sabato 30 gennaio 2010

Dai situazionisti al postmoderno (II)


Jorn, Manifesto del Maggio


Quando l'immaginazione scende nelle strade e il movimento reale supera (realizzandola) la teoria il compito dei situazionisti finisce. Antonio Gasbarrini ci mostra perchè il '68 segna il punto più alto e al contempo l'inizio della fine per l' Internazionale Situazionista. Seconda e ultima parte della rivisitazione della storia dei situazionisti.

Antonio Gasbarrini

Dalla distruzione dell’arte vaticinata dai situazionisti al ripiegamento estetico del postmoderno (II)



Siamo al 1959. A quella data l’ala artistica del movimento prevaleva nettamente su quella politica, con un “ibridato” Debord che incarnava contemporaneamente entrambe le istanze. Il “superamento dell’arte” poggiava sull’equivalenza “non matematica, e perciò non commutativa” di vita = arte (e non già l’inverso), equivalenza attuabile con l’incrocio sincronico di situazioni costruite in un ambiente unitario con comportamenti sperimentali praticabili in una realtà urbana in cui le arti e le tecniche concorrono alla costruzione integrale di un ambiente in legame dinamico con esperienze di comportamento finalizzate al sommovimento rivoluzionario dell’intera società.
Nella labirintica conclusione della precedente frase evidenziata in grassetto si è scientemente praticata la tecnica del détournement, “rubando spezzoni di testo” (senza citare la fonte) e ricombinando in modo originale alcune delle 11 definizioni qui leggibili nella nota 14 e, segnatamente: situazione costruita, deriva, urbanismo unitario. Il détournement implica nel contempo il rovesciamento di segno, non solo semiotico, del frammento originario (testo, immagine, suono, ecc.) sradicato ed innestato poi in un nuovo scenario creativo: nel caso specifico nel collage detournato è stato il testo in corsivo “al sommovimento rivoluzionario dell’intera società”, a costituire il valore aggiunto, in quanto tale prospettiva non era ancora maturata, né tanto meno teorizzata – alla fine degli anni Cinquanta – dai situazionisti.
Una delle principali modalità individuate per il “superamento dell’arte” era stata quella della svalutazione mercantile delle opere d’arte borghesi, svalutazione attuabile ed in parte attuata con una serie di tecniche detournanti, quali la pittura industriale di Pinot-Gallizio18, le pitture modificate di Asger Jorn19, le metagrafie20, pratiche sperimentali sostanzialmente abbandonate nel giro di qualche anno (Pinot-Gallizio esce dall’ I. S. nel 1960 e morirà quattro anni dopo) a causa della riscontrata loro inadeguatezza in termini di “superamento”.
Proprio nella seconda metà degli anni Cinquanta saranno due opere, Fin de Copenhaugue di Asger Jorn21 e soprattutto Mémoires di Guy-Ernest Debord, a visualizzare al meglio questa prima fase della “via creativa” perseguita dai situazionisti con il détournement.
In Mémoires, un anti-libro con la copertina in cartavetrata, frasi detournate da Shakespeare, Bossuet, Stevenson, Apollinaire, Baudelaire, Iliade, Pascal, Racine, Montesquieu, Trotsky, De Gaulle ecc., ma anche da romanzi polizieschi, articoli di giornali, riviste di critica cinematografica, letteraria, teatrale ed architettonica (in una parola in un mix di cultura alta e bassa), interagiscono con foto dei principali protagonisti dell’Internazionale Lettrista, ma anche con un collage di Machiavelli, Retz, Hegel, Marx, Fourier, con fumetti, cartine topografiche, ecc.22
Il persistente valore creativo-poetico di questa singolarissima opera – da collocare nella vetta più alta dei “libri d’artista” dell’intero Novecento – è stato temporalmente garantito fino ai giorni nostri dall’apporto concertante dell’intervento grafico d’Asger Jorn, il quale, con i suoi vibranti inserimenti cromatici e segnici, è riuscito a conferire dinamismo e voce al tutto, dando corpo e anima alle raccomandazioni di Debord:
Je te demanderai des lignes colorées d’une assez grande complexité qui devront former la “strucrure portante”, comme on dit en architecture.23
Con la progressiva radicalizzazione della critica situazionistica alla società e la riscontrata non praticabilità di una “prassi artistica” che potesse far da leva al suo rovesciamento totale, anche il détournement acquisterà sempre più, nella sua forma e nel suo contenuto, i tratti salienti di un sovversivo linguaggio rivoluzionario, che metterà poi le ali alle parole d’ordine del Maggio francese.
In tal senso Raoul Vaneigem individua l’urgenza dell’elaborazione teorica di un “Manuale di détournement sovversivo” 24, mentre in uno dei più lucidi testi in proposito di Mustapha Khayati25, la pratica eversiva del détournement alimenterà l’alveo principale della critica radicale alla società, critica di pretta ascendenza marxiana:
Per salvare il pensiero di Marx, bisogna sempre precisarlo, correggerlo, riformularlo alla luce di cento anni di rafforzamento dell’alienazione e delle possibilità della sua negazione. Marx ha bisogno di essere traslato (détourné) da coloro che continuano questa strada storica e non di essere stupidamente citato dalle mille varietà di recuperatori. D’altra parte il pensiero del potere stesso diventa, nelle nostre mani, un’arma contro di esso. […] L’insubordinazione delle parole, da Rimbaud ai surrealisti, ha rivelato, in una fase sperimentale, che la critica teorica del mondo del potere è inseparabile da una pratica. […] Con Dada, è diventata un’assurdità credere che una parola è per sempre legata ad un’idea.[…] Ora, la realizzazione dell’arte, la poesia (nel senso situazionista) significa che non è possibile realizzarsi in un’«opera», ma, al contrario, realizzarsi tout court. […] Non c’è superamento senza realizzazione, e non si può realizzare l’arte senza realizzarla. […] La poesia moderna (sperimentale, permutazionale, spazialista, surrealista o neo-dadaista) è il contrario della poesia, il progetto artistico recuperato dal potere. Abolisce la poesia senza realizzarla; vive della sua autodistruzione permanente.26
Nello scusarci con il lettore per la lunghezza del precedente testo di Khayati – chiarificatore dell’ “intricato nodo” semantico, ideologico e critico separante la “citazione” dal détournement, e per essi, il progetto autenticamente moderno dell’auspicata rivoluzione sociale-esistenziale situazionista, nei confronti della controrivoluzionaria società postmoderna dei nostri giorni – ci si limiterà a segnalare, delle tesi 207-211 sviluppate da Guy Debord ne La società dello spettacolo, qualche telegrafica “espropriazione”: Il détournement è il contrario della citazione […] è il linguaggio fluido dell’anti-ideologia […] non ha fondato la sua causa su nulla di esterno alla sua pura verità come critica presente.27
Uno dei più riusciti ribaltamenti di senso della falsificante e manipolatrice pseudo-comunicazione massmediatica («Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso », Debord, tesi n. 9 de La società dello spettacolo), realizzato con il détournement fu messo in atto nel 1964 in Danimarca dall’artista situazionista J. V. Martin, con la diffusione di alcuni “fumetti sovversivi”, uno dei quali ritraeva la celebre modella Christeen Keeler, con la frase (conchiusa da una nuvoletta):
Come dice l’I. S., è molto più onorevole essere una puttana come me piuttosto che la sposa di quel fascita di Costantino.28
Come si può notare, la “violenza del linguaggio”, anche in questa occasione, non ha nulla da invidiare agli “incendiari” esordi post-lettristi e neo-situazionisti ricordati nelle pagine precedenti, con un Martin che fu querelato (ma assolto in fase istruttoria) per “offese alla morale e al buoncostume, erotismo, pornografia, attività antisociale, oltraggio allo Stato” in quanto:
L’immagine della celebre Khristine Keeler, che dichiara la propria evidente superiorità sulla principessa danese che aveva acconsentito a sposare re Costantino (giustamente qualificato come fascista prima che avesse dato prova di sé, la scorsa estate, contro la quasi totalità del popolo greco), comportava l’accusa supplementare di oltraggio alla famiglia reale danese.29
Dalla “inoffensiva violenza del linguaggio” dei situazionisti sino a qui evocata, all’ “offensiva rivoluzionaria” scatenata nel il Maggio ’68 con l’occupazione della Sorbona, gli scioperi selvaggi nelle fabbriche e le barricate erette in rue Gay- Lussac, il passo sarà breve.
I situazionisti furono i principali protagonisti del sommovimento sociale che scosse alla radice, per una quindicina di giorni, il consolidato assetto istituzionale ed economico del-la Francia prima, e di gran parte dell’Europa dopo. Le loro eversive idee, con la critica radicale al capitalismo avanzato, marciarono all’unisono con il tam tam degli slogans, delle parole d’ordine e dei fumetti leggibili-vedibili nelle scritte murali e nei volantini.
Sull’ultimo numero di internationale situationniste, Guy Debord, ripercorre analiticamente quegli eventi, non già per seppellirli, ma per “criticare il movimento di maggio e inaugurare la pratica della nuova epoca”:
Il “sorger del sole che, in un lampo, disegna in un attimo la forma del nuovo mondo”, lo si è visto, in questo mese di maggio in Francia, con le bandiere rosse e le bandiere nere ammischiate della democrazia operaia. Il seguito verrà ovunque. E se noi, in una certa misura, sul ritorno di questo movimento abbiamo scritto il nostro nome, non è per conservare qualche vantaggio o derivarne qualche autorità. Noi siamo sicuri di un esito soddisfacente della nostre attività: l’I. S. sarà superata.30
L’Internazionale Situazionista sarà definitivamente sciolta nel 1972. Dopo tale data, mentre Guy Debord continuerà fino alla morte la sua perenne, conflittuale guerra guerreggiata con il “diabolico gioco” del Kriegspiel31 “sublimato” con vari film, un’autobiografia incompleta e altri scritti, lo strapotere dello spettacolo (“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”), riassorbirà con i suoi mille e mille falsificanti e falsificatori tentacoli massmediatici, i bagliori rivoluzionari del Maggio ’68.
L’“eterno presente” sfociato ideologicamente, proprio agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, in quel (questo!) Postmoderno, la cui prima letale conseguenza è stata quella di essere riuscito a ridimensionare il “valore rammemorante” della stessa Storia. La post-histoir riscritta dai vincitori dell’antagonismo di classe (capitalisti nella più larga accezione) poggia alcune sue travi portanti nel Negazionismo (l’olocausto ed i campi di sterminio nazisti non sono mai esistiti) e nel revisionismo storico perseguito dalle forze conservatrici (di destra), particolarmente virulento ai giorni nostri sia in Francia che in Italia (si pensi alla rivisitazione in corso della stessa Resistenza, o alla rimozione forzata delle conquiste libertarie sessantottine).
Sotto l’angolazione squisitamente estetica, si è nel contempo assistito alla delegittimazione del détournement e delle sue implicazioni rivoluzionarie, con il “citazionismo”, edulcorato alter ego di civettuoli fraseggi instaurati da scrittori, artisti, architetti, musicisti e via dicendo, con gli affastellati giacimenti culturali accumulati dalla storia (s minuscola, ovviamente!).
Tanto per rimanere in Italia, si confrontino, per l’architettura, le posizioni teoriche a suo tempo espresse da Paolo Portoghesi, con l’urbanismo unitario e le città appassionanti dei situazionisti. Per la pittura, si rivada con la memoria, al fallimento ed alla deriva di quella Transavanguardia sponsorizzata dal critico Achille Bonito Oliva, storicamente risoltasi come una delle più brutte pagine “estetizzanti”, in malo modo “dipinte” dagli artisti aderenti33 (dal Rinascimento ai giorni nostri; anche in questo caso si ripercorra, al polo opposto, l’affascinante tragitto avanguardistico messo in atto dai situazionisti nel periodo 1952- inizi anni Sessanta, qui sinteticamente delineato).
Nonostante il ripiegamento estetico in corso, la lezione situazionista sulla potenziale azione destabilizzante del détornement sta avendo una inaspettata rivincita con l’avvento di internet e della multimedialità, criticamente esperibili da chiunque abbia mente e cuore aperti all’altro (gli ultimi della classista ed infernale scala sociale, in particolare). Perché, è bene ripeterlo con calda voce: Chi considera la vita dell’I. S. vi trova la storia della rivoluzione. Niente ha potuto renderla cattiva. 34

