i loro stili di vita nel loro recinto (purché non invadano il mio recinto) o assimilarli al mio stile di vita (riconoscendoli nella misura in cui sono diventati specchio di me stesso) o assimilandomi io al loro stile di vita (in una sorta di provincialismo che mi induce a vedere nelle culture diverse dalla mia una cultura superiore, come accade con certe mode orientaleggianti) o ancora accettare di “contaminarmi” con loro?

Star bene con gli altri: staticamente (ognuno al posto suo) o dinamicamente (integrando le nostre diversità e arricchendole reciprocamente)?



Posso vivere pienamente il mio progetto di uomo restando indifferente alla dimensione pubblica in cui storicamente, che lo voglia o meno, sono inscritto? Una dimensione pubblica che è caratterizzata dalle sue istituzioni storiche e dal modo in cui esse sono fatte funzionare di volta in volta.

Dal dí che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’ altrui scrive il Foscolo nel carme I Sepolcri: le “umane belve” diventano “pietose di se stesse e d’altrui” grazie all’istituzione di “nozze, tribunali ed are” cioè grazie alla fondazione dello spazio pubblico della città che si articola nel riconoscimento e nell’amministrazione, nella città e da parte della città, del matrimonio, della giustizia, della religione.

Sono le istituzioni che fanno dell’uomo possibile un uomo storicamente determinato, cioè un cittadino.



Chiedersi quale sia il mio posto nel mondo significa chiedersi quale etica debba seguire per orientare la mia vita, cioè per dare un senso al mio spazio temporale compreso tra la mia nascita e la mia morte. A prescindere dal riferimento o meno a una divinità e al riconoscimento di questa come compimento del proprio progetto umano, l’etica tradizionalmente seguita da coloro che si sono interrogati sul proprio posto nel mondo è stata l’etica delle intenzioni.

Etica delle intenzioni cioè sono responsabile solo di ciò che avevo intenzione di fare: se ho fatto del male senza avere l’intenzione di farlo non sono responsabile; questo principio è alla base della legge penale, ma anche del catechismo cattolico che molti di noi hanno appreso da ragazzini.

Questa etica, però, dopo le grandi tragedie che hanno funestato il secolo XX e che trovano la loro espressione più raccapricciante nella Shoah, risulta insufficiente: dire che sono stato fascista sì (o nazista) ma non ho partecipato direttamente alla persecuzione degli ebrei non mi assolve dall’aver sostenuto un’ideologia che ha consapevolmente prodotto quello sterminio. Di fronte alla costernazione della popolazione tedesca per la distruzione della Germania nel 1945 il filosofo tedesco Karl Jaspers disse che tutti i tedeschi erano responsabili di ciò che i nazisti avevano fatto, per il semplice fatto di essere rimasti vivi.

All’etica delle intenzioni è così subentrata a poco a poco nella coscienza di chi si interroga l’etica della responsabilità: al di là delle mie intenzioni sono responsabile o corresponsabile delle conseguenze di una mia azione nella misura in cui queste siano prevedibili. Se mi ubriaco o mi drogo, e so bene che alcool e droga alterano le mie percezioni sensoriali, e dopo mi metto al volante, mi serve a poco dire che non volevo investire nessuno e che perciò non sono responsabile; sono responsabile, invece, dell’incidente (talvolta mortale) proprio perché ho deliberatamente fatto una cosa che poteva comportare quella conseguenza. Su questa strada anche la legge penale (tradizionalmente fondata sul principio dell’intenzione) comincia ad aprire nuovi spiragli, con qualche Procura della Repubblica che comincia a mettere sotto inchiesta i pirati della strada per omicidio volontario. E così pure il Parlamento che comincia a ipotizzare di inserire nel codice il reato di omicidio stradale.

Eppure, anche l’etica della responsabilità rischia di essere insufficiente in un mondo in cui la “dittatura” della tecnica e i rapidi cambiamenti di scenari prodotti dalla globalizzazione rendono impossibile prevedere tutte le conseguenze di una mia azione.

Si profila così l’opportunità di elaborare un’etica del viandante, dove il “viandante” si distingue dal “viaggiatore” perché non è tanto interessato alla meta del viaggio quanto al percorso del viaggio.