[Convegno multidisciplinare “I linguaggi del ’68”, Roma, 15/17 maggio 2008, Libera Università San Pio V, Facoltà d’interpretariato e Traduzioni].



Jorn, Manifesto del Maggio

Note

18 “L’industrializzazione della pittura […] appare quindi come un progresso tecnico che doveva intervenire senza più indugi. […] Nessuno ignora che i precedenti procedimenti di superamento e di distruzione dell’oggetto pittorico, si trattasse di un’astrazione spinta ai suoi limiti estremi (sulla via tracciata da Malevitch) o di una pittura deliberatamente sottoposta a preoccupazioni extraplastiche (per esempio l’opera di Magritte), non avevano potuto, da diversi decenni, uscire dallo stadio della ripetizione di una negazione artistica. […] Allo stadio ora raggiunto, che è quello della sperimentazione di nuove costruzioni collettive, di nuove sintesi, non è più tempo di combattere i valori del vecchio mondo con un rifiuto neodadaista. Conviene – sia che questi valori siano ideologici, plastici o anche finanziari – scatenare dappertutto l’inflazione” (Michèle Bernstein, dal testo della presentazione in catalogo Eloge de Pinot Gallizio).
19 “La pittura detournata di Asger Jorn è stata esposta il 6 maggio [1959, n. d. a.] alla Galleria Rive Gauche. Si trattava di venti quadri qualunque, parzialmente ridipinti da Jorn. I quadri originali, fatti in diversi paesi negli ultimi cent’anni, andavano dallo stile pompieristico all’impressionismo. Questa mostra […] è stata una forte dimostrazione delle tesi situazioniste sul détournement “ (potlatch, n. 1, n. s., 15 luglio 1959, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, op. cit.). Ritornerà più tardi su questa mostra e sul détournement Guy Debord scrivendo tra l’altro:“C’è un senso storico del détournement. Qual è? Il détournement è un gioco dovuto alla capacità di devalorizzazione, scrive Jorn, nel suo studio Peinture détournée (maggio 1959) ed aggiunge che tutti gli elementi del passato culturale devono essere “reivestiti” o scomparire. Il détournement si rivela così innanzitutto come la negazione del valore dell’organizzazione precedente dell’espressione. Nasce e si rafforza sempre più nel periodo storico del deperimento dell’espressione artistica. Ma, contemporaneamente, i tentativi di riutilizzo del “blocco détournable” come materiale per un altro insieme esprimono la ricerca di una costruzione più vasta ad un livello di riferimento superiore, come una nuova unità monetaria della creazione” (internazionale situationniste, n. 3. op. cit., ora in internazionale situazionista 1958-1969, op. cit.
20 “Ogni nuovo ordine è considerato come un disordine e trattato come tale. I primi tentativi di “Metagrafia Liberata” furono effettuati da G.-E. Debord e da me durante l’autunno 1951. […] Più generalmente impiegata sotto la denominazione tronca di “metagrafia”, l’ecometagrafia è la disciplina che considera l’arte metagrafica come una branca dell’economia, e la sua opera come un semplice bene scambiato con altri beni in un circuito integrale di merci. Il nostro scopo era di renderla volatile e di allargare il suo campo attraverso la volontà stessa dell’immagine, e non mediante un capriccio sperimentale” (Jacques Fillon, Ogni ordine nuovo, potlatch n. 17, 24 fèvrier 1955, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, op. cit.). Sempre su potlatch, sarà poi rilevato il fallimento degli obiettivi di cui sopra: “Le diverse realizzazioni delle metagrafie che si propongono di integrare teoricamente in un’unica scrittura tutti gli elementi il cui significato può servire, sono state, fino ad ora totalmente insufficienti. Pare che si debba attribuire questo stallo provvisorio alla preoccupazione continuamente esibita di “fare bozzetti di manifesti”, che ha imposto alla fine o un caos illeggibile, o una forma degenerata del vecchio collage” (potlatch, n. 24, 24 novembre 1955, ora in potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, op. cit.).
21 Asger Jorn, Fin de Copenhauge, édité par le Bauhaus Imaginiste, 1957 (sul frontespizio il nome di G.-E. Debord figura come “Conseiller technique pour le détournement”).
22 Un elenco dettagliato delle fonti è stato stilato da Debord nel 1988, ora leggibile in Guy Debord, OEuvres, Quarto Gallimard, Paris, 2006, pp. 427- 444.
23 Ivi, p. 375.
24 internationale situationniste, n. 10, mars 1966, ora in internationale situazionista 1958-1969, op. cit.
25 Mustapha Khayati, Les mots captifs (Préface à un dictionnaire situationniste), in international situationniste, n. 10, op. cit., ora in internazionale situazioni sta 1958-1969, op. cit. 102
26 Ibidem.
27 Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini, Castoldi, Dalai, 2001-2002, pp. 174-175.
28 Il fumetto fotografico è riprodotto in internationale situationniste, n. 9, août 1964, ora in internazionale situazionista 1958-1969, op. cit. “La famosa foto attribuita a Tony Armstrong” – così recita la descrizione del fumetto – in effetti faceva parte di un servizio fotografico di Lewis Morley. “All’epoca dello scandalo Profumo nel 1963, la Keeler posò per un servizio fotografico che divenne famoso. Le foto, fatte con Lewis Morley, servivano per promuovere un film,. Lo scandalo Keeler, che non fu mai distribuito. La Keeler firmò alla leggera un contratto che richiedeva di posare nuda per foto pubblicitarie. La Keeler era renitente a continuare, ma il produttore del film insistette, così Morley la persuase a sedersi dietro una sedia di modo che tecnicamente fosse nuda, ma lo schienale della sedia nascondesse la gran parte del suo corpo”. La miscela esplosiva del détournement aveva fatto da detonatore al successivo “rimbalzo massmediatico” situazionista.
29 internazionale situationniste, n. 10, op. cit.
30 Guy Debord, Le commencement d’une èpoque, internationale situationniste, n.12, op. cit., ora in internazionale situazioni sta 1958-1969, op. cit.
31 "I giochi di guerra sono la continuazione della politica con altri mezzi". Questa piccola correzione alla massima del generale Carl von Clausewitz non la dobbiamo ai programmatori di America's Army, il war game elettronico commissionato e diffuso nel 2002 dal governo statunitense per reclutare nuove leve, ma a una fonte decisamente insospettabile: il situazionista Guy Debord, autore della Società dello spettacolo (1967). Negli stessi anni in cui componeva l'incendiario e profetico libro-manifesto destinato a infiammare il maggio parigino, Debord lavorava minuziosamente a un progetto in apparenza minore, persuaso tuttavia – lo confessa in Panegirico – che si trattasse della sola sua opera a cui i posteri avrebbero tributato qualche onore: il gioco da tavolo di strategia militare Kriegspiel, ispirato all'omonimo gioco che il luogotenente von Reisswitz creò nel 1824 per addestrare gli ufficiali dell'esercito prussiano. Kriegspiel, in tedesco "gioco di guerra", ha avuto una gestazione quarantennale: concepito da Debord già negli anni cinquanta (al tempo in cui il cineasta francese Albert Lamorisse ideava il popolarissimo Risiko), fu sviluppato nel decennio successivo, poi pubblicato nel 1978 in una lussuosa edizione limitata con pedine di rame laccate in argento, infine diffuso in forma più economica nel 1987 e illustrato nel libro Le jeu de la guerre, che Debord scrisse con la moglie Alice Becker-Ho (Guido Vitiello, MediaZone, maggio 2008).
32 Guy Debord., Commentari alla società dello spettacolo, Baldini, Castoldi, Dalai, 2001-2002, p. 196.
33 Sull’argomento, si rimanda alla lettura di Antonio Gasbarrini, Nino Gagliardi:l’immagine corrotta, L’Aquila, Marcello Ferri Editore, 1982, pp. 127-128.34 Guy Debord - Gianfranco Sanguinetti, Thèses sur l’Internationale situationniste et son temps [1972], ora in Guy Debord, OEuvres, op. cit. La citazione è stata tratta da AA.VV. I situazionisti e la loro storia, manifesto libri, Roma 1999, p. 98. Come precisa una nota dell’editore francese, la firma comune di Guy Debord è stata voluta per solidarietà al situazionista italiano, espulso dalla Francia con decreto del ministro dell’Interno, il 21 luglio 1971.

(Da: Tracce, Rivista multimediale di critica radicale, n.29. Autunno 2009)



venerdì 29 gennaio 2010

Lo Lugarn, revue du Parti de la Nation Occitane


Per una Occitània federala e democratica


Occitanie. Lo Lugarn N°99 vient de paraître

Voici le numéro 99 de "Lo Lugarn", revue du PNO (Parti de la Nation Occitane).

Vous pouvez le télécharger gratuitement.
Vos commentaires seront les biens venus.
Bonne lecture.



http://lo.lugarn-pno.over-blog.org/

giovedì 28 gennaio 2010

Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli




Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli

Domenica 31 gennaio alle 16.30 a San Biagio della Cima, presso il Centro polivalente Le Rose, nell'ambito delle iniziative relative al Premio Internazionale Frontiere-Biamonti Giorgio Bertone presenterà il volume La Tana degli Alberibelli (Longanesi, 2009) di Marino Magliani, vincitore del Premio “Pagine di Liguria”.
Quinto romanzo dello scrittore imperiese, La Tana degli Alberibelli racconta, con l'andamento appassionante del giallo d'autore, di un mistero che poco a poco si dipana tra ricordi della guerra partigiana, corruzione politica, affarismo e criminalità organizzata, offrendoci un'immagine vivissima del Ponente ligure e dell'Italia di oggi.
Ne riportiamo l'inizio, seguito da un articolo in cui l'autore racconta la genesi del romanzo.

La Tana degli Alberibelli
Incipit


Al largo della costa ligure, 19 febbraio 2008

La citta’ spariva dalla vista, inghiottita dai flutti, e riemergeva dopo qualche istante.
La sovrastava il vecchio borgo, resti gialli di mura di cinta e una ragnatela di palazzi moderni, qualche palma sbattuta, un convento pieno di logge.
L’uomo chiuso nella mantellina remava verso levante, controvento, guardando davanti a se´, la cima del molo. L’appuntamento era lassu’, sull’ultima panchina. Ma non si era fidato. Per questo era sul gozzo.
Appena le onde gli rotolarono al fianco, lascio’ i remi, s’abbasso’ il cappuccio e prese il binocolo nello zainetto. Per guardare meglio si era alzato. Si asciugo’ la faccia e punto’ l’imboccatura del molo. I soliti pensionati passeggiavano a ridosso. Oltre, il muraglione spartivento era deserto. Anche dalle parti del faro e tra gli scogli, era tutto tranquillo. Con il binocolo seguı’ orizzontalmente l’intera struttura fino alla panchina in cima. La’ noto’ una figura. Era certamente lui. Sentı’ il sudore colare caldo lungo la schiena, le braccia e il volto si rilassarono, si risedette sul banco del gozzo e attese. Dopo un po’ guardo’ l’ora, cerco’ il cellulare e chiamo’ di nuovo.
« Sto arrivando. Scendo ora la scalinata di Santaleula… Mi bastano pochi minuti, ripeto: indosso un giubbotto nero e un cappellino rosso della Ferrari.»
« Sono gia’ qui », fu la risposta.
« In cima? »
« Vedi solo me. »
« Bene. »
Spense e riprese il binocolo. La figura s’era alzata dalla panchina e s’era rivolta alla costa. Dalla citta’ si levavano rumori di traffico, sirene. Sul molo e sul mare, non giungeva quasi nulla.
Santaleula. La citta’ col porto turistico che sarebbe diventato il piu’ grande del Mediterraneo. Gli occhi ci avrebbero fatto l’abitudine, come si impara a collegare a una bocca un sigaro, una barba a una faccia. Controllo’ di nuovo l’imboccatura del molo. I rimbalzi rendevano instabili anche le mani. ”Ora deve arrivare…”
Perse il punto d’imboccatura e, quando lo ritrovo’, vide che era apparso qualcuno. Andatura da giovane. Era risalito per la scaletta e avanzava sul muraglione spartivento, vestito di scuro. Di che colore fosse il cappello, ne´ se l’aveva in testa, non poteva dirlo, ma era lui. Non poteva che essere lui. Non era un giorno da passeggiate sul molo.
L’aveva convinto solo un paio di giorni prima, l’aveva conosciuto a Sanremo, al casino’. Duecento euro al momento piu’ le spese e duemila a lavoro fatto. La consegna di foto di corna. Gli aveva fornito gli indumenti per farsi riconoscere. Il giovanotto aveva accettato, s’era provato il cappellino fin da subito, senza fare domande. Assieme ai duecento aveva preso la busta delle foto e l’aveva tastata. Prima di sera sarebbe tornato al casino’. Adesso, camminava ben visibile, sul muraglione, cappellino in testa e giubbotto nero.
L’uomo sulla barca non aveva piu’ dubbi. Mancava ancora una cosa, la piu’ importante, fra poco avrebbe verificato anche quella.
E, se non era una trappola, avrebbe remato ancora un po’ e accostato. Poi si sarebbe fatto vivo con una seconda telefonata… Il binocolo slitto’ in cima. La persona dalle parti della panchina attendeva. Forse a questo punto aveva riconosciuto il cappellino rosso.
”Sì, a questo punto ha visto che stai arrivando…”
Guardo’ verso l’imboccatura del molo… Tutto tranquillo. Si rilasso’, si chino’ a riempire d’acqua salata l’incavo della mano e si bagno’ la faccia fin dentro le narici. Poi prese a remare, avvicinandosi ancora un po’ agli scogli. Ora ne distingueva a occhio nudo il colore e le scalette, i lampioni… Il colore di un cappello no.
Binocolo. Imboccatura… Un movimento. Una macchina s’era fermata alla sbarra. Erano scesi in tre. Potevano essere operai del porto.
Si accorse che succedeva dell’altro anche dalle parti del faro, un paio di persone, sbucate fuori come dal nulla dagli scogli, andavano incontro al passeggiatore solitario. I tre all’inizio avevano allungato il passo, le distanze si accorciavano. Il passeggiatore venne fermato all’altezza di una scaletta, e fatto scendere tra gli scogli…
L’uomo sul gozzo non ci guardava da tempo, aveva invertito la rotta, tirato i remi in barca e acceso il motore. Non punto’ subito la costa, il piano a cui aveva pensato in caso di fuga, prevedeva di oltrepassare l’ansa della Foce e guadagnare la spiaggia di ciottoli sotto l’Aurelia. La’ aveva lasciato la moto.
Con una mano, senza abbandonare il timone, prese il telefono e chiamo’.
« Mi aspettavano. » Non aggiunse altro.
Un rumore alle sue spalle. Aumentava e copriva tutto. Mollo’ il timone, tolse la pistola dallo zainetto pieno di fogli, l’appesantı’ con un pezzo di tubo di ferro che era sugli assi e lo getto’ in mare. Lo zainetto sparı’ nei flutti. Aggiusto’ la rotta verso la costa, puntando definitivamente la Foce e le palme delle Ratteghe.
A mezz’aria, l’elicottero viro’ e seguı’ la rotta dei gabbiani che penetravano la vallata.

Marino Magliani

Genesi di una storia

Una donna, ecco cosa mancava alla storia che stavo scrivendo. Era una storia sul tradimento, una parola che si sente spesso in Liguria, ma non il solito tradimento tra un uomo e una donna, in Liguria il tradimento è una cosa che riguarda sostanze, i possedimenti, si sa dai, toccagli tutto a un Ligure dell'interno, ma non toccargli la roba. Per questo se gli tocchi la roba è tradimento. Volevo scrivere di una donna tradita dai suoi fratelli, una donna buona, e perché era buona derubata della sua parte di eredità. Per farlo dovevo scrivere di un testamento falsificato, storia di una donna che apparteneva alla piccola borghesia proletaria e che aveva faticato fino ai trent'anni nel suo con suo padre e sua madre, i fratelli e le sorelle. Ma poi padre e madre erano morti e la roba se l'erano divisi fratelli e sorelle. Testamenti falsificati, si è detto, bisogno di perizie di grafie, denunce, la donna aveva solo pianto e non aveva denunciato. E così lei, la donna tradita, alla fine era dovuta andare in giornata, e ogni giorno passava davanti alle case che non possedeva più, in mezzo alle terre che non possedeva, e ci passava per andare in giornata da altri.. Ogni giorno il cosmo le chiedeva di perdonare i suoi fratelli. La donna tradita che volevo narrare aveva perdonato, era una donna che non insultava mai nessuno, che non si lamentava mai, che se poteva dava una mano ai più bisognosi di lei, una donna che lavava le lenzuola dei poveri e faceva le iniezioni ai malati.
Questa storia non l'ho scritta, troppe volte avrei calcato la mano sulla tastiera, troppe volte avrei dovuto cambiar tastiera.
Ho finito per scrivere un romanzo sulla Resistenza e su un territorio pubblico regalato a un monopolio, a un cartello, a una scatola cinese. Storie di ingiustizie come quella della donna tradita. Ecco che alla fine avevo lo stesso la mia storia di tradimenti. Ma una donna. Ecco cosa mancava ancora alla storia che avevo scritto. Un giorno, mentre leggevo un blog che seguo quotidianamente, ImperiaParla, un posto dove si respira il salino delle mie spiagge, lessi di una donna che durante la guerra civile aveva fatto la spia, era successo in montagna, questa donna aveva ascoltato, visto e annotato e quand'era tornata coi suoi, nelle questure e nei covi saloini, la Resistenza aveva subito duri colpi, nascondigli scoperti, imboscate, esecuzioni. Lei partecipava alle punizioni, ma tornava nell'entroterra con un cappuccio in testa. La chiamavano la donna velata. Era la donna che serviva alla mia storia.