Il “viandante” osserva il suo percorso nel mondo, l’osserva con curiosità e disponibilità a interagire con esso, sentendosi di volta in volta partecipe del percorso stesso e della sua conservazione. Il “viaggiatore”, invece, è interessato solo al percorso più rapido possibile per raggiungere la propria meta.



In questa chiacchierata abbiamo parlato di malattia e di salute, di conoscere se stessi e gli altri, di orientamento nel mondo. Si tratta di temi tra i quali ci si può muovere inconsapevolmente, ripetendo per abitudine percorsi tracciati da altri e magari credendo di averli scelti autonomamente oppure ci si può muovere tentando di assumere consapevolmente una bussola per orientarci.

La bussola può essere costituita dall’adesione a una verità assoluta oppure dal riconoscimento del valore di verità relative.

Verità assoluta significa “verità a prescindere” cioè verità sciolta (in latino absoluta) da qualsiasi vincolo relazionale. Verità relativa significa “verità relazionata a un individuo o a una condizione storico-sociale”.

La verità relativa non è mai “a prescindere”, è sempre una verità “incarnata”, per la quale è necessario un atteggiamento di “interesse” (dove etimologicamente “interesse” significa inter esse, cioè “esserci in mezzo”). Secondo me il racconto dell’incarnazione da parte del cristianesimo è una verità relativa, perché istituisce una relazione tra Dio e gli esseri umani, grazie alla quale Dio sperimenta la condizione degli esseri umani “essendoci in mezzo” e gli umani fanno esperienza di Dio, quel Dio così lontano nella tradizione ebraica, “tenendolo in mezzo”.

In ogni caso, per orientarsi, ognuno scelga la bussola che vuole. L’importante è che sappia che tipo di bussola ha scelto e, soprattutto, sia consapevole di quanto sia autonoma la sua decisione di scegliere quella bussola e di percorrere quel cammino.



Le parole veicolano idee e comportamenti. Perciò, come tutti i veicoli (dalla bicicletta all’auto all’aereo ecc.) devono ogni tanto essere revisionate e sottoposte a manutenzione. Perché, altrimenti, può succedere quello che succede quando un’auto frena di botto sull’asfalto bagnato.

Le parole, come tutti i veicoli, si usurano col tempo ma anche perché vengono a volte usate male. Non solo quando vengono violentate nella grammatica, nella sintassi o nella semantica (per fare un esempio, pensiamo a “piuttosto che” ormai diffusamente e abusivamente usato nel significato di “oppure”), ma soprattutto quando da giornali e TV vengono “urlate” senza misura (“catastrofe”, “guerra” ecc. per parlare di fenomeni climatici o di scontri politici sul terreno economico-sociale e così via). Ci vuole, dunque, un po’ di sana e sensata manutenzione.

Una manutenzione del genere la faceva nell’antica Atene (V – IV secolo prima di Cristo) Socrate, il quale si era dato la missione (o credeva di averla ricevuta da una voce divina nella sua coscienza) di avvicinare tutti coloro che credevano di sapere qualcosa e di interrogarli sui fondamenti del loro sapere. Il dialogo si concludeva sempre con la scoperta che chi credeva di sapere non sapeva proprio niente di ciò che conta e questa era per Socrate una grande conquista, perché sapere di non sapere è il primo passo per mettersi a cercare la verità. Socrate finì condannato a morte con l’accusa di corrompere i giovani con questo suo mettere in discussione le certezze acquisite.

Un’analoga manutenzione potrebbe farla la scuola se accettasse di essere un luogo di ricerca aperta (dove si pongano domande di senso) più che un luogo dove si ripetono e si tramandano risposte precostituite.

In ogni caso ci sono parole che hanno bisogno urgente di manutenzione, altrimenti continueranno ad ammalarci. Penso a parole come io, libertà, diritti, giusto, sbagliato, natura, contro natura, bene, male. Parole che ci sono familiari quanto a uso e suono ma che, messe in manutenzione, potrebbero riservarci la sorpresa di significati contrari a quelli che noi crediamo usandole (o abusandole).