(Da: New Magazine Imperia - marzo/aprile 2009)



Marino Magliani
La Tana degli Alberibelli
Longanesi 2009



mercoledì 27 gennaio 2010

Per non dimenticare: Guido Seborga, Il figlio di Caino


In partenza per la Germania , settembre 1943


Per non dimenticare

Guido Seborga

Il figlio di Caino


Nel luglio 1949 Guido Seborga pubblica nella prestigiosa collana "La Medusa" dell'editore Mondadori Il figlio di Caino, dove con straordinaria forza evocativa tratta della guerra partigiana con un linguaggio che è un misto di prosa e poesia e riprende il canone classico della tragedia greca. Il romanzo, una narrazione corale della nascita del movimento partigiano nell'estremo Ponente ligure, dedica una pagina molto bella al passaggio nella stazione di Ventimiglia dei treni piombati diretti in Germania e carichi di ebrei e di soldati italiani rastrellati.
La riproponiamo qui di seguito, ringraziando Laura Hess Seborga per la preziosa collaborazione.

“……………………………
Ma Taggiasco non l'ascoltava
voleva parlare È orribile
orribile hanno fermato i treni
bloccato le stazioni
……………………
li chiudono nei vagoni
li deportano in Germania.
Lunghi treni di agonizzanti
e di moribondi! Luca esclamò
………………………………..
A Ventimiglia due vagoni chiusi
fermi in stazione rigurgitanti
prigionieri che imprecano
urlano e alti lamenti
Luca chiese Hai studiato la situazione
c'è possibilità di salvarli?
I tedeschi armatissimi sorvegliano
costantemente i vagoni
……………………………………….
Renato ordinò Gli uomini di Luca
possono entrare in azione
ma prima Luca deve fare un sopraluogo
………………………………………

Camminava senza peso velocemente
poi si trovò a dover attraversare
uno spiazzo aperto
abbandonare il lato protetto della collina
e portarsi al centro
non era facile senza farsi vedere
pensò che in tasca non aveva documenti
se lo avessero preso era spacciato
e intanto cominciava a distinguere
il movimento di Ventimig1ia e la stazione
e vide presso una grossa cisterna
un gruppo di grigi tedeschi in bivacco
con mitragliatrici puntate
………………………………………
Come avanzare senza farsi vedere?
Tutta la stazione era sotto controllo
in mano dei tedeschi che avevano sparso
intorno gruppi d'uomini coi mitra
e c'erano treni e c'erano i vagoni
soltanto non gli riusciva ancora di vedere
i vagoni che avrebbe dovuto liberare
Come fare ad avvicinarsi?
Si coperse dietro un muretto che cintava un orto
e si sentiva sconfitto
doveva escogitare un modo qualsiasi
per superare lo spiazzo
e raggiungere la stazione
…………………………………………………….
un'invisibile rana gracchiava monotona
tutto il resto era sole e silenzio
e muri e case calcinate di sole
anche quelle piccole casette
sparpagliate nel tratto di pianura
prima della città prima delle macerie
non erano che muri non faceva che ammirare
i cocci verdi di bottiglia
gli sterpi del sentierino
le pietre e il tempo si fermava
non gli veniva in mente nessuna idea
………………………………………….
senza bere senza mangiare
li picchiano li torturano li uccidono
Luca pensò che era meglio non perdere
tempo Svestiti svelto disse mi prendo la tua divisa
infila i miei abiti se vuoi
erano stretti per lui gl'indumenti
del ferroviere maniche corte
il berretto non gli entrava in testa
il ferroviere consigliò
di prenderlo lo stesso
…………………………………………………..
con passo calmo e come nulla fosse
attraversò lo spiazzo aperto
i tedeschi non si mossero
la sua divisa aveva funzionato
si sentì più leggero si diresse
con decisione verso Ventimiglia
osservava le case distrutte
dai bombardamenti i cumuli di macerie
i caseggiati sventrati anche la stazione
era danneggiata squallida
qualche binario divelto
entrò nella stazione vide
i due vagoni piombati
carri per bestiame dalle grate strette
si scorgevano teste pallide urlanti
come avrebbe fatto per far uscire
quei disgraziati uomini?
Alcuni sporgevano le mani
fuori dalle finestrine
Acqua dicevano
sete dicevano
fame dicevano
E nessuno faceva qualcosa per loro
i ferrovieri lavoravano guardinghi
smarriti pronti a tagliare la corda
ad ogni evenienza
i tedeschi facevano la guardia
con i mitra spianati
con le divise mimetizzate gli elmi
sembravano bestie preistoriche
giunte chissà da quale strano mondo
non si occuparono di lui
temette che qualche ferroviere traditore
potesse indagare sul suo conto
erano giornate in cui molti soldati
chiedevano abiti borghesi alla popolazione
e cercavano di raggiungere le loro case
Comparve un ufficiale tedesco
parlò col capostazione
i tedeschi cominciarono a passarsi
ordini Hep dicevano
e tutti scattavano
Hep Hep urlavano
e tutti scattavano
a forza di hep la macchina militare teutonica
si metteva a funzionare anche troppo bene
Hep Hep Hep
era un hep continuo
dall'ufficiale al graduato al soldato
tutti scattavano come molle
o burattini di ferro
dalle gambe rigide
dagli occhi freddi gelidi
……………………………
Hep Hep Hep Hep Hep e così via
maledizione forse un giorno m'avrete
ma prima ne avrò accoppati parecchi!
Comprese con raccapriccio
cosa significavano quegli ordini
stavano facendo partire i vagoni giunse una locomotiva
un ferroviere passandogli vicino disse
con voce costernata È giunto l'ordine
di partire per quei poveretti
I lamenti e le urla si fecero strazianti
molti dalle piccole grate chiedevano
acqua erano ore che stavano al sole
soffocante della stazione
pigiati in quei vagoni piombati
schiacciati gli uni contro gli altri
Luca sentì il suo ventre rivoltarsi
e voglia d'aggredire
ma capì d'essere impotente
frenò un urlo di collera
collera ardente e voglia di combattere
quali uomini potevano rimanere neutrali
e guardare indifferenti simili crudeltà
la vita non valeva più nulla
se non si lottava collera e lotta
per ritrovare la vita
sangue e morte per ritrovare la vita
questa era la nuova legge oscura
che nasceva dalla triste realtà delle cose
questa era libertà questa era giustizia
Il piccolo treno era formato stava per partire
non c'era più nulla da tentare
ora ma l'indomani sarebbe nato
con la rivolta di quelli che non tolleravano
atrocità e violazioni
I lamenti si moltiplicavano
mani uscivano tra le sbarre dei finestrini
s'intravvedevano visi pallidi e tormentati
Hep Hep Hep
gli ordini continuavano
era questione di minuti
il treno della morte
stava per passare di fronte
ai suoi occhi attoniti senza speranza
Vide con stupore una donna
avvicinarsi ai vagoni con un fiasco
gocciolante d'acqua fresca
la donna s'avvicinava ai vagoni calma
non aveva scarpe ma grandi piedi nudi
e la sottana di stoffa ordinaria sporca
lunga e ampia non era più giovane
forse una madre
era una donna
giunta vicinissima ai vagoni
avendo un fiasco solo
di fronte a tante mani alzate per afferrarlo
ella esitava
quando come si fosse decisa
fece per porgere il fiasco
si udirono degli Hep più forti e bduini
poi scariche violente d'armi da fuoco
il fiasco andò in aria a pezzetti
l'acqua formò una macchia umida
sulla terra secca e polverosa
più alti furono i lamenti dei prigionieri
e la donna la donna che era una donna
giaceva al suolo stroncata dalla raffica
Hep Hep Hep
l'avevano freddata
il treno partiva
La testa della donna in una pozza di sangue
il binario vuoto sotto il sole infuocato
ancora nelle orecchie
il lamento dei deportati
e nel ventre nel cuore un gran caldo
dopo il gelo alla schiena
come se la raffica avesse toccato pure lui
caldo nel ventre nel cuore nelle braccia
caldo sotto il sole che spaccava le pietre
e rendeva ancora più rossiccia polverosa
deserta la stazione caldo nel cuore
per la prossima azione liberatrice
Luca comprese che doveva andarsene
al più presto senza lasciare traccia
voleva raggiungere il capo i compagni
spiegar loro l'accaduto combinare insieme
qualcosa di grosso di decisivo
andava svelto per attraversare lo spiazzo
scoperto e risalire la collina verso il Sasso
tra gli ulivi dalle foglioline argentee
che lasciavano vedere il cido azzurro
o aveva bisogno di cido e del silenzio
della natura dopo i momenti passati
Cercheranno di salire anche quassù
pensò non appena si saranno sistemati
sul litorale ma qui tra alberi e colline
tra siepi e filari avremo buon gioco
camminava svelto e il suo cervello
lavorava di fantasia gli pareva
che tutti gl'italiani in poco tempo
dovevano diventare patrioti
perché gl'italiani non erano scaltri
vili stupidi come molti asserivano
ma giusti e fieri uomini erano!
…………………………………."

(Da: Guido Seborga, Il figlio di Caino, Mondadori 1948)

martedì 26 gennaio 2010

Giorno della Memoria o giorno dell'ipocrisia?

Manifesti antisemiti

Giorgio Amico

Giorno della Memoria o giorno dell'ipocrisia? 

Domani, 27 gennaio, si celebra il Giorno della Memoria. Salvo poche eccezioni, il coro è unanime: la Shoah rappresenta il male assoluto, una mostruosità che non deve mai più ripetersi. Tutto molto giusto e rassicurante. Ma siamo poi sicuri che sia veramente così per tutti? So che a qualcuno non piacerà leggerlo, ma io penso di no. Celebrare la Giornata della Memoria parlando del passato senza guardare all'oggi e alle minacce di distruzione rivolte a Israele, senza denunciare il risorgere virulento di un antisemitismo spesso spacciato per antimperialismo e la ripresa anche a sinistra di argomenti che hanno la loro origine nei “Protocolli dei Savi di Sion”, rischia di ridursi alla meccanica ripetizione di un rito buono solo a lavare la coscienza di chi non vuol vedere. Non sono un sostenitore della politica dell'attuale governo israeliano, come non condivido molte delle scelte fatte dopo la guerra dei sei giorni che hanno contribuito all'incancrenirsi della situazione. Non amo la guerra e non approvo la violenza, soprattutto se si scarica su civili inermi. Ma so ancora riconoscere un paese democratico e Israele lo è.
E allora, alcune domande vengono spontanee: Come celebreranno domani il Giorno della Memoria Marco Ferrando e il Partito Comunista dei Lavoratori che si dichiarano "Per la distruzione rivoluzionaria dello stato sionista", come se Israele fosse un'astrazione e non otto milioni di uomini e donne in carne e ossa ? Come si sentono alla vigilia del Giorno della Memoria i fans di Fulvio Grimaldi che sul suo blog pubblica affermazioni apertamente antisemite come questa: "Dietro lo sterminio ebraico per opera dei nazisti si accumulava un malessere antisemita giustificato dai traffici leciti, illeciti, occulti,di RICCHI ebrei." ?
Cosa pensa alla vigilia del Giorno della Memoria chi sostiene il boicottaggio di Israele e non ha mai detto una parola su Russia (Cecenia), Cina (Tibet), Turchia e Iran (Curdi), Sudan (Darfour), ecc. ecc. ecc. ?
Cosa pensano veramente della Shoah i tanti amici (di destra e di sinistra) dell'Iran di Ahmadinejad e di Hamas?
Forse più che di Giorno della Memoria si dovrebbe parlare di Giorno dell'Ipocrisia. O forse per molti, che pure rifiuterebbero inorriditi l'etichetta di antisemiti, gli ebrei diventano degni di considerazione solo quando si lasciano massacrare senza reagire.

Per non dimenticare: I campi di concentramento in Liguria

Per non dimenticare
venerdì 29 gennaio 2010
ore 17.oo
Sala Rossa
Comune di Savona
Presentazione del libro
I campi di concentramento in Liguria

E' nato "Fiammifero", organo dell'Assessorato alla Cultura di Carcare



Il 22 gennaio è uscito FIAMMIFERO, a cura dell'Assessorato alla Cultura e Promozione Turistica del Comune di Carcare. Testi di Enrica Bertone e Grafica di Interlink di Lorenza Vimercati
Il giornale, stampato in 1500 copie e distribuito gratuitamente ai cittadini di Carcare, è consultabile in formato elettronico sul sito
www.ilfiammifero.wordpress.com

Qui di seguito riportiamo una breve intervista a Christian De Vecchi, Assessore alla Cultura del Comune di Carcare:



Perchè nasce "Fiammifero"?

"Fiammifero è nato per far circolare informazioni, per "accendere" fra i carcaresi un rinnovato interesse per quanto accade in città, per far aumentare la partecipazione.

"Fiammifero" sarà solo un foglio di informazione?

No. Pensiamo al giornale come a una sede di approfondimento culturale rivolto soprattutto a far riscoprire quei luoghi e quegli spazi che ci appartengono, che fanno parte della nostra storia, ma che spesso non sono adeguatamente conosciuti.

A chi si rivolge "Fiammifero"?

"Fiammifero" si rivolge a tutti i cittadini di Carcare, ma vuole avere un occhio di riguardo per i giovani. D'altronde è fatto da giovani. Vogliamo stimolare curiosità e domande, far crescere interessi e partecipazione. Insomma, pensiamo non a un bollettino, ma a un giornale vero, capace di incuriosire, di far riflettere. Un giornale che informi su ciò che avviene di significativo a livello culturale in città, attorno a cui possa crescere partecipazione e impegno, si possano costruire iniziative.

Una prospettiva ambiziosa

Più che ambiziosa concreta. Vogliamo far vedere da vicino, soprattutto ai giovani, che si può cambiare, basta impegnarsi. Un cambiamento fatto di tanti piccoli passi, giorno dopo giorno, senza fermarsi. Un cambiamente magari immediatamente poco percepibile, ma in prospettiva vincente ed appagante.

Grazie ed auguri


SOMMARIO DEL PRIMO NUMERO

PAESAGGI VALBORMIDESI
ANTICA FIERA DEL BESTIAME
CONSIGLIO DI BIBLIOTECA
UNIVALBORMIDA
CHE NE SA LA LUNA DEI FALO’
STAGIONE TEATRALE 2009/2010
INTERVENTI DI RECUPERO NEL SOTTOTETTO
QUINTA SALA PER IL MUSEO BARRILI
FINANZIAMENTI PER “L’ARCHIVIO STORICO BARRILI”
SERATA FUTURISTA
LE IDENTITA’ CHE FANNO CRESCERE CARCARE

La rivoluzione della "Reklame". Dannunzianesimo, futurismi e anarchia (1920-1945)


E. Carboni, Copertina della rivista
"L'Ufficio Moderno" (1933)




I Poeti del Mercato

Quando la cultura incontra la pubblicità

Testi, immagini, parole, per raccontare gli incontri che scrittori e poeti, insieme ad artisti e grafici, hanno avuto nell’arco di un secolo con il mondo della produzione e il mercato. Un’avventura culturale che ha coinvolto nel suo dipanarsi nomi illustri e sollecitato dispute, condanne, entusiasmi, sempre all’insegna di un dibattito tuttora inconcluso.

Il progetto, ideato dalla Fondazione Mario Novaro in collaborazione con il Teatro Stabile di Genova, si sviluppa nel corso di cinque incontri, nel Foyer del Teatro della Corte (Piazza Borgo Pila), al venerdì, ore 17.30.


Venerdì 29 gennaio, a cura di Claudio Bertieri, si terrà il secondo incontro che ha per titolo:

LA RIVOLUZIONE DELLA “REKLAME”

dannunzianesimo, futurismi e autarchia (1920-1945)

Si parlerà del periodo tra le due guerre mondiali, quando evidente e massiccia si è mostrata l’influenza delle diverse avanguardie novecentesche: dal futurismo marinettiano al fauvismo, dal Die Brücke al surrealismo di Dalì. Un insieme di testimonianze che rendono evidente come l’arte pubblicitaria sia stata recepita dal mondo degli intellettuali, e come esso abbia trasmesso al manifesto suggerimenti e sistemi narrativi. Da Depero, quindi, a D’Annunzio, da Da Verona a Vittorini, da Sinisgalli a Munari. Autori tutti del sostanziale progresso che la pubblicità italiana ha mostrato attraverso opere di geniale struttura grafico-letteraria.


La conferenza sarà accompagnata dalla proiezione di immagini
Ingresso libero

lunedì 25 gennaio 2010

Corsi di Cultura e Lingua Occitana on line



Corsi di Cultura e Lingua Occitana on line
Primavera 2010


Ripartono nella primavera 2010 i corsi di lingua e cultura occitana on line realizzati da Espaci Occitan, giunti ormai alla settima edizione. Sono previsti tre livelli, che verranno erogati a partire da martedì 2 marzo con termine il 30 giugno.

CORSO DI CULTURA E LINGUA OCCITANA I LIVELLO
Il primo livello prevede un corso di alfabetizzazione di base con elementi di letto-scrittura, grammatica, ortografia svolto in modalità on line. Aperto ad operatori di uffici turistici, insegnanti, dipendenti di pubbliche amministrazioni e semplici appassionati, anche se non occitanofoni o residenti in località occitano alpine, prevede l’erogazione di 6 lezioni on line dotate di schede grammaticali, file audio, dizionario di base, esercizi e test di valutazione.

CORSO DI CULTURA E LINGUA OCCITANA II LIVELLO
Il secondo livello, finalizzato al conseguimento di una maggior capacità espressiva in forma scritta e orale, attraverso il perfezionamento delle regole grammaticali e lo studio di terminologie specialistiche, è aperto a coloro che hanno completato il piano di studi del Corso di I livello. Prevede 6 lezioni on line dotate di schede grammaticali, file audio, dizionario di base, esercizi e test di valutazione.

CORSO DI CULTURA E LINGUA OCCITANA III LIVELLO
Il terzo livello è finalizzato al perfezionamento delle regole grammaticali e allo studio di terminologie specialistiche, ed aperto a coloro che hanno completato il piano di studi del Corso di II livello. Prevede 4 lezioni on line dotate di schede grammaticali, file audio, dizionario di base, esercizi e test di valutazione.

I corsi sono interamente gratuiti ed è possibile iscriversi a partire da martedì 2 sino a venerdì 19 febbraio 2010 tramite il sito internet www.espaci-occitan.org selezionando la voce Corsi di lingua.

Per informazioni contattare la Segreteria di Espaci Occitan dal martedì al venerdì in orario 9-12 e 14.30-17, tel. 0171 904075, segreteria@espaci-occitan.org



domenica 24 gennaio 2010

Guido Seborga, E' arrivato "Ulisse"


Guido Seborga

Oltre che giornalista, romanziere, poeta, drammaturgo e pittore, Guido Seborga fu anche attento osservatore dei fenomeni letterari del suo tempo. Formatosi a Parigi a contatto con quanto di più avanzato il movimento surrealista stava esprimendo, egli si trovò sempre un po' a disagio negli ambienti letterari nostrani così tanto ancora intrisi di provincialismo. Non lo nascose e non gli fu perdonato.

Guido Seborga

E' arrivato “Ulisse”


(...) In inglese, in francese questo testo ci ha tormentati quando eravamo giovani. Joyce ad un certo punto ha cercato di giocare un po' la parte, che Picasso ebbe nella pittura, per il romanzo. Un passaggio obbligato, un'esperienza insostituibile e un fenomeno decisivo.
Ma oggi ancora meglio di prima vediamo che non si tratta di due fenomeni analoghi o lo sono solo in apparenza nella distruzione della forma. Picasso la distrugge sino a mutare profondamente il contenuto, basti pensare a Guernica; non per nulla vicino a lui, ed in numerose piccole pubblicazioni di gusto, che spesso non sono giunte in Italia, ci fu un poeta della qualità di Eluard uniti da un'amicizia intellettuale ed umana per anni.
Joyce non mutò il contenuto come Picasso, come Eluard, ma restò ad un mondo decisamente ottocentesco, come Eliot, come Hemingway, ma fu anche il più grande di tutti, anzi forse il solo grande ed inimitabile. Con il suo Ulisse, che in verità nella sostanza del contenuto è assai più un Amleto ottocentesco che un Ulisse, con la sua superiore mistificazione che esauriva, senza la minima ripresa, il mondo ottocentesco borghese, per non dire dei suoi mirabili racconti che Hemingway tanto imitò, ma volgarizzandoli molto spesso sul piano di un giornalismo cosmopolita piuttosto banale, e che già ci accorgiamo, assai poco resiste al tempo.
Pound con la sua ginnastica virtuosa sino al parossismo, perse ogni presenza umana, divenne astratto sino a non comprendere più la realtà della vita, e si perse, non per nulla oggi certi poetucoli d'imitazione ne fanno cosa quasi ridicola e pensano di poter far poesia con i loro piccoli ricalchi astratteggianti, del tutto privi di una situazione di vita nuova, piccola letteraturina per provinciali in ritardo che vogliono aggiornarsi, ed hanno perduto le radici con la vita e la conoscenza del paese, della realtà tutta. Scambiano il loro breve cosmopolitismo con realtà e novità di parola.
Eliot resta un alto fenomeno di poesia realmente cristiana, Joyce uno dei narratori più compiuti, si pensi al Ritratto, dove appunto la vita di un uomo trova la più ferma e sicura rappresentazione nella sua prosa introspettiva al massimo, che doveva portare l'angoscia e la disperazione di un mondo borghese in agonia.
Sarà Sartre a suonare la ripresa del mondo borghese, che certo non è ancora morto, dandogli un nuovo valore critico, e assicurando che c'era ancora qualcosa da dire di significativo in questo campo. Ma la frattura vera fu segnata da Eluard e non certo da Pound.
Da noi in Italia due grandi scrittori, Alvaro e Jahier, con minore polemica e più sostanza ci stavano offrendo i loro libri migliori, e la profonda misura di un sostanziale rinnovamento intellettuale ed umano, che nella sua portata ci pare, non fu ancora da molti capito, se sempre possiamo assistere a molti pietosi ritorni, a esperimenti meccanici gratuiti dall'inglese, dal francese, dal dialetto, e si dà a questi testi troppa importanza, perdendo invece la situazione storica precisa che stiamo riferendo e determinando con la parola, con la vita.
Certo oggi il grande mito di Ulisse è sempre vivo, ma dovrebbe essere chiaro che certe mitologie, compresa la mistificazione su Ulisse, appartengono decisamente al passato, non è tempo per amletiche questioni, ma per portare al massimo della sua esasperata possibilità la conoscenza estrema e integrale della realtà. Proprio oggi che tanto si mente con i giochi neorealistici in superficie e i ritorni a un gelido neoclassicismo di maniera.

(Da. La Fiera letteraria, n.1, gennaio 1961)

sabato 23 gennaio 2010

Futuriste savonesi e liguri


Benedetta, Visione di porto (1933)


Generalmente si considera il Futurismo come un movimento fortemente maschilista, connotato da una feroce avversione verso la donna vista al massimo come "riposo del guerriero". Nulla di più falso. Se è pur vero che i Futuristi, maschi e femmine, si impegnarono attivamente a demolire lo stereotipo della donna tutta languori e della femminista di maniera, tuttavia la partecipazione femminile al movimento fu ampia e di buon livello artistico. Il Futurismo savonese e ligure non fece di certo eccezione, come ben dimostrano le tre aeropoesie che qui di seguito riportiamo.

Gladia Angeli

Notte a Genova

Aerei ronzano minaccia
sulla perla del golfo.

Cade una pioggia di stelle azzurre
e le respinge in mare.

Ma l'onda
si tinge di quel colore
disceso dal cielo,
e il ronzio dilegua.

Una conchiglia, s'apre
e s'incanta
di quel mare luminoso
che pare d'una fiaba
da passarci sopra un bimbo
da passarci sopra una fata.

Ma vi cammina la notte,
e la conchiglia s'addormenta.

La luna rimane desta
per far luce alla fata,
al bimbo,
se dovessero passare.

(Da: Canzoniere futurista amoroso guerriero, Savona, 1943)


Annaviva (Anna Maria Traverso)

Pioppi in guerra


Le ombre vanno a frotte nella notte

Se il campanil s'appiatta è per paura che la luna lo batta quando
s'alza

Se i pini sono a terra è perché giocano a guerra coi pioppi

Oh! non aver paura non piangere creatura l'erbe s'allungan
leggere come un nulla e ti fanno la culla

(Da: Canzoniere futurista amoroso guerriero, Savona, 1943)


Maria Ferrero Gussago

Al tuo dolore

Il viaggio spirituale
oltretomba all'aeropoeta F.T. Marinetti
sarà potenziamento d'energie dinamiche
magnetiche in luce verità d'alta
sublime creazione
Vicino al tuo dolore al tuo slancio
alla tua destra Boccioni Fillia
Acquaviva Pratella Prampolini Dottori
e tutti i futuristi avviticchiati
in ferro rovente sprizzanti scintille
creatrici uniti in saluto eterno
al presente aeropoeta nazionale
F.T. Marinetti

(Domenica, 3 dicembre 1944)

(Inedita fino al 1982, quando Claudia Salaris la inserisce nell'antologia Le futuriste)

giovedì 21 gennaio 2010

Bordighera, Ricordo di Silvio Andracco



Il 7 gennaio nei locali della chiesa Anglicana a cura dell'associazione “U Risveiu Burdigotu” con il patrocinio del Comune di Bordighera, Assessorato alla Cultura, è stata ricordata nel 50° anniversario della morte la figura di Silvio Andracco il “Poeta profumiere”, con la declamazione di alcuni suoi significativi sonetti e tracciandone la figura di uomo sensibile agli usi e tradizioni dell'estremo Ponente ligure.

Silvio Andracco (Seborga 1889 – Bordighera 1960) imparò l'arte della distillazione da uno zio profumiere a Grasse e la esercitò con originalità e perizia nel laboratorio “Myres” di Bordighera, creando essenze fantasiose quali “Mimosa Myres”, “Brezzamarina” e “Oro di Seborga” che gli valsero l'appellativo di “Poeta della mimosa”.

Si dedicò inoltre allo studio del violino ma a regalargli fama e simpatia furono soprattutto le celebri cantate dei nostri Paesi che, trasformate in liriche ironiche e divertenti, svelavano pregi e difetti dei suoi conterranei. Sua è infatti la celebre parodia del bordigotto che, spaventato dall'arrivo dei Saraceni, prese a gridare: “Sciu turcu m'arendu”.

mercoledì 20 gennaio 2010

Fra "La Riviera Ligure" e la Belle Epoque (1895-1920)





I Poeti del Mercato
Quando la cultura incontra la pubblicità


Testi, immagini, parole, per raccontare gli incontri che scrittori e poeti, insieme ad artisti e grafici, hanno avuto nell’arco di un secolo con il mondo della produzione e il mercato. Un’avventura culturale che ha coinvolto nel suo dipanarsi nomi illustri e sollecitato dispute, condanne, entusiasmi, sempre all’insegna di un dibattito tuttora inconcluso.

Il progetto, ideato dalla Fondazione Mario Novaro in collaborazione con il Teatro Stabile di Genova, si sviluppa nel corso di cinque incontri,
nel Foyer del Teatro della Corte (Piazza Borgo Pila),
ogni venerdì alle ore 17.30, a partire dal 22 gennaio.

Il primo incontro di venerdì 22 gennaio, a cura di Maria Novaro, ha per titolo:

Fra “La Riviera Ligure” e la Belle Epoque (1895-1920)

Si parlerà, fra gli altri, di Edmondo De Amicis, Matilde Serao, Mario Novaro, Giovanni Pascoli, Aldo Palazzeschi, Franz Lakoff, Giorgio Kienerk, Plinio Nomellini.

La conferenza sarà accompagnata dalla proiezione di immagini - Ingresso libero

lunedì 18 gennaio 2010

Ricordo di Daniel Bensaid (1946-2010)


Daniel Bensaid

Il 12 gennaio è mancato, dopo una lunga malattia, Daniel Bensaid, marxista critico, studioso appassionato dell'opera di Karl Marx, filosofo e militante politico.


Michael Löwy

Daniel Bensaid, comunista eretico



Daniel Bensaid ci ha lasciati. E' una perdita irreparabile, non solamente per noi, i suoi amici, i suoi compagni di lotta, ma per la cultura rivoluzionaria. Con la sua irreverenza, il suo umorismo, la sua generosità, la sua immaginazione, era un esemplare raro dell'intellettuale militante, nel senso forte del termine. Ricordo le nostre lunghe conversazioni, a volte discussioni, attorno a un tavolo, soprattutto all'ora del dessert o del caffè da Charbon, il suo ristorante preferito. Non eravamo sempre d'accordo, ovvio, ma come non amare e non ammirare la sua straordinaria creatività e, soprattutto, il suo spirito di resistenza, contro tutto e tutti, all'infamia dell'ordine stabilito.
«Auguste Blanqui, comunista eretico» era il titolo di un articolo che Daniel Bensaid e io stesso avevamo redatto insieme, nel 2006 (per un libro sui socialisti del 19 secolo in Francia organizzato dal nostro amico Philippe Corcuff e Alain Maillard). Quel concetto si applica perfettamente al suo stesso pensiero, ostinatamente fedele alla causa degli oppressi, ma allergico a qualsiasi ortodossia.
Se i libri di Daniel si leggono con così tanto piacere è perché sono stati scritti con la penna di un vero scrittore, che ha il dono della Formula: una formula che può essere assassina, ironica, adirata o poetica ma che coglie sempre nel segno. Quello stile letterario, tipico dell'autore e inimitabile, non è gratuito ma al servizio di una idea, di un messaggio, di un appello: non piegarsi, non rassegnarsi, non riconciliarsi con il vincitore. La forza dell'indignazione attraversa, come un soffio ispirato, tutti i suoi scritti.
Fedeltà anche allo spettro del comunismo, del quale lui dava una bella definizione: è il sorriso degli sfruttati che sentono ancora i colpi di fucile degli insorti del giugno 1848 - episodio raccontato da Toqueville e reinterpretato da Toni Negri. Il suo spirito sopravviverà al trionfo attuale della mondializzazione capitalista - allo stesso modo in cui lo spirito dell'ebraismo è sopravvissuto alla distruzione del Tempio e all'espulsione dalla Spagna (amo molto questo paragone insolito e un po' provocatorio).
Il comunismo del 21° secolo era per lui, l'eredità delle lotte del passato, della Comune di Parigi, della Rivoluzione d'Ottobre, delle idee di Marx e Lenin e dei grandi vinti che furono Trotsky, Rosa Luxembourg, Che Guevara. Ma anche qualcosa di nuovo, all'altezza dei compiti del presente: un eco-comunismo (termine che aveva inventato lui), in grado di integrare la lotta ideologica contro il capitale.
Per Daniel, lo spirito del comunismo era irriducibile alle sue contraffazioni burocratiche.
Se rifiutava fino all'ultima energia disponibile di avallare il tentativo della Controriforma liberista di dissolvere il comunismo nello stalinismo, nondimeno riconosceva che non si può lesinare un bilancio critico degli errori che hanno disarmato i rivoluzionari dell'Ottobre rispetto alle prove della storia, favorendo la controrivoluzione termodoriana: confusione tra popolo, partito e Stato, accecamento rispetto al pericolo burocratico. Occorre tirarne lezioni storiche, già ricavate da Rosa Luxemburg nel 1918: importanza della democrazia socialista, del pluralismo politico, della separazione dei poteri, dell'autonomia dei movimenti sociali rispetto allo Stato.
Tra tutti i contributi di Daniel Bensaid al rinnovamento del marxismo, il più importante, ai miei occhi, è la sua rottura radicale con lo scientismo, il positivismo e il determinismo che hanno così profondamente impregnato il marxismo “ortodosso”, specialmente in Francia. Auguste Blanqui è un riferimento importante in questa posizione critica. Nell'articolo citato sopra, egli ricorda la polemica di Blanqui contro il positivismo, un pensiero del progresso e del buon ordine, del progresso senza rivoluzione, una «esecrabile dottrina del fatalismo storico» eretta dalla religione. Per Blanqui «l'ingranaggio delle cose umane non è affatto fatale come quello dell'universo, è invece modificabile costantemente». Daniel Bensaid paragonava questa formula a quella di Walter Benjamin: ogni secondo rappresenta la porta stretta per la quale può sorgere il Messia, cioè la rivoluzione, un'irruzione evenemenziale del possibile nel reale.
La sua rilettura di Marx, alla luce di Blanqui, di Walter Benjamin e di Charles Péguy, lo condusse a concepire la storia come una serie di bivi e di biforcazioni, un campo del possibile il cui esito è imprevedibile. La lotta di classe occupa il posto centrale ma il suo risultato è incerto e implica una parte di contingenza. Ne La pari melancolique (Fayard 1997), forse il suo libro più bello, riprende una formula di Pascal per affermare che l'azione emancipatrice è «un lavoro per l'incertezza», intendendo così una sfida sull'avvenire. Riscoprendo l'interpretazione marxista di Pascal da parte di Lucien Goldmann, definisce l'impegno politico come una sfida ragionata sul divenire storico «a rischio di perdere tutto e di perdersi». La rivoluzione smette dunque di essere il prodotto necessario delle leggi della storia, o delle contraddizioni economiche del capitale per divenire una ipotesi strategica, un orizzonte etico «senza il quale la volontà rinuncia, lo spirito di resistenza capitolo, la fedeltà fallisce, la tradizione si perde». Di conseguenza, come spiega in Fragments mécréants (Lignes, 2005), il rivoluzionario è un uomo di dubbio opposto all'uomo di fede, un individuo che scommette sulle incertezze del secolo e che mette un'energia assoluta al servizio di certezze relative. Insomma, qualcuno che tenta, senza sosta, di pratica quell'imperativo preteso da Walter Benjamin nel suo ultimo scritto, le Tesi sul Concetto di Storia (1940): accarezzare la storia a contropelo.


(Da:ilmegafonoquotidiano.it)

domenica 17 gennaio 2010

Guido Seborga, Pretesto su Pound


Beppe Schiavetta, Memorial Pound (Bergolo)


Il biennio 1938-39 rappresenta un periodo centrale nel percorso artistico ed umano di Guido Seborga. Tornato da Parigi, dove ha potuto conoscere e frequentare Tristan Tzara e altri esponenti di punta del movimento surrealista, nel 1938 entra in contatto con Ezra Pound che lo incoraggia a perseguire nella sua ricerca espressiva. Il 1939 è segnato, poi, da tre eventi cardinali della sua vita: il matrimonio con Alba Galleano, l'inizio della stesura del suo primo romanzo, L'uomo di Camporosso, la rottura definitiva con il fascismo e l'inizio dell'attività cospiratoria.
“So di essere nato nel 1939 – scriverà molti anni dopo – quando mi ribellai al fascismo, presi netta posizione, organizzai la lotta clandestina, mi lasciai prendere dalla collera in tutto il mio sangue...”.
A questo periodo risale il breve articolo su Pound che presentiamo, apparso su “Campo di Marte”, rivista fiorentina in odore di eresia, su cui scrivevano giovani intellettuali che nel dopoguerra confluiranno in gran parte nel partito comunista. Molti dopo aver partecipato attivamente, come peraltro fece Guido Seborga, alla guerra partigiana.


Guido Seborga

Pretesto su Pound


Sul nome di Pound s'alterna una doppia valutazione: dal riconoscimento a una poesia che ha saputo offrirci: e dalle sue particolari attitudini critiche che lo allontanano un po' da certa nostra ultima cultura.

Sulla prima valutazione credo si trovino tutti d'accordo, perché è soltanto leale riconoscere a un artista i suoi meriti, senza voler cercare l'impossibile; sulla seconda non è male osservare che alcuni sono stati vittima di una mentalità che possiamo benissimo definire: l'intelligenza contro la totalità della vita (questo atteggiamento a persone eccezionali permise ottime realizzazioni); mentre Pound è l'uomo che cerca e ha sempre cercato con tutte le sue possibilità una natura totale,incurante del limite intellettualistico.

E se questo può anche essere un metodo pericoloso (ma i metodi non hanno troppa importanza perché prendono forma dall'individuo che li pratica) ha però il vantaggio di dare all'uomo una maggiore concretezza nei suoi rapporti con la realtà, che può condurre a un arricchimento continuo di mondo poetico se si è poeti, o a una polemica che si svolge saggiamente in un problema saliente dell'epoca.

La nuova ricerca di basi etiche che Pound pratica con giovanile vigore conducono a un'idea economica che combattendo con umanità ogni sabotaggio costituito dai potenti monopolisti del lavoro umano, e senza la minima presunzione di sapore dogmatico, ci riconduce a una più antica e recente nostra cultura, che conosce, anche se in maniera non veramente eguale a quella di questo americano amico dell'Italia, l'assillo della nostra coscienza d'italiani, dichiaratamente nemici di ogni asservimento dello spirito alla materia.

(Da: Campo di Marte, 15 ottobre 1938)

giovedì 14 gennaio 2010

Piero Simondo, Ricordo Asger Jorn


Asger Jorn ad Alba

Asger Jorn è una delle figure centrali dell' avanguardia artistica e politica della seconda metà del Novecento, punto di intersezione di esperienze e percorsi che vanno dal postsurrealismo di Cobra al MIBI, da un marxismo dai toni libertari e antistaliniani all'Internazionale Situazionista.Piero Simondo, che fu tra i fondatori dell'Internazionale Situazionista a Cosio d'Arroscia nel luglio 1957, ce ne offre un ritratto di prima mano.

Piero Simondo

Ricordo ASGER JORN



Ho conosciuto Asger Jorn una sera d'agosto del 1955 ad Albisola, in una saletta del Bar Testa, allora ritrovo d'artisti.

Quando l'ho conosciuto non avevo ancora visto un suo quadro, non sapevo cosa facesse, ed ovviamente non avevo la minima idea se la sua pittura potesse interessarmi, anche se mi era stato vagamente accennato da Antonio Siri, scultore albisolese, di questo vichingo pittore calato in Italia. Non che il mio eventuale interesse per la sua pittura fosse importante: non ero e non sono un critico.

Se ci ripenso oggi, sono molto contento che le cose siano andate così: ho conosciuto Asger come individuo, come uomo, non come pittore, non attraverso il filtro sviante di un'opera, non attraverso la curiosità snobistica nei confronti di una conclamata ultra-avanguardia e di un rappresentante esotico della stessa; pertanto non attraverso entusiasmi da salotto amatoriale-galleristico (un calice di bianco, una tazza di thé, una fetta di salame su pane nero - bla-bla), né attraverso deformazioni e gelosie piccolo-pittoriche, piccolo-provinciali, piccolo-albisolesi o milanesi o copenhaghesi, o parigine etccccc. Non che io fossi più ingenuo di quant'ero, né lui, d'altronde.

Asger Jorn era bello, biondo, occhiazzurri, c'era, si vedeva, suonava l'ukulele e pareva non occuparsi d'altro, quella sera, oltraggiosamente, che di quel suo piccolo chitarrino, un giocattolo buffo nelle mani di un uomo grande e grosso, con mani di chi lavora con le mani. Dico così non per farmi vanto della mia conoscenza di lui, come se nessun altro lo avesse visto come uomo prima che come pittore, intellettuale, avanguardista post-storico, ma perché Asger diceva di sé di non essere un pittore ma di farlo, così come non era ma faceva molte altre cose.

Abbiamo cominciato a parlare insieme quella sera stessa, sul tardi, mentre gli altri pittori di Albisola folleggiavano a mezzanotte sulla spiaggia, in quella saletta di bar, dove esponevo occasionalmente, su invito degli amici Siri, Sciutto e Caldanzano, pitture su legno fatte con resine naturali, e abbiamo continuato per ore. Devo confessare che è stato come un innamoramento, una fascinazione intellettuale: parlavamo e pareva che avessimo cose da dire, che ci capissimo, che avessimo qualcosa in comune da fare e la disponibilità per farlo. Incredibile ancora oggi in questo silenzio pieno di parole che ci avvolge soffocante.

Asger Jorn aveva questo potere, era un motore e un promotore intellettuale, era un agitatore, un creatore di movimento: più tardi affascinò anche quella che è oggi mia moglie e ci mettemmo insieme a lavorare su idee la cui attualità è e mi pare innegabile: l'idea stessa di un Bauhaus immaginista che mettesse in crisi il vecchio, radicalmente, ma insieme recuperasse la necessità di un lavoro da fare, di un confronto con la realtà, di una presa di coscienza critica dei problemi, delle contraddizioni, delle stesse possibilità offerte e negate: c'era nel vecchio Bauhaus di Gropius, Klee, Kandinsky, una ricchezza di problemi e di "errori" che non può essere liquidata con spirito da storico entomologo come una farfalla infilzata e classificata per sempre e a futura memoria; l'idea che toccasse al pittore di ripensarsi l'estetica della pittura, che gli toccassero i problemi teorici della forma "sensibile"; il coraggio di parlare di dialettica, di triolettica, di arte e con azzardo di complementarità secondo Niels Bohr; l'idea di confrontare l'arte con la politica, ma anche con la scienza e la tecnologia, senza dare per scontati i presunti superamenti, le morti e le palingenesi rivoluzionarie.

Il coraggio di pensare gli apparteneva. L'aveva ancora l'ultima volta che l'ho visto, a Torino, in casa mia, nel 1968, durante un'ultima lunghissima e bella discussione. Come tutti sanno, a cinquantanove anni Jorn non c'era più. Per me, per Elena, non era l'artista ormai famoso che era scomparso ma l'amico che avevamo amato così com'era, con i difetti innegabili e le indubbie e grandi virtù.

(1986)

(Da: www.quatorze.org/index.html )

Teatro Bajazzo Imperia, prossime iniziative programmate



TEATRO BAJAZZO
Via Carducci 36
Imperia Porto Maurizio


PROSSIME INIZIATIVE PROGRAMMATE

Venerdì 15 Gennaio 2010

Video-presentazione del libro edito da Porfido edizioni
"Delta in rivolta"
Pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio
Sarà presente il traduttore Daniele Pepino.






Nella foresta di mangrovie passano le barche dei guerriglieri del MEND.
Portano le bare dei compagni uccisi in un'imboscata dell'esercito.
La gente saluta dai pontili, molto hanno le armi in pugno.
La guerra contro la Shell, l'Agip, la Chevron....qui, è la guerra di tutti."

Sabato 16 Gennaio 2010




con Adelaide Cohler Pereira, Oriana Fruscoloni, Patrozia Papandrea e Anna Ottone.

Gli omicidi delle donne a Ciudad Juarez, Chihuahua, Messico, continuano.
Sono già più di 470 le donne assassinate e più di 600 quelle scomparse dal 1993.Il clima di violenza e impunità continua a crescere senza che al momento siano state compiute azioni concrete per mettere fine a questa situazione.

"Vogliamo dare eco a quelle voci fatte tacere con la violenza, con la forza"


Migrazioni italiane, Mostra al Museo dell'Arte Vetraria ad Altare

Altare, Museo dell'Arte Vetraria



SABATO 16 GENNAIO 2010
Ore 16,00

Museo dell'Arte Vetraria
di Altare (Savona)


Inaugurazione della Mostra Itinerante
Migrazioni Italiane

a cura di M.Tirabassi per il Centro Altreitalie – Globus et Locus

La mostra rientra nelle manifestazioni per celebrare il recente Gemellaggio tra Altare e San Carlos Centro (nella provincia di Santa Fé, in Argentina), legatesi da un patto ufficiale di fratellanza ma, soprattutto, unite dalla comune storia dei lavoratori del vetro emigrati in Sud America nel 1947.
L'esposizione, composta di 19 pannelli illustrativi, attinge ai materiali documentari e fotografici raccolti nell'ambito della trentennale attività del programma Altreitalie. Fra gli obiettivi , quello di fornire una quantificazione del fenomeno migratorio italiano, ripercorrendone le vicende e i temi salienti dagli anni a cavallo fra il XIX e il XX secolo fino ai giorni nostri: il viaggio, il lavoro, la casa, le difficoltà dell'inserimento nel tessuto sociale del paese d'accoglienza, la durezza delle condizioni di lavoro nelle fabbriche e nelle miniere, la progressiva integrazione sociale ed economica. Una specifica attenzione è data al presente, con approfondimenti sul ruolo delle comunità italiane all'estero e il passaggio dell'Italia da paese di emigrazione a paese d'immigrazione.

La mostra resterà al Museo dell'Arte Vetraria di Altare sino a venerdì 12 febbraio 2009, l'ingresso è gratuito

mercoledì 13 gennaio 2010

Cavalleria rusticana, vero e verismi nel teatro lirico


Cavalleria rusticana, libretto originario




Il Sodalizio Siculo-Savonese
"Luigi Pirandello"
presenta

Melo Ascolto:
Cavalleria rusticana, vero e verismi nel teatro lirico

a cura di Emanuela Ersilia Abbadessa


giovedì 14 gennaio, ore 18.00
nei locali del FilmStudio di Savona

Il Sodalizio Siculo-Savonese "Luigi Pirandello", organizza il secondo incontro del ciclo Melo Ascolto, nato per proporre nuovi percorsi di ascolto, appunto, della musica, con un occhio particolare a quanto inerente la Sicilia.

Il ciclo, nato per iniziativa di Enzo Motta e di Renato Allegra, si inscrive all'interno della convenzione con l'Orchestra Sinfonica di Savona. E' infatti Emanuela Ersilia Abbadessa (addetta alle relazioni esterne dell'Orchestra) che, dopo aver inaugurato il ciclo con Beatrice di Tenda di Vincenzo Bellini, parlerà il 14 di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, tratta dalla novella omonima di Giovanni Verga.

Il titolo dell'incontro Vero e verismi nel teatro lirico. L'esempio di Cavalleria rusticana, indica già come il percorso analitico sarà volto a ricercare quei labili elementi musicali che consentono di etichettare un'opera lirica come "verista". Il tutto avverrà con il supporto di proiezioni, esempi musicali ed ascolti musicali.

L'ingresso è aperto a tutti e gratuito.


martedì 12 gennaio 2010

Così vicina, così lontana/Arte in Albania prima e dopo il 1990




Museo d’arte contemporanea di Villa Croce
Via Jacopo Ruffini 3
Genova

Da sabato 19 dicembre 2009
a domenica 07 febbraio 2010

Orari:
mar/ven h. 9.00/18.30
sab/dom h. 10.00/18.30
lun chiuso